scrivere per vivere vivere per scrivere

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La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. (René Descartes) ********************************************************************************************** USQUE AD FINEM
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sabato 13 maggio 2017

Padri e figli



Tentativo di narrazione. Forse per un racconto lungo da inserire in una raccolta, oppure parte di un romanzo con attinenza in fase di progettazione. Boh, bozza nuda e cruda esposta al pubblico giudizio. Nulla di definitivo, tutto ancora da scrivere, correggere e migliorare... o cancellare.


… Riesco a immaginare la tua rabbia, ma ancora di più il tuo smarrimento. Perché di questo si tratta, in fondo. 
La violenza è spesso figlia della desolante paura di chi si sente in balia del mondo. C'è un confine, sottile ma profondissimo, che separa l'umana coscienza dall'animalesco dibattersi annichiliti dal terrore.
Dicevo di essere in grado di capire, ed è vero. Sono io stesso il risultato di quelle paure e turbamenti. Non ho dimenticato cosa significhi l'incertezza, il senso di inadeguatezza di fronte a una vita che si rivela piena di incognite.
Quando si è giovani esiste solo l'assoluto. Tutto ti schiaccia o ti esalta.
Tutto scorre, anche questo è vero. Non voglio però sminuire la questione raccontandoti che il tempo aggiusta sempre le cose.
Occasionalmente ci sentiamo come aggrappati a un masso mentre il turbinare delle acque ci passa sopra. Ci attraversa. Urliamo al cielo, non necessariamente per chiedere aiuto. Spesso semplicemente perché non vorremmo essere lì, non ci interessa nuotare e navigare quel fiume. Il desiderio di salvezza ci è estraneo. Ed è un urlo doloroso, che spacca i polmoni e risucchia i visceri, rende sordi. 
Sì, può capitare di desiderare il nulla. Non esistere. 
In questo non posso aiutarti. Io, se scaraventato sul ciglio del più profondo dei precipizi cercherei di restare aggrappato anche al più aguzzo e tagliente spunzone di roccia. Sono fatto così.
Ho osservato il tuo volto e ascoltato ciò che avevi da dire, più che fare attenzione alle accuse vomitate e alle parole dette con la bava alla bocca mi sono soffermato sul suono soffocato delle ultime sillabe, sullo scricchiolio della gola che cercava di deglutire, sulla sofferenza che c'era nelle vocali spezzate pronunciate, sul lamento monocorde e quasi impercettibile che scuoteva il mio cuore tra lo spazio dell'ultimo suono udibile e il roteare dei tuoi occhi che avrebbero voluto piangere, dire altro. C'era speranza inconfessata nei tuoi gesti. A questo mi aggrappo.
Avrei voluto abbracciarti. Non l'ho fatto. Ho lasciato vincere il tuo rifiuto. Ho scelto di essere odiato. Mi sono fatto agnello sull'altare di qualche dio bastardo che chiede sangue. Ora hai bisogno di questo? Ebbene io te lo offro. Usami come valvola di sfogo per tutta la desolazione che porti nel cuore.
Io ti sono padre. Il tuo dolore è il mio.
Non puoi capire adesso, lo so. Ora madre e padre hanno la consistenza di quella polvere maledetta che ti distrae da te stesso. Quello che non capisci è che mille volte verrai abbandonato e altre mille ritroverai quei genitori artificiali e infami che ti guardano beffardi, illusioni di benessere chimico. Oppure lo sai bene, e questo è il tuo modo per gridarci in faccia quanto siamo stati inadeguati con te. Allora che odio sia. Prenditela con me, non distruggere ciò che sei e che potrai ancora essere.
Se far parte della tua vita comporta ricevere sputi in faccia, allora ben vengano, se dare il mio nome al tuo furore è necessario per trovare una strada, fallo. Io ci sono, anche da lontano. Io ti sono padre. Ho le spalle larghe e le braccia forti, posso abbracciarti senza nemmeno toccarti. Si chiama amore.



© 2017 di Massimiliano Riccardi

lunedì 3 aprile 2017

Inutili facezie. Cazzeggio in merito ai colori della nostra vita


Il blog è fermo da circa un mese, pazienza. Nessuna analisi da proporre, nessuna disamina sui massimi sistemi. Propongo soltanto un paio di riflessioni nel mio consueto modo sgrammaticato. Armatevi di pazienza e comprensione e vogliatemi bene. È stato un periodaccio 😃
Giornate intere passate a fare cose, risolvere problemi. Può capitare anche, ad esempio, di tornare a casa dopo dodici ore di notte trascorse a sentire urla, contenere gli impeti di un anziano che perde il senno a causa dell'ospedalizzazione, tranquillizzare un giovane uomo terrorizzato perché colpito da infarto. Ore passate a "fare cose", interminabili ore. Somministrare farmaci, combattere contro la voglia di urlare a causa dell'allucinante e ipnotico cicaleggio dei monitor, delle pompe infusionali che si bloccano e chiedono attenzione come se fossero vive e in grado di chiamarti. Sempre con gli occhi sulle tracce elettrocardiografiche attenti a eventuali modifiche. Tralasciamo il sangue, la merda, la morte, il dolore, la noia, la delusione, sono dettagli sempre compensati dalla consapevolezza di aver fatto tutto al meglio per la salute dei tuoi pazienti. Può capitare di essere stanchi di tutto ciò, cazzarola, la notte è fatta per dormire. 
Così si dice. 
Dentro di te c'è del buio, spesso e consistente, assonnato, puzzolente, rabbioso.
Torni a casa e il tuo nano è già sveglio, pronto per andare all'asilo. Inganna il tempo prima di incominciare la sua giornata. Vorresti soltanto andare a dormire, ma ti imponi di dedicargli del tempo. È giusto. Fa bene al cuore. Lo guardi.

Gesti minuti. Sguardi stupiti. Risate argentine. Gioia.
I movimenti sono goffi, senza un vero scopo preciso, così sembra. Manipolazione della materia, contatto con il reale.
Ti guardo giocherellare con le formine e i pennarelli. Sono stupito da come oggetti solidi e con uno scopo preciso si trasformino in mezzo per creare altro. I colori fluiscono come pensieri lasciati liberi, finalmente. C'è confusione e apparente disarmonia. L'improbabile è solo nei miei occhi di adulto, ovviamente.
Le immagini hanno un senso, alla fine. Figure di case, abbozzi di alberi, persone. È rassicurante per un adulto riconoscere qualcosa di famigliare.
Il flusso potente è però nei colori. Il rosso e il giallo, dinamico e caldo sfondo. Il tratteggio di nero che spicca lontano, come un confine violato dal resto della follia cromatica. Verde, arancione, blu, rosa, azzurro, e nuovamente rosso arancione e giallo. Arcobaleni che non hanno linea e direzione attraversano le immagini. Il vero senso del disegno, forse.
Scoperta. Speranza. Sogni. Fiducia. Tutto appare chiaro. Non c'è limite. 
Il foglio bianco sembra non essere in grado di contenere la marea montante delle emozioni. Spruzzi e sprazzi di colore tentano di lasciare la superficie. Non sono tratteggi timidi. Forzano lo spazio, lo superano. Travalicano l'ordine costituito dai bordi del foglio. Il fulcro del disegno è il centro. L'esplosione di cromatismi che si irradia. C'è senso di libertà in tutto ciò. Tutto appare possibile. In effetti, tutto è possibile quando si hanno cinque anni e i colori sono semplicemente particelle di anima, sentimento, risate e pianto. Pensieri che prendono forma e impalpabile lucentezza. Non c'è soddisfazione al termine dell'opera, c'è voglia di passare ad altro. Moto continuo, moto perpetuo. Voglia di esplorare, sperimentare, osare.
Vorrei avere la tua visione, ritornare a quel periodo dove tutto partiva dal centro, da noi stessi. Quando i confini erano ancora da definire, anzi, quando i confini apparivano qualcosa di sconosciuto. Prima che la vita, il lavoro, le regole, le convenzioni sociali, il "si fa così", ingabbiassero il naturale desiderio di essere un tutt'uno con la luce, l'aria, il sole, il cielo, la vita. Conserverò quel disegno, come tutti gli altri del resto, ma già catalogarlo e conservarlo è fargli torto. La tua tavolozza è molto più grande, quelli che conservo sono solo tasselli di un disegno più vasto. L'immaginifico e il concreto si confondono. Quello che è vero non è vero, e per questo ancora più reale. Non si tratta di semplice fantasia, c'è del lavoro dietro. La costruzione di un mondo che parte dal profondo e che attraverso il gesto di piccole mani ancora goffe, cerca di toccare altri mondi, infiniti mondi ancora da scoprire.

Luce.



© 2017 di Massimiliano Riccardi

giovedì 3 settembre 2015

Mille e una sera fa






Ho ripensato a certi giorni, per citare una canzone dei Nomadi che ci piaceva molto, a mille e una sera fa... dove tutto sembrava a portata di mano, dove la vita era soltanto una cosa da sbranare perché eravamo giovani e nulla sembrava impossibile. Poi, questa maledetta città. Questa città amata, con le sue bellezze e le atroci contraddizioni, ha inghiottito le speranze. I sogni sono diventati incubi.
I giochi di bambina si sono trasformati in polvere, la polvere è diventata fuoco. Fuoco che brucia le vene. Il viso bellissimo e il tuo sorriso radioso si sono oltraggiosamente trasfigurati in volto malato e smorfia di scherno. Derisione per la beffa che credevi di aver giocato tu al destino ma che invece ti si è rivoltata contro.
Ti sei aggirata dolente alla ricerca di un brandello di anima a cui aggrapparti. Non c'era più niente per te. La tua mano tesa è diventata fredda, gelida di morte. Poi, una notte, ci hanno chiamati. Era luglio, mille e una sera fa. Una voce distaccata e quasi infastidita. Molto professionale, ma capace di far scendere le tenebre dei lunghi inverni artici. Freddo inappropriato per la stagione, infatti non realizzai subito e mi soffermai a riflettere sul perché tremassi tutto.
Una notte strana, piena di stelle, che poteva essere una di quelle notti d'estate che non ti scordi mai più. 
Siamo venuti a vederti, per l'ultima volta. Stesa su quel tavolaccio avevi sempre il tuo sorriso beffardo. Non hai vinto nulla, hai solo potuto fuggire, ma forse, in qualche modo, ti sei ripresa la tua anima. Sei rimasta giovane: per sempre ventidue anni. Alla fine sei riuscita a farci l'ultimo tragico scherzo, ci hai fregato tutti. Hai raccolto le tue speranze, i tuoi sogni e hai incominciato un viaggio nuovo. In un posto che io non conosco. 
Ti odio. 
Ti voglio bene. 
Vaffanculo. 
Ci rivedremo.
Io adesso sono un po' più vecchio, ma sono dettagli.




© 2015 di Massimiliano Riccardi