scrivere per vivere vivere per scrivere

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La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. (René Descartes) ****************************************************************************************************************** USQUE AD FINEM

lunedì 10 ottobre 2016

Di scrittura, giudizi e altre facezie




Qualche giorno fa su blog "Appunti a margine" di Chiara Solerio è uscito un post molto interessante dal titolo Il rapporto tra autore e personaggi - la sospensione del giudizio. Proprio perché trattava una tematica che mi interessa molto ho deciso di intervenire con un commento. Come spesso capita al sottoscritto è venuto fuori un vero e proprio torrente di parole che ha obbligato blogspot a difendersi rifiutando l'inserimento se non a costo di frammentarlo in almeno tre parti. Naturalmente ho optato per la soluzione più divertente per me: ne ho ricavato un vero e proprio post.
L'articolo di Chiara partiva da un assunto ben preciso, a me ha fornito il destro per ulteriori osservazioni legate anche al mio vissuto quotidiano. Ovviamente si tratta di considerazioni personali e come tali del tutto opinabili. Qui sotto riporto quello che avrebbe dovuto essere il mio commento.

Quello della sospensione del giudizio è un argomento non da poco. Attiene  alle relazioni umane come alla scrittura. Nei primissimi anni 90' incominciavo gli studi per poter svolgere la professione che ancora oggi mi permette di vivere, appresi un concetto che sino ad allora era soltanto una parola come tante: empatia.
Termine abusato, usato troppo spesso a sproposito, per mille motivi contraddetto dagli stessi atteggiamenti di coloro che se ne fanno promotori e fautori.
Ovvio che nel mio campo l'empatia deve avere necessariamente un riscontro pratico, non può essere soltanto un concetto acquisito o una banale nozione. 
Per rendere più snello il ragionamento, e per non risultare banalmente didascalico, possiamo dire che l'empatia è quello stato che ti permette di ascoltare il tuo interlocutore, percependone le emozioni, i drammi o le gioie, come se fossero le tue. Bada bene, sottolineo il "come se". Fondamentale. Difficile.  Vale anche per i personaggi  di un romanzo, a meno che non si desideri dar voce a un'evidente presa di posizione. 

Dunque, dicevamo empatia, ascoltare le emozioni e i sentimenti "dell'altro da me" senza che diventino le tue, percepire il dolore senza soffrirne a tua volta, ascoltare le paure dell'altro senza provarne tu stesso.
Impresa titanica ti garantisco, nei fatti è un processo molto difficoltoso, la realtà ha talmente tante variabili che è spesso difficile applicare le teorie sino al giorno prima solo lette e studiate.
L'empatia come confine fondamentale tra la simpatia e l'antipatia, anzi, la totale esclusione di ogni attitudine affettiva personale, banalizzo ma è per far capire. Ascoltare l'altro astenendosi dal giudizio, entrare nella sua visione senza esserne coinvolto. Una sorta di ascolto non valutativo e giudicante ma comprensivo nel senso più puro del termine.
Immagina l'approccio terapeutico di un caso limite: io ho bisogno di raccogliere più informazioni possibili su di un paziente che ha una formazione culturale totalmente diversa dalla mia, ad esempio un mussulmano praticante, con abitudini alimentari diverse, un concetto di società agli antipodi con il mio, a quel punto? Come posso ascoltare quello che ha da dirmi senza essere preda del mio sentire? Senza essere vittima del mio giudizio o pregiudizio? Posso solo ascoltare dimenticando chi sono senza però annullarmi, ascoltare il suo disagio senza provarlo io stesso, a quel punto cercando di instaurare un processo empatico, posso pianificare tutto quello che è il mio agire da professionista adattando le mie risorse alle necessità del paziente. Quindi via i "qui si fa così", via i "che cazzo di modo di vivere", via tutto ciò che non attiene alla pura e semplice comprensione dei bisogni dell'altro. Astensione dal giudizio. Lasciar emergere quello che il mio interlocutore ha in sé, cercando di percepire esattamente la sua emozione. 


La mia risposta deve essere influenzata da ciò che posso fare per favorire il suo "star bene" senza giudicare i perché e i per come il paziente è in quella condizione. L'empatia come comunicazione non violenta che utilizza un linguaggio assertivo. Vale per tutti i "tipi umani", ho parlato del mussulmano perché a quanto pare oggi tentano di farci credere che sia un problema, ma il discorso vale anche per il contadino dell'entroterra ligure.
Non sono un vero scrittore e non ho esperienza, ma nel mio romanzo ho cercato di delineare i personaggi sulla falsa riga di quello che mi capita di fare tutti i giorni, non sempre con successo.
Ho lasciato che fossero loro a parlare, ho ascoltato le loro emozioni e quello che avevano da dire. Ho cercato di evitare di mettere in ballo quella che è la mia personalissima idea in merito agli argomenti trattati. Ho pianificato un tipo di narrazione dove le emozioni positive o negative sono slegate dal narratore, ma sono riconducibili solo all'agire dei protagonisti. Ovviamente non avevo nessun intento se non quello di dar voce il più liberamente possibile a dei personaggi, nessun piano terapeutico, nessuno scopo pratico da raggiungere.
Ci sono riuscito? Non lo so. Però ci ho provato. Forse, e dico forse, il miglior modo di scrivere (parlo di romanzi) è proprio provare ad astenersi dal giudizio e lasciare ai protagonisti della storia l'arduo compito di esprimere giudizi. Come in tutte le cose si va avanti per tentativi, si prova e si sperimenta. 
Vecchierelli, canuti e fragili, ci ritroveremo a raccontarci se alla fine saremo riusciti nell'impresa. Sarebbe già un grande successo esserci riusciti nella vita di tutti i giorni.

54 commenti:

  1. Mi pare che il tuo metodo di lavoro sia l'unico valido, quello che garantisce non il successo, ma una narrazione onesta. Come affermava Raymond Carver.

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    1. Ciao Marco, sì credo anche io, poi, come in tutte le cose, il rischio di predicare bene è razzolare male c'è sempre. In ogni caso ci si prova, suvvia. Senza la pretesa di scrivere il capolavoro della letteratura che tutti aspettano, mi accontenterei di essere un onesto narratore, un operaio scribacchino.

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  2. Mi hai ricordato quando il mio avvocato ci diceva che a noi non deve interessare chi è e cosa fa il cliente, ma solo trovare nella legge ciò che gli è garantito in base ai fatti. Nessun giudizio, nessuna opinione su scelte e stili di vita. Avete di fronte solo un soggetto al quale non possono essere negati determinati diritti, ci diceva. E questo è giusto, ma è una forzatura cui io non ho saputo sottopormi. Infatti ho scelto di fare altro! A me viene difficile scindere i due piani di intervento: quello umano e quello professionale. C'era un uomo che picchiava la moglie e noi dovevamo difenderlo. Lui, ovviamente, adduceva le sue motivazioni che potevano valere come scusanti o diminuire la responsabilità dell'azione, io continuavo a non ingoiare i lividi su quella donna. Lo so che a fronte di uno di cui la condotta criminosa è certa ce ne sono cento che hanno bisogno di dimostrare l'innocenza, guai se non ci fosse chi in questo può e deve aiutarli, ma io non avevo l'animus del buon avvocato, c'è niente da fare.
    Tutto questo per dire che hai ragione, lo sforzo è immane, non farsi coinvolgere è un'impresa ardua e io provo una sincera ammirazione per chi sa astenersi dal dare giudizi, purché i giudizi siano fondati. Quello che sottolineavo da Chiara, infatti, era l'errore di cadere nel pregiudizio che trovo sia cosa diversa. Io giudico se ho elementi per farlo, non so prescinderne, ma mai a priori sol perché non condivido una cultura o un modo di vivere.

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    1. Ciao Marina, sono sinceramente convinto che sia quasi impossibile astenersi dal giudizio in maniera del tutto spontanea. Siamo pregni di valutazioni personali, interessi, concezioni, gusti, sapori che appartengono solo a noi. Tutta la nostra vita è basata su scelte e valutazioni, più o meno consapevoli. Ho voluto affrontare l'argomento dal punto di vista meramente intellettuale, un artificio per così dire, dove per mettersi nella condizione di aiuto e favorire un rapporto costruttivo, alle volte è necessaria una forzatura che attiene non tanto all'abbassamento delle difese o al rinnegare i propri valori, ma piuttosto a quella condizione predisponente l'ascolto e la comprensione (non giustificazione). Situazioni professionali dove ciò è indispensabile e la narrativa, ritengo possano giovarsi di questo tipo di approccio. Credo che l'empatia sia stata enfatizzata nel modo sbagliato, ha acquisito una valenza filosofica quando in realtà è un mero approccio dialettico funzionale alla conoscenza del prossimo tuo. Apertura onesta, comprensione, conoscenza.

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    2. Questo è lo stesso motivo per cui io non ho voluto fare l'avvocato, sebbene mio padre lo desiderasse: a me piaceva il diritto penale (il civile e l'amministrativo non mi sono mai interessati) però questo mi avrebbe portato a difendere persone che vanno contro i miei valori e la mia etica, e non volevo farlo. Questo, tuttavia, non significa giudicarle: la compassione e il rispetto per l'essere umano vanno a prescindere. Le distanze si possono prendere (e io ne prendo tantissime, ogni giorno) anche senza provare disprezzo. E mi capita ogni volta che sento parlare di bullismo, di stalking, di omofobia: provo una profonda tristezza, un grande sconforto per ciò che il mondo è diventato, per questo agire violento e irrispettoso, ma anziché crogiolarmi nell' "odio" per chi fa certe cose osservo e studio il fenomeno cercando di comprendere cosa posso fare, nel mio piccolo, per innescare un cambiamento anche minimo, per migliorare un po' questa realtà che non condivido. Infatti, sto male quando qualcuno, per "difendere" le vittime di abusi, si augura la morte dell'aggressore e si lascia andare a parolacce e insulti, si sente giustificato a odiarlo: un giudizio con questo tipo di carica emotiva, purtroppo non mi appartiene, né mi apparterrà mai. Se interpreto una situazione lo faccio con buonsenso, e sempre con rispetto della dignità altrui, anche di quell'umanità con cui non riuscirò mai a sentirmi in sintonia.

      Ti faccio un esempio banale: io sono sempre stata contraria all'aborto, perché per me è omicidio, punto. Tuttavia, non mi sono mai permessa di dire che chi prende questa decisione un'assassina o un'irresponsabile perché riconosco che ogni persona ha la propria storia (il proprio karma) e delle tappe che è necessario percorrere, anche soffrendo, per far evolvere la propria anima. Stesso discorso potrei farlo per chi si droga, per chi fa film porno, per chi cerca di distruggere i colleghi: posso condannare il gesto, ma cerco sempre di comprendere la storia della persona, e di non disprezzarla a prescindere. Questo è il tipo di empatia di cui parlava Massimiliano.

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    3. Esattamente Chiara, l'empatia non è affatto "cessione di sovranità" o rinuncia ai propri valori.

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  3. Grazie per la citazione, Max. :-)

    Mi è piaciuto il discorso sull'empatia. Anche nell'ambito delle filosofie orientali se ne parla, a proposito della necessità di mantenere equilibrio tra compassione e centratura: la persona deve essere partecipe di ciò che gli altri provano, sentono e vivono, ma non assumersi la responsabilità del loro status, non farsi contaminare dalla loro situazione e dalla loro energia, altrimenti si va in (perdonami il termine occidentale) burn-out. :-)

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    1. La citazione è doverosa, la riflessione l'hai stimolata tu.
      In merito all'empatia, devo dire che dal punto di vista professionale è sicuramente efficace, per quello che riguarda la scrittura è esattamente "ascoltare" i personaggi, lasciare che siano loro a esprimersi, dove chi narra diventa fotografo, osservatore esterno non giudicante.
      Grazie Chiara per l'ottimo spunto di discussione.

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  4. Comunemente riesco ad essere empatica, immedesimarmi nella sofferenza o gioia altrui, ascoltare. Anzi, ti dirò che sono un'ottima ascoltatrice delle sventure altrui e mi capita di fare delle psicoanalisi spiccia. Non riesco sempre a sospendere il giudizio. Non è qualcosa che si impara né può scaturire da forzature. Accetto il comportamento e le scelte altrui ma non sempre mi riesce di non esprimere un parere a riguardo. Perché in fondo è di questo che si tratta, altrimenti ci limitiamo all'ascolto e bon. Un esempio: da circa un anno ascolto pazientemente l'evolversi delle vicende di una collega di scuola e amica. Sulle prime serviva farsi un'idea della storia, ascolti, ti esponi dando consigli richiesti. Poi comprendi che è un circolo vizioso, che le storie sono sempre le stesse, che avere dedicato ore (ore!) alla cosa non è servito assolutamente a nulla. Allora finisce questa sospensione e scatta il giudizio. E' una sofferenza sottile a volte l'amicizia.

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    1. Certo Luana, ovvio che non è possibile sospendere il giudizio, ti capisco bene, infatti ho ben specificato che per me si tratta di una pratica professionale, semplicemente ho tentato di riproporlo nella scrittura.

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  5. Il difficile è proprio mantenere l'equilibrio giusto senza sblanciarsi. Io non ne sono capace. Non troppo almeno.
    Chiara sopra parla di non farsi contaminare. Ecco, io non ci riesco!

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    1. E' difficilissimo Patri, difficilissimo, ma ci sono contesti dove è doveroso o almeno dovrebbe esserlo, per il resto ho solo detto che ho tentato di riproporre quel genere di empatia anche nella scrittura. Tu che hai letto il romanzo puoi dire se ci sono riuscito o meno.

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    2. Direi che non solo ci sei riuscito tu come autore ma hai fatto provare empatia anche al lettore. Tanto da restare a volte col dubbio che il carnefice sia più vittima che colpevole

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    3. Grazie Patri, mi si allarga il cuore. perché si chiacchiera si chiacchiera ma poi è a conti fatti che si vede se gli intenti si sono tradotti in risultati.

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  6. Post complesso, Max. Altro che facezie. L'unica lenticchia che mi gira nel cervelletto, mi consiglia spesso di non farmi coinvolgere. Mai che ci riuscissi. Però ci provo. Per fortuna (soprattutto vostra) non scrivo :-)
    Scusa la brevità ma a volte mi sento un pesce fuor d'acqua tra tutti questi paroloni ahahahah

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    1. Ma dai, piantala Mari, non mi sembra che tu abbia difficoltà in nessun tipo di argomento. Poi io sono un blogger ruspante. I geni sono altri, e lo rimarcano ben bene. Il complimento che mi hai fatto me lo becco tutto e me lo tengo però, grazie.

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    2. ahahah, il complimento che ti ho fatto te lo meriti tutto.
      Bacio.

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  7. Penso che quello che hai descritto così bene sia l'atteggiamento migliore da avere rispetto all'Altro, ovviamente conta provarci perché poi entrano in gioco altri fattori (ad esempio Luz ha toccato un punto dolente... chi si adagia o approfitta della capacità di provare empatia dell'altro).
    Per quel che riguarda la scrittura, non so dare alcun parere, da lettrice credo che i personaggi migliori siano quelli che parlano prima di loro stessi e poi del loro creatore (che c'è sempre, ma meno si vede, meglio è! Sempre che non voglia volutamente narrare di sé).
    La tua professione sicuramente ha contribuito a sviluppare una caratteristica, che però deve esserci stata a monte eh ;)

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    1. Assolutamente d'accordo con te, però vorrei sottolineare che non si tratta di un atteggiamento "buonista" (parola orribile ma molto di moda), vale anche nel recepire le sensazioni e le emozioni negative. In questo caso il comprendere "come se" è un valore aggiunto: non mi tocca il male che mi comunichi. Per il resto, in merito a quello che c'è a monte... boh, non lo so, sicuramente la predisposizione all'ascolto influisce.

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    2. Diciamo che a livello quotidiano è difficile che le persone non approfittino dell'empatia altrui, quantomeno per mie esperienze così è stato :P

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    3. Vero, capita. Spesso. Ma tanto, più che rimanere attaccati alla scarpa quando li calpesti...altro danno non possono fare. Tiriamo avanti Glò 😉😉😉

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    4. Mi limito a parlare della scrittura, e in questo sono d'accordo con Glò, mi approprio di un consiglio di qualcuno che era bravino con le parole: "Come regola generale, nessuno scrittore dovrebbe far figurare il suo ritratto nelle sue opere. Quando i lettori hanno gettato un'occhiata alla fisionomia dell'autore, di rado riescono a mantenersi seri." (E. A. Poe).

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  8. É un approccio fondamentalmente giusto che la tua esperienza professionale nell'applicazione del giusto grado di "empatia" col paziente ti permette di estendere anche alla fiction. D'altronde credo che uno dei motivi per i quali ci appassioniamo alla lettura di romanzi (o ai film, o ai fumetti) sia proprio per sperimentare in modo immaginario emozioni e personalità diverse da quelle che ci appartengono. Altrimenti, da un punto di vista logico, non avrebbe mica tanto senso appassionarsi a storie inventate che accadono a persone inesistenti...

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    1. Perfetto Ariano, non avrei saputo dirlo meglio. Il succo è questo, ne più ne meno. basta porsi in una "condizione di ascolto".

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  9. Trovare il giusto equilibrio è la chiave di tutto, ma non sempre è facile.
    Serena giornata.

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  10. Ti volevo ringraziare per aver inserito nuovamente il mio blog nella tua vetrina.
    Grazie di cuore!

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    1. Ciao Nick, è un piacere, a giro lo faccio per tutti, ma sei uno dei 2-3 che se ne accorgono. Sei un signore.

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  11. Ascoltare le emozioni ed i sentimenti dell'altro senza farsene sopraffare astenendosi da ogni giudizio..."a cuore aperto"...sembra facile ma non è cosi, almeno non per tutti perché implica impegno, attenzione e profondo rispetto nei confronti della persona che si ha di fronte.....putroppo per alcuni è molto più facile etichettare e non rispettare l'altro in questo modo c'è chi si sente più forte ma in realtà non lo è affatto.....

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    1. Assolutamente vero Francesca. Parli di coloro che sono la parte più miserabile della nostra società. Alcuni per interesse e quindi che agiscono con dolo, cattivi, altri, e sono la maggiorparte, per semplice pigrizia mentale. Questi ultimi sono i peggiori, sono gli accidiosi, gli stolti spettatori dello spettacolo umano che non si impegnano e seguono la corrente dei primi semplicemente perché si sentono comodi e al sicuro sotto l'egida della mediocrità. La schiuma, sono solo schiuma che bagna i piedi, quindi più visibili all'occhio di chi non ha ancora scoperto la bellezza dell'affrontare il mare con le sue onde oceaniche e le correnti capaci di portarti verso infiniti viaggi.

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    2. E' una tirata a qualcuno che conosciamo?

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    3. Anche Ro, anche. Ma tanto non capirebbero. Troppo convinti, tronfi.

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  12. Sono contento che hai deciso di scrivere uno splendido post invece di un commento ;-)
    Credo che un bravi autore debba lasciare al lettore i giudizi, sapendoli ovviamente un po' guidare: anche perché la morale cambia mentre un romanzo è per sempre ;-)

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    1. Grazie Lucius, hai centrato il punto. Mitico, Enciclopedico, Alessandrino, Lucius.

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  13. Caro Max condivido il tuo punto di vista, l'empatia è necessaria per potersi mettere nei panni dei personaggi ed evitare il giudizio nei loro confronti. Questo però non vuol dire che sia facile, a volte può essere una sofferenza, però fa parte delle piacevoli sofferenze emozionanti della scrittura.

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    1. Verissimo, emozionante e coinvolgente, riuscire in questa operazione è forse la parte più esaltante, la vera creazione, dai vita a dei personaggi, perché li hai creati tu, che diventano autonomi e indipendenti e ti ritrovi a fare il semplice cronista.

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  14. Per me è più facile sospendere il giudizio di fronte a un personaggio che vive solo nella mia mente, o che è vissuto tanto tempo fa (se si tratta di un personaggio storico) che non farlo con un essere umano in carne e ossa. Possiamo mettere all'angolo una creatura letteraria anche terribile, mentre nell'altro caso vengono coinvolti emozioni e cinque sensi, e non è per niente facile. Alla base però ci deve essere sempre il rispetto reciproco.

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    1. Assolutamente vero anche per me Cristina. Infatti parlo di un tentativo rubato alle metodologie relazionali del mio lavoro (sottolineando che non sempre sono vincenti). L'empatia come approccio olistico della vita credo appartenga solo ai santi. Ma come si suol dire, si punta all'eccellenza, se poi ci si ferma a mezza via siamo sempre sulla buona strada.

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  15. Io quando scrivo cerco di osservare senza mai giudicare, con le situazioni così come i personaggi. Trovo che sia anche una questione estetica: secondo me uno scrittore che giudica i suoi personaggi semplicemente scrive male.

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    1. Non scrivo libri ma condivido Silvia. Giudicare penso impedisca al personaggio di "essere" quello che dovrebbe. I pregiudizi dell'autore influiscono sul comportamento e le azioni che in un certo senso rendono vivo e umano il protagonista di un libro.

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    2. Grazie per i conforto Silvia perché è easttamente quello che penso io.

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    3. Cara Patricia è proprio così. Purtroppo è più facile non giudicare quando si scrive. Ma ci si prova anche nella vita di tutti i giorni.

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  16. Ho trovato sempre molto importante non immedesimarmi troppo nei miei personaggi, meno mi immedesimavo e più risultavano credibili. Corretto cercare di capirli, ma non diventare loro (o far sì che loro diventino noi!)

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    1. Giustissimo, Andrea. E' il senso dell'empatia , come dicevo nel post fondamentale è il "come se".

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  17. Io soffro di empatia cronica, la cerco a volte la trovo, poi mi sbaglio, ma sono affascinata e attratta da questa forma poi di affascinazione, che mi fa accostare talmente all'altro/a senza esserlo.
    Però ho notato che nelle mie crisi empatiche , caro dottore, spesso e volentieri sono dentro all'altro , penso e agisco come l'altro, senza minimamente spendere il minimo sforzo.
    Se divento empatica con un musssulmano ad esempio per essere in tema.... , non ho nessuna difficoltà a seguire i suoi usi e costumi(ma questo forse mi capita per tutti quelli che mi stanno simpatici anche senza essere empatici)
    Trovo l'empatia un grande dono, io figlia unica è come se trovassi tanti fratelli e sorelle da farmi sentire meno sola.
    Io e te siamo empatici, direi sicuramente di si!
    E beccati questa per finire!
    Baciottone del fine settimana!

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    1. E meno male Nella, perché io ho una grande stima di te e del tuo lavoro. Quando racconti dei tuoi viaggi e delle cose che hai visto e vissuto mi sento piccolo piccolo. Considera ricambiato il baciotto di fine settimana, eccome se lo ricambio.

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    2. Sei grande di statura e di fatto ed io con le mie avventure sono solo un piccolo Gulliver..
      Bacionissimo della notte!

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    3. Va la, va la, vorrei aver visto io che cose e i personaggi che hai visto tu.
      Un bacione anche a te Nella.

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  18. Si direbbe un'impresa titanica, considerato che oggi, dovunque ti guardi, c'è qualcuno che ti istiga all'odio verso il prossimo. Telegiornali, social, chiacchere nei bar... tutto sembra studiato a tavolino per fare a pezzi il diverso.

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    1. Vero Tom, verissimo. Nella pratica quotidiana è veramente difficile. Alle volte verrebbe voglia di chiudersi in casa e non uscire più. Ci si prova per un minimo senso del dovere (parlo di lavoro), e in letteratura si utilizza per conoscenza acquisita. E' pur vero che, come dici tu, è un'impresa titanica.

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  19. l'empatia non è un dono è una conquista faticosa e pericolosa perchè spesso se non si è veramente capaci di gestirla si rischia di " entrare nell'altro" e di non riuscire più a definire i limiti della propria "compassione".
    Tu credo che ci sei riuscito perfettamente nel libro perchè abituato ad un esercizio quotidiano che in questo tuo intervento hai così ben descritto
    flora ( amica di patricia)

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    1. Ciao Flora, grazie per le belle parole. Mi ricordo di te, perbacco. Ci siamo sentiti anche via mail quando hai voluto raccontarmi delle tue impressioni su Joshua. Un salutone.

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