scrivere per vivere vivere per scrivere

scrivere per vivere vivere per scrivere
La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. (René Descartes) ********************************************************************************************** USQUE AD FINEM

domenica 31 luglio 2016

Insieme raccontiamo 11. Come dire di no a Patricia? Impossibile


Prendo la palla al balzo per farmi perdonare le altre defezioni e partecipo alla bella iniziativa di Patricia Moll. QUI trovate il link all'iniziativa e QUI al suo blog
Ho scritto un finale dell'incipit di Patricia, utilizzando un brano, rimaneggiato appositamente, di un romanzo che ho nel cassetto da molto tempo. Chiuso nel cassetto in quanto tratta di un argomento che risulta desueto ai più. Quindi nulla di nuovo, seguendo l'esempio del buon Ivano Landi ho ripescato un vecchio scritto che ho adattato al gioco di Insieme Raccontiamo.

Il senso del racconto originale è stato stravolto per accentuare l'attenzione non tanto sullo scenario storico, ma piuttosto sulla difficoltà di chi convive con il dramma del''alzheimer. Spero che risulti comunque piacevole, va da sé che trattare certi argomenti richiede più approfondite analisi che il semplice giocare con le parole di uno scribacchino qualunque. La fantasia viaggia, e ognuno approda ai lidi che la sorte gli destina. 
Quando la memoria delle cose svanisce, è come se ogni giorno fosse un giorno nuovo, alle volte tenebroso, oppure caldo e confortevole, sicuramente chi non ha più memoria è come se ci aspettasse ogni giorno, e ancora, ancora, spesso sorpresi nel non riconoscere chi gli sorride e gli offre una mano tesa.
 Dedico questo inutile post agli amici e alle amiche che potranno ritrovare elementi malinconicamente noti nelle righe sgrammaticate che seguono:

L'incipit di Patricia

Odore di muschio. Di foglie in decomposizione.
Nel bosco, sotto a quel guazzabuglio di querce olmi e acacie, alte da sembrare volerlo solleticare e spesso da oscurarlo, il cielo era sparito.
Si chinò ad annusare lo stesso odore di allora quando....


Il mio finale


… improvvisamente un rumore lo fa voltare. Di nuovo i ricordi.

Quella mattina d'autunno del 1944, diciassette anni, la corsa forsennata, la paura. Il rumore di rami calpestati e il volto giovane del tedesco. Si fissano. Occhi negli occhi. Armi puntate, ma immobili. Nello sguardo dell'altro il suo stesso terrore. Poi lo sparo, il tedesco che cade senza un lamento. Giorgio lo aveva raggiunto, vista la situazione era intervenuto.
«Belina, cosa fai? Rimaniamo imbottigliati dal rastrellamento, corri dai, corri cazzo …»

Di nuovo il presente. Era solo una lepre. Tutto è confuso, ha perso l'orientamento, non sa nemmeno perché si trova lì. Sente lo stomaco contorcersi dall'ansia.
Altre urla. Grida di voci familiari.
« Nonnoooo!»
«Papàaaa!»
Un ragazzino si avvicina ansimando, gli prende la mano in silenzio. Il vecchio lo lascia fare. Lo guarda mentre il giovane posa la testa sul suo torace stringendolo forte.
Un uomo si avvicina, non lo riconosce ma quel volto gli da sicurezza.
«Tutto bene papà. Ti sei solo perso. Ora siamo qui. Torniamo a casa.»








© 2016 di Massimiliano Riccardi

venerdì 22 luglio 2016

Raccontare, scribacchiare, ricordare. Ennesime facezie sgrammaticate




Raccontino estivo.


Mi sento sfiorare la pelle, un tocco leggero. Apro gli occhi, non perché stessi dormendo, ma piuttosto scocciato dall'immobilità obbligata. Una buona scusa la carezza involontaria del mio bambino. Il letto matrimoniale, per quanto grande, diventa una gabbia se ci sono quasi 30 gradi e l'umidità ti stringe la gola. Alzo il capo e vedo al di là del corpicino di mio figlio il sorriso di mia moglie. Dico sorriso ma in realtà non posso saperlo, è buio. Non posso farne a meno, la immagino sempre sorridente. Accogliente.
«Non dormi?»
«No amore, che palle … »
Bisbigliamo, se il delinquente minorile si sveglia è la fine. Quando apre gli occhi anche la notte più buia diventa una giornata in piena ora di punta, per noi che ci alziamo alle cinque e mezza è la fine.
« Ancora quei pensieri?»
« Anche, sì. Sono stanco, sarà per questo. Cazzo. Sono passati venticinque anni, alle volte mi sembra di essere ancora lì.»
« Non so come aiutarti. Posso solo esserci.»
«È già tanto. È tutto per me. Ti amo.»
Con cautela mi alzo da letto, metto i cuscini di traverso sul bordo per evitare che il bambino rotolando cada. Lei non mi segue, capisce che voglio stare solo. Lei capisce sempre. Capisce cose di me prima ancora che io stesso le possa realizzare.
Vado in cucina e aprendo il frigo rimango imbambolato a guardare la luce, mi ferisce gli occhi, strizzo le palpebre ma non distolgo lo sguardo, ho bisogno di quel dolore.
Sono stati giorni intensi, le ultime notizie parlano di un colpo di stato in Turchia. Ogni volta è la stessa storia. Colpi di cannone, spari, esplosioni, mi riportano a vecchie detonazioni, antiche urla, vociare di lingue slave. Fantasmi.
Non è cambiato nulla. Non cambierà mai nulla.
Non ho svegliato il bambino ma il canarino sì. Il suo canto mi scuote e mi mette in allarme. Copro la gabbietta con un panno e chiudo il frigo. Mi siedo, illuminato dalla sola lucina della cappa del forno, sorseggio una bibita. Una coca sgasata. Molto appropriata, visto l'umore.
Non tento nemmeno di contrastare la marea montante dei ricordi, ho imparato con il tempo che basta lasciarli fluire perché se ne vadano da soli.
Non voglio mettermi a scrivere, di solito in notti come queste lo faccio, ma l'ansia del turno mattutino che mi aspetta non lascia scampo.
Torno ad aprire il frigorifero per riporre la bottiglia. La luce non mi ferisce più gli occhi. Mi sono abituato. Già, non è forse così per tutte le cose? Il tempo trascorso, la distanza, sono cure formidabili, ci si abitua a tutto.

O forse no.




© 2016 di Massimiliano Riccardi