scrivere per vivere vivere per scrivere

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La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. (René Descartes) ****************************************************************************************************************** USQUE AD FINEM

giovedì 24 marzo 2016

Oggi è il mio compleanno, regalo anticipato



Cari amici Blogger, cari visitatori,
vi chiedo un regalo, un regalo grande perché porterà via dei minuti preziosi al vostro quotidiano. Questo è un momento molto particolare della mia vita, per mille motivi. Chi non ha casini personali o familiari in ballo? Ma come è giusto, ognuno pensa ai suoi. In un giorno particolare dove alternavo pensieri foschi a pensieri rabbiosi, mi arriva inaspettato un dono, un dono tanto più prezioso proprio perché tocca il mio lavoro di scribacchino. Una blogger mi invia il link a un suo post dedicato a Joshua. L'ho letto con il fiato bloccato a mezza via, emozionato, commosso e consapevole di aver trasmesso qualcosa. Ho immaginato me stesso mentre scrivevo capitolo per capitolo, ho rivissuto le emozioni, la fatica della narrazione, le ricerche per decontestualizzare la storia. Ebbene, quello che ho letto credo ripaghi ampiamente le difficoltà che uno scrittore esordiente incontra. Non parlo di fama, premi, riconoscimenti, parlo di vicinanza e contatto con il lettore. Parlo di quella cosa che Foscolo chiamava " corrispondenza di amorosi sensi ".

 Ora… perdonate questo post così smaccatamente auto celebrativo, perdete qualche secondo e leggete la recensione che la blogger Pinkg ha scritto per il mio romanzo, la trovate QUI. Poi, vi prego, lasciatemi un vostro parere, e ditemi se non si tratta del più bel dono che chi ama scrivere possa ricevere. Intanto grazie Fabiola (Pinkg) per la bellissima e toccante recensione, e grazie a tutti coloro che lasceranno qui le loro impressioni.


© 2016 di Massimiliano Riccardi

sabato 19 marzo 2016

Post inutile. Facezie sull'esserci e sul viaggio



Fermo sul ciglio della strada.
L'auto parcheggiata, indifferente. Intorno a lui solo il suono delicato della brezza e il chiacchiericcio invadente degli uccelli, disturbati dalla presenza dell'uomo. I colori e il sole della toscana. Colori pastello e profumo di terra argillosa, poi, come promemoria del divino, quegli alberi dalla chioma stretta e affusolata che caratterizzano il paesaggio.
L'uomo ha chiesto di potersi fermare. È assalito dalla paura, oppure vuole solo prendere tempo. Sua moglie lo guarda silenziosa. Un silenzio che da forza, non è una presenza passiva, anzi.
Si accende una sigaretta e guarda le spirali di fumo confondere per infinitesimali istanti i contorni dell'orizzonte.
È un giorno importante, è l'inizio di un viaggio programmato nel cuore da una vita. Deve andare da suo padre.
Deve.
Un padre che non è più padre da oltre quarant'anni.
L'uomo non si aspetta risposte, non cerca vendette o regolamento di conti. Vuole solo toccare con mano quella parte di anima sfilacciata e inconsistente che ha comunque occupato tanta parte del suo io profondo.
Un viaggio che vale una vita. Non una meta. Una tappa importante per proseguire in  un percorso ancora più lungo. Ci vuole coraggio. È un viaggio necessario. L'uomo è a sua volta padre. Deve chiudere il cerchio. Deve poter guardare i suoi figli certo di non aver lasciato sospesi con la coscienza.  La sua fragilità e il senso eterno di provvisorietà saranno trasformati in baluardi a difesa dell'amore che sente di poter dare. Cercare qualcuno che non c'è più stato per imparare a esserci, esserci sempre. Non vuole spiegazioni, vuole solo imparare a dare risposte. Vuole essere un padre migliore,  ha bisogno di guardare negli occhi chi ha scelto di non esserlo. Senza rabbia, senza rancore, ha superato da tempo quei sentimenti. Vuole solo risentire quella voce, vuole solo  pronunciare ancora una volta quel nome, il nome di colui che gli ha insegnato tanto con la sua assenza. Lezione dura e spietata. Utile.
Si volta a guardare la sua donna, senza una parola lei poggia la mano sul suo petto e gli sorride. Lui risponde al sorriso con un abbraccio altrettanto silenzioso.
Salgono in macchina. Il viaggio prosegue. Con i colori e gli odori della toscana a stimolare i sensi. Sempre avanti. Ancora avanti. Con una nuova consapevolezza.





Non c'entra nulla con il racconto, o forse sì, nella foto qui sotto uno dei regali più belli che ho ricevuto nella mia vita. Un dono per la festa del papà del mio pupone di quattro anni, ci ha messo impegno, bello vero?


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Con questo post ho deciso di partecipare alla bella iniziativa di ISPIRAZIONI & Co. - Viaggi promossa dal Blog Squitty dentro L'armadio.
QUI il link della lista generale dei partecipanti, e QUI il link del blog di Squitty dentro l'armadio








© 2016 di Massimiliano Riccardi

lunedì 7 marzo 2016

Il signor Rossi nel Far West, caxxeggio semiserio, pseudo storico... insomma, semi pseudo

                                                                            I Magnifici sette di Poggibonsi



Con questo post voglio fare una piccola digressione rispetto al tenore intimistico che ha preso ultimamente il blog. In fondo, spesso ho parlato  di libri, cinema o quant'altro che non siano i deliri che giustamente definisco "inutili".

Nel nostro immaginario, e lo dobbiamo prevalentemente al cinema,  il far west è popolato di pellerossa, di coloni anglofoni, di cowboy rigorosamente ammerikani originals, di "giacche blu" e cavalleggeri necessariamente di lingua inglese, dove al massimo, tanto per concedere qualche cosa al concetto che gli USA sono una terra di immigrati, troviamo qualche sergente O'Hara di origine Irlandese, rigorosamente caratterizzato per non offendere e per far divertire gli WASP (White Anglo-Saxon Protestant) che sono notoriamente permalosi ed egocentrici. E Mario Rossi? Ci sarà pure stato un Signor Rossi in mezzo a tutto quel marasma. Vi pare possibile che gli Italiani siano stati così timidi da non prendere parte all'epopea del west? Ma figuriamoci, che se ne sia parlato poco o quasi mai è un conto, che non sia mai successo… bè, questa è tutta un'altra storia. Sti ammerikani, tzè.

Senza la pretesa di volere fare un'analisi storica dettagliata vi offro qualche notiziola, così, tanto per gradire.
Le prime tracce del nostro Mario Rossi le abbiamo già ai tempi della guerra di secessione americana, tanto per parlare di fatti stranoti e conosciuti ai più. Alcuni esempi: negli archivi storici militari è documentata la presenza di molti soldati e ufficiali di origine italiana, la gran parte appartenenti all'ex esercito Borbonico disciolto, questo grazie all'amicizia del nostro Garibaldi con il generale Wheat (un volontario garibaldino, un avventuriero ex capitano dell'USA Army conosciuto durante le battaglie del Garigliano e l'assedio di Capua). Con l'approssimarsi dei venti di guerra nella madre patria, Wheat chiese a Garibaldi di poter arruolare prigionieri di guerra Borbonici da inviare nella sua Virginia per sostenere lo sforzo bellico dei secessionisti, fazione cui aveva aderito entusiasticamente. Posti di fronte all'alternativa di una lunga detenzione nel famigerato campo di prigionia di Forte Fenestrelle o altri campi altrettanto crudeli e abominevoli (si dovrebbe aprire un capitolo sulla sorte dei prigionieri di guerra Borbonici e sui trattamenti riservati loro dalle truppe sabaude, ma non è il momento, chissà in futuro), molti decisero di partire e continuare a fare i soldati sotto un'altra bandiera. E così partì un primo contingente di 189 veterani. Successivamente A partire dal dicembre del 1860, e per alcuni mesi del 1861, circa 1800 ex soldati borbonici furono trasportati a New Orleans con le navi Elisabetta, Olyphant, Utile, Charles & Jane, Washington e Franklin.   Furono tutti inquadrati in battaglioni.











Senza farla tanto lunga, perché gli episodi e gli aneddoti sarebbero tantissimi, voglio solo ricordare che si distinsero nella battaglia di Manassas (seconda battaglia di Bull Run), vinta dai secessionisti, dove il battaglione italiano, rimasto a corto di munizioni, combatté nelle ultime fasi tirando sassi e a colpi di baionetta mettendo in fuga i nordisti. Ovvio che ci furono combattenti anche tra i nordisti, citiamo tra tutti il 39° reggimento dei volontari di New York, conosciuto come  il Garibaldi Guards. 

 Ora alcuni nomi di liguri ricavati dagli archivi storici militari, tanto per dare sfogo alla mia smania campanilista: Giovanni Battista Vaccaro,  origini genovesi, appartenente alle truppe del Tennessee; Anatolio Placido Avegno, figlio di immigrati di Recco (Ge), fondatore del battaglione Avegno’s Zouaves della Louisiana, di cui divenne solo il comandante in seconda, per motivi razziali ovviamente, pur avendolo organizzato lui.


                                                                               
Abbandoniamo la guerra di secessione ed entriamo nel vivo dell'epopea del selvaggio west. Uno degli episodi più famosi è quello della battaglia di Little Big Horn. Toro seduto, il generale Custer, il settimo cavalleria, ricordate? Ebbene qui la trama si infittisce. Come dicevamo … ma le giacche blu erano tutte alte bionde e con gli occhi azzurri? Al massimo, se si vuole ammettere che ci fossero degli stranieri, erano solo di origine irlandese come il vecchio buon sergente O'Hara tanto amato negli innumerevoli film dell'altrettanto buon John Ford? Mah, vediamo un po' alcuni nomi: Giovanni Martini, di Salerno, cavalleggero formidabile, colui che Custer mandò a chiedere aiuto a Reno, scampando così al massacro di Little Big Horn per opera dei guerrieri di Toro Seduto; il Conte Carlo di Rudio, (qui ci vorrebbe un intero capitolo dedicato a lui, ma non c'è spazio), piemontese, eroe del risorgimento, partecipò anche all'attentato contro Napoleone III°, seguendo lo spirito avventuroso che lo caratterizzava fini, dopo mille peripezie, come tenente del 7° cavalleggeri nelle squadre del capitano Reno; Felice Vinatieri, torinese, trombettiere; Augusto DeVoto, genovese, sepolto nel cimitero della cavalleria di Tacoma nello stato di Washington; Giovanni Casella, di Roma; Francesco Lombardi, Napoli. E poi? E poi centinaia di nomi di Italiani che si udirono nei territori di frontiera ma che non sentirete mai in un film western. 


















Sarebbe bello continuare, forse ci sarà un seguito se questo post riscuoterà gradimento, per ora mi fermo,  credo che chi si sia cimentato nell'ardua impresa di leggere questo articoletto abbia già il latte alle ginocchia. Nevvero?


Concludo con uno strano Italiano, un Italiano che all'epoca dei primi pionieri, siamo nel 1836, risalì da solo il fiume Mississippi arrivando alle attuali praterie del Minnesota. Un italiano che a bordo di una canoa, armato di un ombrello rosso e indossando una tuba (racconta lui stesso che questo abbigliamento gli servì inizialmente per apparire agli indigeni un matto innocuo), fece un resoconto dettagliato delle sue avventure con i pellerossa, delle cacce al bisonte cui partecipò, descrisse la natura incontaminata. Compilò dei resoconti così dettagliati sulla "nuova frontiera" da diventare materiale di studio per la Smithsonian Institution. Si appassionò così tanto alla causa dei Nativi Americani che ebbe un violentissimo scontro verbale con l'allora Ministro della Guerra Henry Knox, così violento che fu espulso dal territorio degli Stati Uniti e dovette rientrare in Italia.  
Questo Italiano era un aristocratico di Bergamo, tale Giacomo Costantino Beltrami. Colpì così profondamente le coscienze americane che quando il MInnesota divenne Stato, gli fu dedicata una contea. Se vi capita di passare da quelle parti visitate la Beltrami County, vi garantisco che lì non siamo conosciuti solo per la pizza e il mandolino. 
Bene, la digressione finisce qui, per ora, forse, chissà.

Spero di avervi intrattenuto piacevolmente, come mi auguro che il mito della mia infanzia nella foto qui sotto non si sia arrabbiato troppo.





© 2016 di Massimiliano Riccardi

mercoledì 2 marzo 2016

Post inutile, facezie sull'incomunicabilità e l'amore


Vi propongo un racconto. Ma è solo un racconto?
Forse.
Chissà


«Possiamo parlare?»
«Certo che possiamo, sempre. Lo sai.»

È iniziato tutto così. Ti siedi di fronte a un adolescente che ti guarda con occhi nervosi, quasi febbricitanti. Lo capisco bene lo sforzo immane che gli è costato fare una richiesta del genere. È difficile aprirsi. È difficile aprirsi con me, non sono suo padre, sono quello che si impone, dà le regole. A parer suo senza averne il diritto. Incomunicabilità.
Apparentemente.
E ti racconta.
Un modo strano di raccontare. Tutto esce fuori con violenza, vibrante, tremante, angosciante. Come un conato di vomito che ti scuote le viscere. Nelle parole c'è durezza, malinconia, rabbia, richiesta di aiuto. La brutalità selvaggia della gioventù. L'onestà della gioventù. Ti racconta di come è faticoso vivere. Di come si sente solo pur avendo amici, famiglia, compagni di scuola. È una solitudine strana. È più un vuoto. Incolmabile. Un perenne stato di provvisorietà. Di attesa. Attesa di qualche cosa che non arriva mai.
Poi ti descrive le giornate lasciate scorrere via senza uno scopo, delle ore di apatia. Perché nella testa non c'è niente, niente sogni, nessun obiettivo. Inerzia, bulimia. Poi ti dice che nei periodi che non è qui con noi e sta a casa con suo padre, passa il tempo sdraiato sul divano a farsi canne su canne, e a bere. Senza piacere, senza gusto. Non riesce nemmeno più a provare divertimento, benessere, senso di pace. Quando è solo in casa le sue giornate sono così, quando c'è suo padre vivono uno in una stanza e uno nell'altra, senza parlare. La vicinanza c'è, ma le cose non dette hanno uno spessore quasi doloroso, come fossero un paraflutti che colpisce il molo. A quella cazzo di banchina non ti avvicini mai del tutto. È doloroso il contatto, c'è sofferenza. Il silenzio fa male.
Io lo guardo, attento a non interromperlo. Scalpito, ma è necessario non frenarlo. Vedo i suoi occhi lucidi. Viene da piangere anche a me. Mi faccio violenza e non mi lascio andare. Adesso non è importante quello che provo io.
Mi dice che in questi ultimi mesi ha pensato molto a me. Alla rabbia che ha provato per le imposizioni sugli orari, sugli obblighi legati all'aiutare la mamma, il fratellino. All'odioso obbligo di dedicare ore allo studio. Mesi in cui per sua scelta ha deciso di non venire più da noi, di stare da suo padre, di fare il cazzo che voleva senza controlli. Mi trattengo dal dirgli quanto male ci ha fatto, quanto dolore ha provocato alla sua mamma con i suoi continui rifiuti e le comparsate solo quando aveva bisogno di cose, soldi o quant'altro. mi trattengo. Non è importante, adesso.
Io gli rispondo che tutto ciò è comprensibile, che però il legame tra noi c'è, che le liti e le brutte cose che si dicono nei momenti di rabbia hanno poco valore per me. È una cosa che da giovani è difficile da comprendere. Quando si è ragazzi è tutto nero o bianco. Gli dico che il legame con chi si ama c'è sempre e non si interrompe semplicemente a causa delle incomprensioni.
Inaspettatamente mi dice che io sono un gran rompicoglioni, un rompicoglioni a livelli mondiali. Lo dice sorridendo. Mi dice che si sta perdendo, che ha paura. Mi racconta che le giornate di assoluta libertà si traducono in inerzia. Mi chiede di poter tornare più stabilmente con noi. Mi dice che sono uno scassa cazzi perché, alle volte, i padri devono esserlo. Me lo dice cambiando il tono di voce, con una profondità che mi scuote. Mi dice che odia i mezzucci che ha sperimentato per dare un senso alle sue giornate. Che non ha bisogno delle canne o delle birre. Mi dice che ha bisogno di cenare chiacchierando del più e del meno, che ha bisogno di sentirsi rompere le palle dal fratellino pesantissimo, dalla mamma che si impiccia delle sue amicizie e di chi frequenta. Mi dice che ha bisogno che gli vengano rotte le palle perché non studia, perché non si rifà il letto. Mi dice che ha bisogno di essere così importante per qualcuno da voler perdere del tempo nell'occuparsi di lui. Mi dice che ha bisogno di qualcuno che si incazza quando sgarra. Vuole far parte di qualcosa. Vuole esserci. Vuole fare.
Poi quasi a voler stemperare tutta quella valanga di emozioni mi racconta di un ricordo legato alla mia passione per i libri che ho cercato di trasmettergli sin da quando era bambino. Di come ha ripensato alle menate che gli procuravo quando sottolineavo che è necessario dare un nome alle cose, è necessario dare un nome alle emozioni. È necessario conoscere nuovi tipi di linguaggio. Come sia importante confrontarsi con il pensiero e le esperienze di chi ha vissuto prima di noi. Che un cibo non è solo buono o schifoso, ma che può essere gradevole, gustoso, stuzzicante, insipido, stomachevole, saporito, può essere tante cose. Che ha capito di aver bisogno di conoscere più parole possibili, per essere in grado di dare un nome a quello che ha nel cuore e che lo schiaccia. Lo guardo e mi immagino il ponte levatoio che si abbassa, le guardie sulla cinta muraria che si ritirano in buon ordine. Rimaniamo per un po' a guardarci negli occhi, non ci tocchiamo, ci guardiamo e basta. È così perché io sono un orso e anche se vorrei abbracciarlo mi riesce difficile farlo, e lui perché …  è come me. Non importa.
È un inizio, un nuovo inizio.
Forse.

Chissà.


© 2016 di Massimiliano Riccardi