scrivere per vivere vivere per scrivere

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La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. (René Descartes) ****************************************************************************************************************** USQUE AD FINEM

martedì 24 novembre 2015

Patricia Moll: recensione e intervista su Joshua






Un grande regalo della mitica Patricia Moll. Cliccate QUI per seguire e commentare il post bellissimo che ha dedicato a me e al mio romanzo appena uscito sul suo blog Myrtilla's House
Commosso, sono commosso e grato. Trovo che sia stato un gesto bellissimo. 

martedì 17 novembre 2015

Più inutile del solito, facezie in merito al Divino o all'umano troppo umano


Tempo fa, partecipando a una discussione su un sito letterario, ebbi un piccolo scontro verbale con un affermato intellettuale, o presunto tale. La discussione aveva preso il destro da una domanda posta da un'aspirante scrittrice che chiedeva consiglio in merito al suo desiderio di scrivere un libro che trattasse di Dio. Come spesso capita si uscì dal tema e dal semplice pour parler si era arrivati al dileggio delle altrui opinioni. Fui accusato di grettezza e di poca comprensione degli aspetti spirituali della questione, di essere troppo materialista e troppo vicino a ciò che è tangibile e di conseguenza banale e triviale nell'affrontare la questione. È passato molto tempo da quel dibattito, oggi posso affermare che forse aveva ragione il mio interlocutore, ma posso anche dire che non è necessariamente un fatto negativo. Così, per gioco, vi propongo la mia lettera di risposta, scritta dopo l'ennesimo insulto e accusa di scarsa profondità intellettuale.

"Come volevasi dimostrare, non riesci a non offendere. Vuoi parlare di Dio? Ti racconto qualcosa su Dio e sulla fede: La scorsa notte, insieme alla mia collega abbiamo ripristinato la funzionalità respiratoria di una donna, madre e nonna, mentre ci adoperavamo mettendo in atto tutto quello che la scienza e la tecnica ci offre per intervenire in questi casi mi sono ritrovato a fissare quegli occhi spaventati, terrorizzati. La mano di quella signora si è stretta sul mio braccio. Cercandomi, chiamandomi silenziosamente. Io continuavo nel mio lavoro cercando di apparire calmo tentando di non distrarmi. Mentre gli applicavo il respiratore automatico mi sono reso conto delle vane parole che tutti noi stavamo pronunciando. La donna continuava a fissarmi. A quel punto anche la mia collega si è bloccata, siamo rimasti in silenzio ad aspettare che la macchina svolgesse il suo lavoro supportando quel mantice sfiancato che era la cassa toracica di quella persona. Poi quando la situazione si è stabilizzata, mi sono seduto sul bordo del letto. Odore di sudore, di urina, di paura della morte. Occhi negli occhi, io e la signora ci siamo guardati. Nuovamente mi ha poggiato la sua mano fredda e sudata sul braccio, mi ha accarezzato come solo una madre sa accarezzare, sempre fissandomi. Siamo rimasti tutti in silenzio, io sentivo ancora il tepore che l'adrenalina ti lascia dopo un'azione convulsa, mi godevo il lieve tremore che indica che il corpo può finalmente rilassarsi. La stanza era in penombra a eccezione della luce gialla e quasi liquida sul letto della paziente. C'ero io, c'era la mia collega, c'era il medico di guardia, di fianco c'era un'altra paziente che dal letto vicino sommessamente diceva: «brava Rosina, brava, è andato tutto bene.»
Alle quattro di mattina, incidentalmente, ho incontrato Dio. Capita spesso nel mio lavoro di incontrarlo, sguardi fugaci, veloci incontri senza troppo soffermarsi. Seduto sul bordo di quel letto, guardando quella donna che mi sorrideva a fatica ho pregato. Una preghiera antica. Una preghiera che dice più o meno così: «io ci sono, sono qui per te, non ti lascio.» 
In anni di Pronto Soccorso, unità coronarica, neurochirurgia, mi sono ritrovato a rimettere in asse ossa spezzate, sono passato dal massaggiare un cuore fermo o a defibrillare un cuore impazzito sino a raccogliere le feci di un malato terminale che non controlla gli sfinteri. Impari a sapere quello che vali e, contemporaneamente, l'assolvere  compiti sgradevoli ti insegna l'umiltà. È una grande scuola di vita. Sono cieco e sordo come dici tu? Può darsi. Hai ironizzato dicendo servo vostro, lo reclamo io quel diritto. Io dico Servo Vostro. È un privilegio non per tutti. Questa è la mia pratica religiosa. Dio lo incontro nelle persone. E ora davvero vi lascio a disquisizioni più dotte delle mie e smetto di annoiarvi. Dania vuoi scrivere un libro che parla spesso di Dio, scrivi di te, della tua vita, delle sconfitte e delle vittorie. Di teologia hanno scritto tanto e sicuramente menti più eccelse delle nostre. Parla di te, del tuo essere una persona umana, vedrai che il Divino trasparirà in ogni rigo che metterai su carta."

Tutto qui, ognuno ha le sue opinioni, le mie sono sicuramente discutibili, addirittura risibili, però sicuramente mai tenterò di imporle e sarò sempre pronto a modificarle in virtù di quello che la vita e le altre persone possono insegnarmi. Sicuramente odio i pulpiti.
Un grande che stimo, il buon vecchio Oscar, una volta disse: " In un tempio tutti dovrebbero essere seri, tutti fuorché l'oggetto del culto".
Io, ogni tanto, mi permetto di unirmi al Nostro Signore nel sorridere con lui.

Così, tanto per dire.

© 2015 di Massimiliano Riccardi

giovedì 5 novembre 2015

JOSHUA - Romanzo di Massimiliano Riccardi

Con grande piacere annuncio l'uscita del mio Romanzo:
Joshua.
E' un libro che mi ha dato molta soddisfazione, l'ho amato sin dal primo momento, da quando era solo un'idea, un abbozzo indefinito nella mia testa.
Un noir inconsueto, una bella storia, dura, cruda. Potete ordinarlo nella vostra libreria o QUI attraverso il sito della casa editrice Edizioni Cinquemarzo, oppure QUI sul sito della ibs.it, oppure sul sito di Amazon QUI, oppure QUI sul sito di Libri Co Italia
Un editore coraggioso mi ha dato fiducia e spero di non deluderlo, come spero che tutti gli amici che visitano il blog siano disposti a sostenermi in questo progetto. Grazie, grazie, grazie a tutti coloro che lo acquisteranno.

Qui sotto metto quello che si trova nella quarta di copertina, non aggiungo altro perché preferisco lasciare un po' di mistero. Per una scelta editoriale, concordata con l'editore, il libro esce, per ora, solo in formato cartaceo. Meno diffusione e meno possibilità di vendita ma forse più coerenza con quello che è il mio gusto personale in fatto di libri. Ovvio che prima o poi l'ebook uscirà, è inevitabile, sono le leggi di mercato. 

Il male esiste. Esistono gli uomini che lo commettono come ci sono coloro che cercano di fermarlo. Ma tutto ciò che è malvagità è davvero definito e facile da riconoscere? Chi agisce nella zona d'ombra commettendo atti miserabili e sempre e soltanto lui a essere un mostro? Forse pensare al singolo atto di cattiveria distrae da quello che è il vero problema. "La fabbrica dei mostri". Esseri spregevoli, insospettabili. Con le loro azioni lasciano in eredità un fardello di marciume e squallore che alimenta l'infinita e tragica "catena di montaggio" produttrice di dolore e sofferenza. A causa di una serie di efferati delitti che sconvolgono una tranquilla cittadina di provincia, gli investigatori si troveranno a ripercorrere, ognuno secondo le proprie inclinazioni e livello di sensibilità, il sentiero dell'oscura memoria. Un serial killer spietato e la sua macabra follia, saranno lo spunto per porsi domande fondamentali sulla vita, sull'amore, sull'infanzia rubata e tradita.  "

Non mi viene altro da dire, spero che siano in tanti a leggerlo, la storia è davvero sentita, chi di voi mi conosce personalmente capisce sino a che punto. Ho trattato un tema che mi appassiona e che per motivi personali e successivamente professionali mi ha molto colpito. La violenza.
La guerra, gli abusi sessuali, la solitudine, l'amore, la speranza, sono tutti ingredienti di questo romanzo. Ogni singolo personaggio, sfumatamente  parla di me, di cose viste accadere a persone a me care o subite e vissute in prima persona. Ho voluto raccontare  di fatti dolorosi e devastanti usando l'escamotage del romanzo noir, non solo, ho anche decontestualizzato l'argomento proponendolo in uno scenario che non è quello abituale e ben conosciuto per il lettore italiano. Volutamente. Per citare Zavattini: "il tentativo non è quello di inventare una storia che somiglia alla realtà, ma di raccontare la realtà come se fosse una storia". Ho scelto di non permettere a chi legge di aggrapparsi a riferimenti culturali noti. Il desiderio è quello di proporre una bella storia, un'avventura, cruda e dura, ma proprio grazie a questo diversivo narrativo toccare poi corde emotive che in questo modo vengono appena sfiorate e non appesantite dalla mano della realtà che è ancora più pesante. Ci sono riuscito? Non lo so. Chi legge è l'unico arbitro. L'apprezzamento e il piacere della lettura sono giudizi di valore che lo scrittore non può dare. Tutti i protagonisti hanno per un momento della loro vita dovuto scegliere che indirizzo dare alla propria esistenza. Gli omicidi e la caccia al serial killer sono alla fine lo spunto e la cornice per meglio ripercorrere le singole personalità. Il nome del personaggio centrale è Joshua. Non siamo forse tutti dei "poveri Cristi" in balia del mondo?


Book trailer "fai da te"









© 2015 di Massimiliano Riccardi

lunedì 2 novembre 2015

Guest Blogger: Ivano Landi - Memoria e resurrezione degli io nell’opera letteraria di Marcel Proust e Henry Miller


Con vero piacere accolgo l'invito lanciato da "Blogger and Blog" 

e ospito come Special guest Blogger Ivano Landi. All'iniziativa partecipo a mia volta come guest blogger nel sito di Cercatore di favole, il mio post lo trovate QUI.
La tematica è importante e devo dire che rientra nel mio personale gusto letterario. Trattazione lucidissima. Ivano ha volato alto come solo le menti libere possono fare, ringrazio per questo post meraviglioso. In fondo di cosa si tratta? Siamo quattro amici che chiacchierano e dissertano su libri e autori, bene o male non importa. Questa è cultura, quella vera. Fuori dai circuiti accademici che se la cantano e se la suonano tra loro.
Non aggiungo altro, lascio che sia lui a parlare. Gustatevi questo articolo interessantissimo.
Massimiliano Riccardi

Memoria e resurrezione degli io nell’opera letteraria di Marcel Proust e Henry Miller 
di Ivano Landi


Il solo tipo di memoria che desidero conservare è la memoria di tipo proustiano. Mi basta sapere che esiste questa memoria infallibile, totale, esatta.
(Henry Miller, I libri nella mia vita)


Ciò che si disperde quando la memoria apre porte e finestre è quel che non è mai esistito tranne che nel terrore e nell’angoscia.
(Henry Miller, Ricordati di ricordare)


Non essendo io un grande fruitore di critica letteraria non faccio molto testo, ma non ricordo che mi sia mai capitato di trovare accostati tra loro i nomi di Marcel Proust e Henry Miller. Eppure che il romanziere francese sia stato uno dei modelli letterari dello scrittore americano, come testimonia anche la prima delle due citazioni riportate sopra, è fuori discussione. Per questo, nel presente articolo, ho scelto di porre la mia attenzione più sull’affinità essenziale tra i due scrittori che sulle numerose differenze di superficie. Per cominciare, entrambi loro condividono una prima forte consapevolezza: lo scrigno del tesoro è nascosto nel passato, e non in chissà quale passato storico ma nel passato individuale di ognuno. Una consapevolezza che ha il duplice effetto, da un lato di “costringerli” ad adottare il punto di vista autobiografico nella scrittura, dall’altro di metterli fin da subito davanti a un problema che deriva proprio da questa obbligatorietà, ossia alla conseguenza di doversi occupare di cose abbastanza lontane da quella che era, ai loro occhi, la realtà più autentica.
  
Ho cominciato la mia carriera di scrittore col proposito di dire la verità su me stesso. Che compito fatuo! Che cosa può esserci di più fittizio della storia della propria vita?

Così scriveva Henry Miller nel 1950, all’apice della sua maturità di scrittore. E tuttavia, una volta assodato che lo scrigno del tesoro è nascosto nel proprio passato, se si vuole disseppellirlo non c’è altra scelta che scavare. E quale strumento di scavo si può utilizzare se non la memoria?
Sembra una conclusione ovvia, ma ecco che insorge subito un nuovo problema. E stavolta do la parola a Proust:

E’ fatica inutile cercare di evocare il passato, in quanto tutti gli sforzi della nostra intelligenza sono vani.
E allora le oltre tremila pagine del romanzo Alla ricerca del tempo perduto, tutte dedicate al passato, da dove saltano fuori? Come le ha concepite Proust, se ogni sforzo dell’intelligenza di evocare il passato è destinato a un inevitabile insuccesso?
Cercherò di mostrarlo, ma per gradi, cominciando proprio dalla ricerca di alcune analogie tra le creazioni letterarie più importanti dei due scrittori protagonisti dell’articolo.

Tra le opere di Miller, la trilogia della Crocifissione rosea è senza dubbio quella che osa avvicinarsi di più, anche per corposità, alla Recherche proustiana. Ma le accomuna anche il loro essere, entrambe, opere incompiute. Proust non ebbe il tempo di riscrivere, come avrebbe voluto, gli ultimi due volumi del suo monumentale romanzo, e riuscì solo a dettare, dal proprio letto di morte, il racconto di un’altra morte, quella dello scrittore Bergotte. Miller, da parte sua, non portò mai a termine, com’era nei suoi piani, la seconda parte di Nexus. Fu forse troppo precipitoso nel dare alle stampe la prima parte, che si presenta in effetti come un’opera dimezzata nelle proporzioni rispetto ai primi due volumi della trilogia? Precipitoso allo stesso modo di Proust che, tre decenni prima, aveva dimostrato un’eccessiva fretta di morire?  
Un’altra caratteristica che accomuna le due opere è che entrambi gli scrittori le consideravano un tutto unico e solo le esigenze editoriali li avevano costretti a pubblicarle divise in più parti.
Miller testimonia il fatto in una lettera all’amico scrittore Lawrence Durrell:

Non dipende da me se questi volumi vengono stampati separatamente. Io avrei voluto tenerli fino a quando avrei finito di scrivere l’ultima pagina. Ma Girodias mi supplicò e io cedetti.

Ma, come ho detto, a dispetto di questa e altre dichiarazioni di buona volontà, Miller non appose mai la vera parola fine alla sua trilogia.
 Vale inoltre la pena di trascrivere qui un’altra parte della stessa lettera milleriana, molto importante ai fini di questo articolo; non prima di avere però specificato che Durrell aveva da poco espresso, in una lettera indirizzata all’amico, un giudizio molto duro sul primo volume della trilogia, Sexus, l’unico pubblicato fino a quel momento.
Ecco una parte della replica di Miller a propria difesa:

Ho cercato di catturare una miseria e una sterilità che pochi uomini hanno conosciuto. Sarebbe stato molto meglio essere un avanzo di galera! Ma io avevo solo questa vita da raccontare. Quella passione che secondo te manca è presente, ma al negativo; mi ero proposto di raccontare quella vita di “attività insensata” che i saggi hanno sempre condannato, perché equivalente alla morte. Ma, come dico io stesso verso la fine del secondo libro [Plexus], soffrii della mia stessa ignoranza, e per me fu una bella lezione. Tirando le somme, forse la mia vita somiglierà a un’enorme piramide costruita sotto un segno negativo. Eppure, nonostante tutto, una piramide; e forse la si comprenderà meglio quando sarà capovolta.

Miller parla qui di una piramide. Mentre Proust aveva paragonato Alla ricerca del tempo perduto a una cattedrale. C’era stato addirittura un momento in cui lui aveva pensato di intitolare le varie parti secondo una nomenclatura architettonica: Portico I, Portico II, Abside, ecc. E proprio alla sua natura di opera-cattedrale, Proust aveva attribuito la quasi impossibilità di portare a conclusione il suo romanzo.
Entrambi gli scrittori usano quindi una metafora architettonica, sebbene chiamando in causa due forme tra le più lontane tra loro possibili (come lontani erano del resto lo stile e la personalità dei due autori). Ma è soprattutto la parte in cui Miller parla della necessità di arrivare al momento finale, in cui la piramide sarà capovolta, a rendere fortissima l’analogia. Miller poteva solo avere in mente qualcosa di paragonabile agli eventi descritti da Proust nel Tempo ritrovato, quando la memoria inonda finalmente di luce, in retrospettiva, l’intera cattedrale della Recherche e Marcel – il protagonista del romanzo - acquista la piena consapevolezza del senso della sua intera vita, e del destino che vi si è manifestato, perché, lo si dica una volta per tutte, ogni cosa è destino. Tradotto in termini psicologici, la cattedrale illuminata dalla memoria è l’inconscio, e tornerò presto su questo, ma qui è implicito anche un altro grande passaggio, che è quello dalla dimensione della vita alla dimensione dell’arte. Un passaggio che si traduce, alla fine dell’ultimo volume della Recherche, Il tempo ritrovato, nella decisione di Marcel di consacrarsi completamente alla scrittura di un grande romanzo – che altro non è che il romanzo che il lettore ha appena terminato di leggere. Perché la struttura dell’opera è esattamente circolare come il tempo, e non potrebbe essere altrimenti essendo il suo soggetto proprio il disvelamento del segreto del tempo.


Ma perché Marcel, una volta arrivato alla Comprensione, quella con la c maiuscola, fa questa scelta di “esilio”, che rispecchia naturalmente quella compiuta dallo stesso Proust?

È lo scrittore a dircelo:

La vera vita, la vita finalmente scoperta e compresa, la sola vita realmente vissuta, è la letteratura.

Una dichiarazione che sarà ribadita, alcuni decenni dopo e con altre parole, da Miller:

La narrativa è sempre più vicina alla realtà che non i fatti stessi.

Certo, in Proust la sostituzione della vita con l’arte si tradusse in termini molto più letterali che in Miller: il dandy che dopo una brillante vita mondana si seppellì (sebbene meno di quel che lasci trapelare la leggenda) in una stanza foderata di sughero. Ma qui entrano in gioco i temperamenti, quasi in tutto opposti tra loro, dei due scrittori: tanto estenuato, lunare e passivo era quello del francese, quanto sanguigno, solare ed estroverso era quello dell’americano. Ad accomunarli è invece il distacco da loro stessi, che li mette in condizione di gettare uno sguardo lucido e disincantato su ogni cosa e in primis sull’uomo e sul consorzio umano.

Detto questo, possiamo tornare adesso alla nostra domanda fondamentale: Se ogni sforzo dell’intelligenza di evocare il passato è destinato al fallimento, cosa c’è all’origine della scrittura di Proust e Miller?
La risposta è che c’è un diverso tipo di memoria, non collegata all’intelligenza, che ha un nome che non è mai stato un segreto e sarà quindi già noto ad alcuni di voi: la memoria involontaria.
E anche qui si tratta di una sostituzione, altrettanto decisiva di quella della vita con l’arte. Ma è anzitutto una sostituzione necessaria, se si vuole scavare alla ricerca del tesoro sepolto poiché, scrive ancora Proust:

Le informazioni che dà la memoria volontaria non trattengono nulla del passato. Sono vuote come l’io a cui sono pertinenti.
Ecco un altro passo fondamentale. Alla oscura diade memoria volontaria-intelligenza, si aggiunge ora un terzo elemento, l’«io», che condivide con i due precedenti la caratteristica di una sostanziale irrealtà.
Diventa così chiaro perché Miller definisca “fittizia” la storia della nostra vita; non potrebbe essere altrimenti, essendo tale storia pertinente all’«io», cioè a qualcosa per sua natura fittizio.
Siamo davvero arrivati stavolta a un punto cruciale: la memoria involontaria si rivela adatta al compito proustiano (e milleriano) della memoria perché è sia estranea al dominio dell’«io» e dei fatti che vi sono collegati, sia al dominio dell’intelligenza.
Ma a cosa è collegata allora la memoria involontaria? Qual’è il regno da cui proviene e in cui si muove? E’ adesso il turno di Miller di rispondere:

Vi sono giorni nei quali il ritorno alla vita è penoso e doloroso. Si abbandona il regno del sonno contro la propria volontà. Non è accaduto nulla, tranne la consapevolezza che la realtà più profonda e più vera appartiene al regno dell’inconscio.

Quanto sia fondamentale il regno del sonno per la genesi e lo sviluppo della Recherche è noto, e questa frase potrebbe benissimo averla scritta Proust. Ma la conclusione che più mi interessa trarre qui è che il regno della memoria involontaria altro non è che la “realtà più profonda e vera” del regno dell’inconscio. È “dall’oscurità e dal silenzio” di questo regno che secondo Proust provengono i veri libri, le vere opere d’arte, mentre dal mondo “dalla piena luce e dalla conversazione” che attiene all’intelligenza e all’io, possono provenire solo opere mediocri.
Una delle “scoperte” fondamentali di Proust fu proprio quella dell’illusorietà della continuità del nostro «io» – un’illusione prodotta dall’asservimento della nostra memoria alla tirannia dei fatti. In realtà, la nostra esistenza è costituita dalla contemporaneità e/o successione di una moltitudine di io, che nascono e muoiono senza sosta:

Capivo che morire non è qualcosa di nuovo, ma che, al contrario, sin dalla mia infanzia, ero già morto più di una volta.

Il destino di ognuno di questi io è di precipitare, alla sua morte, in una sorta di cimitero interiore, un Ade situato in noi ma al di là del tempo e dello spazio, dove rimangono come addormentati, in attesa di un loro eventuale risveglio provocato da un intervento esterno casuale – cioè estraneo alla nostra volontà. Mentre la memoria volontaria in tutto questo è solo di impaccio, poiché guardare volontariamente indietro non significa nient’altro che, così come era stato per Orfeo con Euridice, imbattersi in un fantasma. La memoria volontaria ha inoltre la caratteristica della fissazione ossessiva tipica dell’«io»:

Gli occhi del ricordo finiscono per non vedere più niente, quando li si fissa troppo  - scrive Proust.

La memoria involontaria dipende invece dal tempo e dai suoi meccanismi, che dopo aver cancellato le nostre impressioni per mezzo dell’oblio può “decidere” di farle risorgere. E ogni volta che si risveglia in noi il ricordo di un’impressione, si risvegliano contemporaneamente tutte le impressioni che vi sono collegate e formano il nucleo di quel particolare io. 
L’intenzione iniziale di Proust era proprio quella di scrivere un libro che fosse tutto composto di queste impressioni risvegliate, imbevute in modo indelebile della luce dell’eternità, frutto dell’estasi extratemporale o estasi metacronica. Il problema principale era però costituito dalle intermittenze: come era possibile scrivere soltanto con delle “gocce di luce”? Si chiese Proust. Alla fine comprese che ogni cosa, come nei miti orfici, poteva solo avere inizio dalla notte (Per molto tempo, sono andato a letto presto…), con tutto quel che vi era di collegato incluso il male più abissale. Ma si era anche illuso di finire presto, di restare recluso solo per pochi mesi, un anno al massimo. Poi avrebbe ripreso a vivere, a frequentare la bella società…

Il primo contatto di Marcel – il protagonista della Recherche - con la memoria involontaria è talmente noto da essere diventato una sorta di emblema del romanzo di Proust.

Mentre rientra a casa, in una sera d’inverno, la madre offre a Marcel una tazza di tè con una madeleine, con questo risultato (mi permetto qui, per un’unica volta, un comodo copia-incolla da Wikipedia):

Appena riconosciuto il sapore del pezzo di madeleine imbevuto nel tè caldo che una volta, molti anni addietro, era d'uso preparargli sempre la zia quando si trovavano a Combray, intere sezioni di memoria cominciano a venire a galla "proprio come nel giuoco in cui i giapponesi si divertono a mettere in ammollo in una ciotola di porcellana piena d'acqua piccoli pezzi di carta i quali, fino ad allora rimasti indistinti, cominciano a prender forma diventando fiori, case, personaggi coerenti e riconoscibili".

La memoria involontaria nasce quindi dall’interazione, che è una sovrapposizione, di un momento presente con un momento passato, il cui risultato è la resurrezione dell’io che ha vissuto l’esperienza originale e la contemporanea liberazione del ricordo, prima imprigionato nelle cose. L’insorgenza della memoria involontaria dipende infatti sempre dall’intervento di oggetti concreti, accessibili ai sensi: una pietra mal squadrata che oscilla, il suono di un cucchiaio contro un piatto, un tovagliolo premuto contro le labbra. Questo perché anche i veri ricordi sono frutto di un’interazione. E più esattamente, come scrive Proust: 

un precipitato dell’interazione tra la sempre mutevole coscienza personale e l’incessante mutamento del mondo.

Ma anche se la memoria involontaria è messa in moto dal caso, si tratta sempre e comunque di un caso necessario, governato dalla onnipresente legge del destino. Così che alla fine è proprio la casualità a essere la miglior garante della sua fondatezza nella verità: 

…la maniera fortuita, inevitabile, con cui la sensazione era stata incontrata, controllava la verità del passato che essa resuscitava, la verità delle immagini che metteva in movimento, giacché sentivo il suo sforzo di risalire verso la luce e la gioia del reale ritrovato.

Mentre il tessuto o la sostanza stessa che forma il continuum della memoria (anche se qui sarebbe forse il caso di scrivere “Memoria”) e fa da fluido connettivo (fondu, in gergo proustiano) tra i veri ricordi, è la luce.
E a proposito della luce, penso che chiunque abbia letto a fondo Henry Miller conosca, o dovrebbe conoscere, le voragini che si aprono improvvise nelle pagine dei suoi libri, quando un momento del passato, casualmente richiamato dalla legge dell’analogia, si sovrappone al momento presente. Sono abissi altrettanto densi di luce di quelli evocati da Proust, e non fa quindi meraviglia che lo stesso Miller, parlando della rilettura del suo Sexus durante la correzione delle bozze, scriva a Durrell di essere “rimasto abbagliato”.  
Sempre Miller scrisse una volta che non sarebbero bastati duemila libri a trascrivere il contenuto di una vita umana. Il compito della memoria proustiana si esaurisce infatti solo nel momento in cui l’intero regno dell’ombra è riportato alla piena luce, nel momento in cui tutti gli io sono divenuti oggetto di resurrezione. Deve essere tuttavia chiaro che il movimento qui proposto è esattamente rovesciato rispetto a quello operato dalla psicanalisi di stampo freudiano, che cominciava a diffondersi proprio all’epoca in cui Proust stava scrivendo. Non sono le parti inconsce a dover essere integrate nell’io così come noi lo percepiamo, ma è quest’ultimo che deve essere assorbito nel meccanismo del tempo, divenendo così soggetto alle sue leggi di morte nell’oscurità dell’oblio e resurrezione nella luce immutabile ed eterna della Memoria. Allora, in questo altro, nuovo regno della piena luce, perfino gli avvenimenti più dolorosi del passato cessano di gettare la loro ombra.
E voglio concludere ancora con Miller, con una citazione da Ricordati di ricordare che mi sembra costituire il cappello perfetto di questo articolo:
Uomini deboli, uomini accorti, uomini tristi, uomini di mondo hanno tentato di farci credere che la nostra vita è vana e inconsistente, che viviamo senza uno scopo, consigliandoci al tempo stesso di godercela finché possiamo. Ma quando s’apre una prospettiva importante, l’influenza di costoro evapora come sudore.
* * *
Opere in cartaceo consultate:
Alla ricerca del tempo perduto, Rizzoli 1985. A cura di Giovanni Bogliolo e Piero Toffano. Traduzione di Maria Teresa Nessi Somaini.
Alla ricerca del tempo perduto, I. Dalla Parte di Swann. Newton & Compton, 1990. A cura di Paolo Pinto e Giuseppe Grasso.
Pietro Citati, La colomba pugnalata. Proust e la Recherche. Mondadori 1995.
Henry Miller, La crocifissione in rosa (Sexus-Plexus-Nexus). Mondadori 1991-1993.
Henry Miller, Ricordati di ricordare. Einaudi 1965. Traduzione di Vincenzo Mantovani.
Henry Miller, I libri nella mia vita. Einaudi 1976. Traduzione di Giorgio Agamben.