scrivere per vivere vivere per scrivere

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La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. (René Descartes) ********************************************************************************************** USQUE AD FINEM
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venerdì 14 settembre 2018

A volte ritornano, può capitare. Ubi bene, ibi patria

                                                         Sempre pronto a spararle grosse



Ci sono momenti che richiedono quiete, delicatezza. Non è possibile pretendere che siano altri a farsi carico dei tuoi stati d’animo, allora è necessario lavorare sul proprio piccolo spazio di cuore incontaminato. Già, perché quando tutto diventa difficile e complicato, quando la vita ti presenta il conto nel modo più duro e pesante, non rimane che trovare la forza in se stessi.
Credo sia impossibile guardare oltre se prima non ci si è guardati dentro.
Operazione difficile, mi rendo conto. Spesso l’introspezione è pura illusione, mediata da fatti contingenti che distraggono da una reale analisi, disturbata dagli istinti primari di conservazione che impongono una reazione a condizioni esterne avverse.
A fatica, lentamente, è però possibile cogliere ciò che spesso il giudizio, o il pregiudizio, rende soltanto apparentemente chiaro, e cioè che “non c'è nulla di buono o cattivo al mondo se il pensiero non lo fa tale”.
Il nostro amico Guglielmo il bardo perdonerà la citazione😉
Alla fine, i triboli della vita sono una delle ennesime sfide da affrontare. Soltanto questo.
Non voglio dilungarmi troppo, mi rendo conto di aver annoiato abbastanza l’improvvido lettore di queste poche righe (eeh, bisogna interrompere la lettura subito, dalle primissime parole che anticipano pistolotti dai toni ieratici, mi spiace😉 ).
Non ho utilizzato questo preambolo “orchioclastico”😂😂  per giustificare la mia assenza dal blogging, so bene che tutti voi potete comprendere la necessità di dedicare tempo alla vita reale quando è necessario. Il mondo virtuale rientra nella categoria del superfluo.
Tant’è, e qui casca l'asino, la voglia di scrivere sul mio blogghetto mi stuzzica da qualche giorno. Non trovando argomenti abbastanza illuminanti, ho rubato l’idea a un amico blogger, un tal Anfuso chiamato Salvatore (nomen omen), ho preso un vecchio raccontino scritto qualche anno fa qui su queste pagine e l’ho pubblicato sul sito de “il mio libro”. Credo che possa piacere al lettore occasionale. Premetto che non c’è nessun intento competitivo, soltanto il desiderio di tornare a essere letto e di ampliare i confini del blog.
Se avrete piacere e voglia, cliccate sul link che vi indirizzerà al raccontino, breve brevissimo, intitolato "Racconto inutile: facezie sull'incomunicabilità e l'amore", e lasciate una vostra impressione.
Io prometto di tornare presto in sella con nuovi post inutili e scandalosamente boriosi, da scribacchino presuntuoso quale sono.

A rileggerci presto. Vogliatemi bene, se potete.






© 2018 di Massimiliano Riccardi 

sabato 12 maggio 2018

Liberi i miei versi di Patricia Moll



COME GIUNCO

Son come giunco
Al vento
mi piego
fino a piegar la fronte
a sfiorar la terra.
Mi ferisco e sanguino.
Ma quando
il vento tace
mi rialzo
e
vivo

Ho introdotto il post con una poesia, l'autrice è una persona conosciuta da molti di coloro che bazzicano la blogosfera: Patricia Moll

Devo dire che rimasi sorpreso il giorno in cui appresi che aveva pubblicato una sua raccolta di versi. Sapevo che amava la poesia, addirittura da qualche anno sulla mia bacheca campeggiano un paio dei suoi lavori. Poi, un giorno:

LIBERI I MIEI VERSI

"E che c... Ehm, perbacco"😉, mi dissi. "Finalmente ha preso il coraggio a due mani e si è lanciata senza pudore o timori di sorta".
Conosco Patricia come una persona generosa, intelligente. La sua vita ha seguito percorsi che, talvolta, hanno attraversato le terre oscure della sofferenza, della malattia, del dolore. Luoghi dove la speranza rimane l'ultima risorsa a cui aggrapparsi.
Cosa accade quando si entra nella terra desolata dell'indefinito futuro? Della piena e vibrante coscienza della nostra finitezza? Le risposte sono molteplici, non voglio annoiare con disquisizioni che aprirebbero innumerevoli e diverse considerazioni. Non voglio perché questo non è un post triste, questa è la celebrazione di una cara amica, di una Donna, di una madre e moglie. Di una Donna che ha vinto e che guarda ai territori desolati lasciati alle spalle con un sorriso beffardo, per poco, però, perché la sua attenzione è attirata dall'oggi, al massimo da un futuro ancora da costruire.
Come spesso accade alle persone sensibili, le semplici parole non bastano per descrivere ciò che anima quello spirito segreto che comunica con l'universo. Che parla al Tutto in modo semplice, ma meraviglioso. Come meravigliosa è la naturalezza dello sbocciare delle gemme a primavera, o l'aprirsi di un banco di nubi dopo la tempesta.

Invito tutti a cliccare QUI. Acquistate la raccolta di LIBERI I MIEI VERSI.
Il prezzo è irrisorio, quasi simbolico. Quindi datevi da fare. Lasciate il primato dell'avarizia a me che son genovese,  acquistate.


Io trovo i miei versi intingendo il calamaio nel cielo.
                                   Alda Merini

sabato 22 aprile 2017

Epistula non erubescit, figuratevi io. Facezie oltremodo inutili




Molto bene, è il caso di dirlo. L'aver diradato la pubblicazione dei post è servita. Magari non ne ha beneficiato questo blogghetto ma sicuramente ha giovato al detentore dello stesso, il sottoscritto, ovviamente.
Ho avuto modo di seguire le mie vicende personali con più attenzione e ho avuto modo di leggere gli articoli degli amici blogger con calma e senza fretta. Per fortuna ci sono loro, il web è altrimenti impestato di personaggi inquietanti, davvero.
Un milione di Blog e siti, e altrettante vaccate in rete. Nulla di male, rientra tutto nel quadro dell'economia generale. Ho letto di scrittura, di come si dovrebbe scrivere, di cosa è giusto scrivere, sull'opportunità di scrivere o non scrivere, di quanto siano tutti assolutamente inadeguati rispetto ai grandi della letteratura. Addirittura ho letto critiche feroci e prese di posizione da parte di autonominati guru della penna e del calamaio che mai si sono cimentati o che non sono mai stati pubblicati. I guru, per intenderci, sono quelli che non fanno ma insegnano, che ti spiegano la vita senza viverla realmente. Dei Buddha, anzi soltanto ciccioni come Buddha, anzi personaggi che di ciccione hanno solo l'ego smisurato. Li adoro. Mi riconciliano con il mondo quando mi trovo a pensare che la vita è uno schifo, mi dico: "Beh, non sono ancora sceso così in basso, faccio cose, muovo il culo, agisco, non vivo di vetrine virtuali dispensando massime e interpretazioni personali spacciandole per sacrosante verità."
Tra i blogger che seguo (alcuni sono nel mio blog roll e altri nell'elenco di letture dei blog seguiti offerta da blogspot), ho trovato spunti interessantissimi. Ho letto con vero piacere la splendida Marina Guarneri (c'è sempre da imparare da lei, fidatevi); mi sono gustato gli articoli di quel gran paraculo sagace e intelligente blogger che risponde al nome di Salvatore Anfuso 😇 (anche da lui c'è da imparare, fidatevi nuovamente di me), in grado di toccare tasti dolenti come pochi sanno fare; ho seguito il percorso del Jolly raccontato così bene da Chiara Solerio. Questo breve elenco per citare soltanto alcuni blogger che si sono occupati di scrittura, ma ce ne sono altri ovviamente. Tralascio tutti gli altri blogger che seguo, per alcuni provo sincero affetto e lo sanno (nevvero Patricia Moll?), soltanto perché, come me, diversificano maggiormente le tematiche dei post. Durante queste giornate emotivamente pesanti mi sono anche divertito, e in qualche occasione ho trovato spunti di riflessione, di questo li ringrazio, tutti.
Come sapete io scribacchio, e incidentalmente pubblico, ma di scrittura non ne parlo mai, non esprimo giudizi e non fornisco indicazioni di sorta. Scribacchio, sì. Lo faccio per piacere personale ma anche nella speranza di diventare abbastanza bravo da lasciare un giorno testimonianza del mio passaggio su questa terra. Inutile nascondersi, è giusto dirlo. Chi scrive per se stesso si prendesse un cazzo di diario personale da riporre nel cassetto e non rompesse le palle, direbbe la mia vicina di casa. Non ho consigli da dare, non ho nulla da insegnare, non sono in grado di indicare la giusta via per diventare scrittori. Come i primi uomini, sono armato soltanto di pietra focaia e tento di accendere un fuoco. Lavoro sodo per cercare di controllarlo, questo benedetto fuoco. Diciamo che sono in itinere, figuriamoci se mi permetto di salire in cattedra. Vedremo, chissà, boh.
Una cosa però posso dirla, ma riguarda indicazioni di massima che attengono tanto alla scrittura come alla vita di tutti i giorni: lavorate sodo, sperimentate, rischiate esponendovi con i vostri lavori al pubblico, non giudicate ciò che non siete in grado di fare o di capire. Insomma non rompete le scatole agli altri e scrivete, scrivete punto e basta, se è ciò che amate fare. Qualcosa succederà.
Nella scrittura c'è vita, diversa, diversificata, migliore, peggiore, c'è tutto e non c'è niente. Può essere totalizzante o alienante. Ma c'è vita. Scrivere non è soltanto riportare fatti, descrivere emozioni, non è soltanto cronaca del mondo o costruzione di altri mondi, è di più. Qui mi tocca citare un tipo strambo, ma strambo davvero eh: “La scrittura e le cose non si somigliano. Tra esse, Don Chisciotte vaga all’avventura.”
Va bene, ho concluso la tiritera. Che due palle vero? Hahahaha, piatto del giorno: Cabbasisi scaramellati, come direbbe un mio amico siciliano.
Buon proseguimento e state sereni, c'è posto e spazio per tutti, puntare il dito è facilissimo, è nel capire e comprendere il prossimo che sta la differenza. Nel capire se stessi la difficoltà maggiore.

Ok, ora vi lascio, vado a ubriacarmi e a prendere pessime decisioni 😉



                                               Somewhere over the rainbow, way up high... 

© 2017 di Massimiliano Riccardi

venerdì 10 febbraio 2017

Metropolitan Suite... in crescendo. Ritorno dei post inutili



Può capitare di restare imbambolati a osservare una scena rapiti dalle dinamiche tra due protagonisti. Catturati dai movimenti, dai cenni, dagli sguardi, dal significato profondo di cose non dette.
Lo sfondo è metropolitano, c'è caos: Il solito rombare di auto e mezzi pubblici; il via vai di gente distratta; una coppia di fidanzatini che si baciano sulla panchina nella piazzetta di fronte, zaini a terra in un orario che fa capire che oggi si marina la scuola; il matto che parla da solo e inveisce contro i passanti.
Può capitare.
Sì.
È come se mi trovassi dall'alto di una posizione privilegiata, da un attico, sono distaccato ma non assente.
Non è la giornata che tutti sperano di affrontare, il cielo è grigio, c'è vento, ci sono a terra  le tracce della pioggia notturna, mozziconi e cartoni bagnati ammiccano sfrontati ricordando a tutti che la città è capace di sporcare anche le cose preziose e pure cadute dal cielo.
Vengo urtato da una signora carica di borse della spesa, non si scusa nemmeno. La perdono, in fondo sono io a essere in mezzo ai piedi. 
Mentre la osservo attraversare la strada borbottando  la riconosco, è la signora Vicenta. Anni e anni in Italia per fare la donna delle pulizie nelle case di molti abitanti del mio quartiere. Dall'alba al tramonto, tutti i giorni della settimana. Una donna sfatta e sfiancata, sempre sorridente ma con gli occhi tristi. 
Ha fatto arrivare dall'Ecuador suo figlio per permettergli di studiare. Tutti sanno che il ragazzo a scuola ci va poco perché preferisce fumare eroina. L'ho sorpreso anche io nel mio portone mentre era indaffarato con il suo bel pezzo di carta stagnola, cannuccia tra le labbra intanto che il suo amico scaldava tutto con l'accendino da quattro soldi. Avrei lasciato perdere se solo non mi avesse guardato con aria di sfida, come se stesse facendo la cosa più normale del mondo e io fossi un idiota che non capisce. Quel giorno feci saltare con una mano tutto l'ambaradam, lo presi per un orecchio e lo trascinai fuori dall'androne del mio palazzo mentre l'amichetto in fuga mi insultava in spagnolo e il figlio della signora Vicenta mi guardava impaurito gemendo dal dolore. Non ero arrabbiato, soltanto triste. Ricordavo altre situazioni simili, momenti così vecchi da risalire a prima della nascita dello stupido che avevo tra le mani. Come un cretino facevo fatica a respingere il groppo in gola. Più il turbamento aumentava e più strizzavo l'orecchio di quel poveretto. 
Facevo pagare a lui le colpe di un altro stupido che da anni è andato a far da concime per i vermi. Anzi, oramai sarà polvere. Forse è per questo che ne sento ancora la presenza. La polvere si infila dovunque e non va mai via del tutto.
Il clacson tonante di un autobus mi riscuote da quel ricordo. Torno a concentrarmi sulla scena che stavo osservando. Mi accendo una sigaretta e, come se mi trovassi a una festa invece che in mezzo alla strada, mi appoggio comodamente al palo del semaforo. Con la coda dell'occhio noto il barbaglio dell'acqua piovana sulle strisce pedonali bianche e lucide. Chissà come mai quelle gocce sfavillanti mi rincuorano e mi mettono allegria.
Guardo verso l'improbabile coppia senza riuscire a reprimere un sorriso ebete che mi si stampa sulla faccia.
Si stanno avvicinando ma ancora non mi hanno visto.
Mia madre e mio figlio.
Mano nella mano chiacchierano, petulanti, complici. La mia vecchia ogni tanto si china verso il bimbo per ascoltarlo meglio. No, non è esatto, è come se gli andasse incontro con tutta se stessa, anima e corpo. Sono geloso, con me è stata una madre dura, severa, distaccata, sempre triste o arrabbiata. Sempre distratta dai problemi della vita. Sola.
Mio figlio è effervescente, come al solito. Bellissimo. Vitale. Vibrante. Risplendente. Accoglie con soddisfazione le espressioni di stupore e meraviglia della nonna. Chissà quali avventure le starà raccontando. Racconti minuti, gesti innocenti, gioia piena e inconsapevole. O forse no, forse è proprio lui ad aver capito tutto, ciò che conta davvero. Gli adulti hanno poca memoria, sono troppo impegnati per dedicarsi alla vita. Esistono, indaffarati, distratti, pieni di progetti che allontanano dalla vera essenza dell'io più profondo. I bambini amano, gioiscono, soffrono, direttamente dall'anima che ancora non si è costruita barriere.
Mi vedono.
Mia madre mi guarda e ricomincia la recita, lo sguardo è di colei che vuole farmi capire quanto è vecchia e stanca, si incupisce.
Bugiarda.
Quando il nipote le tira la mano per richiamare la sua attenzione, le torna lo sfavillio negli occhi.
Mio figlio mi chiama festante. Trascina la nonna e insieme caracollano verso di me.
In quel gesto mi ritrovo a essere più figlio di quanto non lo sia mai stato da bambino. Più padre che mai.
Mentre Il bambino mi abbraccia le gambe festoso, bacio sulla guancia mia madre e la ringrazio.
 La città è sempre la stessa, bigia, ventosa, rumorosa, sporca. Soltanto noi siamo di volta in volta diversi, alle volte migliori, più spesso semplicemente consapevoli.
Alle volte mi pongo delle domande stupide, non sono legate a quesiti su quanto posso essere bravo nel mio lavoro, su quante capacità relazionali possiedo, su quanti progetti sono stato in grado di portare a termine, se in me è ancora vibrante la giusta determinazione per rincorrere il successo.
Soltanto domande stupide.
Per fortuna accade raramente.
Mi ricordo delle cose che mi diceva la mia nonna, di come lei, molto semplicemente, si augurava soltanto che io diventassi un brav'uomo, molto banalmente desiderava questo. Non le importava cosa avrei fatto nella vita, sperava di crescere un nipote destinato a essere una brava persona. Tutto lì. Questo perché lei sapeva che la vita è una gran bastarda, io ancora dovevo scoprirlo del tutto.
Ecco quindi affiorare le domande sciocche.
Ma io sono un brav'uomo? Sono degno del dolore di chi mi ha messo al mondo? Sono degno di crescere e aiutare un essere che da me si aspetta tutto, e che guarda a me come l'unico in grado di permettergli di camminare da solo nel mondo, forte e indipendente?
Quesiti stupidi come dicevo.
Adesso però, non ho tempo per darmi quel tipo di risposte, devo rispondere a domande ancora più fondamentali e pressanti, mio figlio mi sta chiedendo se ho voglia di andare a casa con lui a giocare con i lego. Io odio i lego. Mi farò forza e cercherò di trovare l'entusiasmo per mettermi a costruire casette.
Ecco, ci pensa un bambino di cinque anni a darmi le risposte giuste. Che cretino che sono.



© 2017 di Massimiliano Riccardi

domenica 5 febbraio 2017

#imieiprimipensieri Scrittura di getto... della domenica



Va bene, ma sì, mi lancio. Partecipo anche io al gioco di Chiara Solerio #imieiprimipensieri.
Piccolo pezzo scritto in poco più di dieci minuti, non corretto e sull'onda dell'improvvisazione pura. Scusate i refusi, gli errori più o meno gravi, ma soprattutto abbiate pietà per il contenuto. Non ho voluto correggere nulla perchè sarebbero caduti i presupposti di questa iniziativa. Abbiamo tutti occasioni diverse per dimostrare la sapienza nel comporre articoli o post che dir si voglia. 
Pronti, partenza, e via…


L'amore vola

È sempre rischioso aprire il cassetto della memoria. Spesso trovi solo disordine e nulla più, oppure ricordi dolorosi.
Alle volte la nostalgia ti porta a pensare a colei che hai amato sopra ogni cosa. L'assoluto, il tuo assoluto. L'amore puro che non chiede nulla in cambio se non pochi segni di considerazione e cura.
Eri veloce, forte. Accarezzarti mi dava brividi che mai ho provato con nessun'altra. Sempre pronta. Per me.
Certo, ho discusso a lungo con falsi amici che dietro la loro finta complicità in segreto mi criticavano perché tu eri nera. Non mi importava. Che cosa stupida giudicare in base al colore.
Godevo nel sentirti vibrante sotto di me. Dio solo sa quanto godevo.
Ciò che più mi faceva male erano considerazioni legate a al tuo aspetto, non solo al colore. Frasi volgari del tipo: «Ma che tristezza, sembra un cancello, è messa male, non ha forme».
Io nulla, niente. Non replicavo mai. Ti amavo ma sapevo che il solo accennare a una difesa ti avrebbe offeso, perché tu eri superiore, altezzosa, una Dea.
Come un animale ti montavo, sì, non mi vergogno, come un animale, mi perdevo negli spazi infiniti dell'estasi. Senza una meta, senza uno scopo. Soltanto il desiderio di farmi trasportare nel tuo mondo fatto di vento e gioia mista a paura.
Ora non ci sei più. Piuttosto che lasciare ad altre mani il piacere e il privilegio di accarezzarti ho preferito distruggerti. Un po' sono morto anche io.
Ora di te mi rimangono soltanto poche fotografie. Le guardo con tristezza, a volte piango. Il dolore è così forte da lasciarmi senza fiato. Tremo, tremo dentro di me.
Non ti dimenticherò mai … mia amata Suzuki SV 1000. Eri nera e fiammante, 130 cavalli di emozione pura. Naked, nuda e cruda, senza carrozzeria. Vera. Bastava solo cambiarti l'olio e controllare le gomme, dissetarti con tutti gli ottani del mondo.
Sei stata mia.

Ti amo.



© 2017 di Massimiliano Riccardi

lunedì 30 gennaio 2017

Insieme raccontiamo 17



Ancora una volta si gioca e si condivide il piacere di scrivere, leggere, partecipare.
Aderisco nuovamente, con gioia, alla bellissima iniziativa di Patricia Moll:





Adesso, bando alle ciance. Partiamo.


Ecco l’incipit di Patricia:
Era l’alba. Gli piaceva scendere in spiaggia a quell’ora. In giro non c’era ancora nessuno perché i vacanzieri erano andati a dormire da poco.
Il silenzio interrotto solo dalla voce del mare lo rasserenava.
Girovagando, aveva oltrepassato il promontorio. In una piccola baia seminascosta l’aveva trovata.


Ecco qui il mio finale:

La vide immediatamente. Quasi un corpo estraneo per quello che sapeva essere un posto sconosciuto ai più. Una donna seduta sul bagnasciuga accanto al vecchio relitto rugginoso eletto a monumento dall'incuria umana. Una donna nera. Indossava una veste multicolore, inzuppata d’acqua. La modernità del giubbotto di salvataggio arancione stonava con quel volto di antica bellezza africana.
La donna piangeva. Un pianto quasi silenzioso ma non meno disperato. Piangeva come solo una madre può piangere. 
L’uomo rimase quasi stordito, quel pianto lo riportava a qualcosa di ancestrale, in quel lamento così prolungato, inconsolabile, c’era il dolore della prima madre, di tutte le madri. Cercò di attirare l’attenzione della donna, quasi timoroso. Il gesto di appoggiarle la mano sulla spalla fu respinto da un movimento violento del capo, da un tremito del corpo. L’uomo rimase imbambolato a guardare la sua mano robusta dalle dita nodose galleggiare nell'aria, sentì che toccarla era stata quasi una profanazione.
Si tolse la giacca e delicatamente le avvolse le spalle. Decise che avrebbe rimandato il momento di chiedere aiuto. Si sedette accanto alla donna, così, semplicemente. Fissò insieme a lei l’orizzonte, le dita rossastre dell’alba a disperdere i nembi, il mare sino a poche ore prima in tempesta. Non era difficile immaginare perché stesse piangendo. Ad un tratto fu silenzio, soltanto il rumore della risacca e il canto dei gabbiani. L’uomo sentì il proprio braccio stretto con forza da una mano stranamente calda. Voleva aiutarla, in fretta, ma aveva deciso di lasciare a lei la decisione di muoversi da lì. Un nuovo rumore a interrompere la quiete della piccola baia, il respiro profondo di due esseri umani uniti da qualcosa di vecchio come il mondo, che cambia nome in base alla terra di origine ma che da lo stesso fremito dovunque e in ogni tempo.



© 2017 di Massimiliano Riccardi

venerdì 23 dicembre 2016

Auguri di Buon Natale. Ultimo post inutile del 2016


Nessun vento è favorevole in senso assoluto, ma per noi sarà preziosa anche una semplice brezza.
Non è farina del mio sacco, ho parafrasato la citazione di un Grande adattandola a quello che è il mio sentire attuale.
Il 2016 sta finendo, spero che sprofondi all'inferno. Un nuovo anno è prossimo. Sono ottimista. Sempre. Anche contro ogni evidenza.
Inutile starsela a menare con atteggiamenti di rivalsa nei confronti del Santo Natale, motteggi da crisi post adolescenziale di rifiuto delle festività canoniche. Inutile direi. È Natale, quindi, come si fa tra personcine perbene voglio fare gli auguri a tutti. Ai visitatori del blog, ai commentatori, agli improvvidi sostenitori delle cose inutili che pubblico, agli amici. Certo, come tutti gli adulti in faccende affaccendati vivo il Natale prevalentemente in funzione dei piccolini che allietano le nostre esistenze. Il Natale è per loro. Però, e sticazzi, però… quel bambinello nella culla…
Ho letto un post stilato dalla Glò de"la nostra Libreria", devo dire che l'immagine di quel bambino può essere sicuramente un bel messaggio per tutti, credenti e non credenti. Forse non tanto per la similitudine che ci ha voluto indicare Gloria, ma piuttosto per festeggiare il bambinello innocente che è in noi, magari sepolto, magari affossato nei meandri più reconditi del nostro inconscio, però vivo e vitale, soltanto un po' spaventato dagli adulti che siamo diventati. Così lontani dall'ordine naturale delle cose, distanti dal vivere comune, dalla fratellanza, con vite così funzionali al sistema e poco addentro all'armonia della natura.
Certo è ovvio che non basta il Natale a cambiare le cose e a far diventare tutti più buoni, quindi potete smettere di grattarvi i coglioni se pensavate che volessi arrivare a questa conclusione.
Il Natale è un rito, e i riti non sono solo noia e ripetitività, sono degli istanti di limbo indecifrabile dove per poco, pochissimo, ci si può permettere il lusso di fermarsi e fare più o meno finta che il vivere comune sia altro dal quotidiano e dal contingente. Bestemmiando, imprecando, criticando, facendo finta di ignorare,  mettendo su tutto il solito teatrino di moderni e razionali avversari della pantomima consumistica, possiamo godere e bearci di piccoli gesti, di delicati doni, di parole di affetto.
Per molti il Natale è foriero di malinconie sopite pronte a esplodere, di tristezza al pensiero di chi non c'è più, di nostalgia verso chi è lontano, anche di tristezza pensando a chi è malato. Io lavorerò il 24, il 25, il 26 e sarò proprio al fianco di chi se ne strabatterebbe volentieri la minchia di fare il "contro a tutti i costi" e vorrebbe soltanto essere a casa a festeggiare con i suoi cari, omaggiando entusiasticamente tutti i luoghi comuni del mondo pur di star bene.
Quindi, eeeh quindi, in virtù di tutto ciò che ammorba il mondo, dello schifo che ci sovrasta e che puntualmente osserviamo tramite i telegiornali o direttamente con i nostri occhi, dico Buon Natale. Guardo il mio bambino felice e dico Buon Natale, ricevo gli auguri da amici ed estranei e dico Buon Natale. Mi godo le gioie semplici perché so che sono l'ultimo rifugio degli spiriti complessi.
Quindi, dicevo, dico Buon Natale a tutti gli amici Blogger con cui ho condiviso molto, con alcuni ho scoperto un nuovo significato di amicizia (un pensiero a Patricia Moll), agli oltre centomila visitatori del blog. Buon Natale anche a te che leggi queste righe sgrammaticate con il sorriso beffardo ridendo della mia banalità. Buon Natale a chi crede e a chi non crede. Buon Natale a tutti, a prescindere e in ogni caso.
Ora voglio cromarvi definitivamente le palle con una citazione, miei cari amici:
"… egli era abbastanza saggio da sapere che su questo globo niente di buono è mai accaduto, di cui qualcuno non abbia riso al primo momento.
E sapendo che in ogni modo la gente siffatta è cieca, pensò che non aveva nessuna importanza se strizzavano gli occhi in un sogghigno, come fanno gli ammalati di certe forme poco attraenti di malattie.
Il suo cuore rideva e questo per lui era perfettamente sufficiente.
Non ebbe più rapporti con gli spiriti; ma visse sempre, d’allora in poi, sulla base di una totale astinenza; e di lui si disse sempre che se c’era un uomo che sapeva osservare bene il Natale, quell’uomo era lui.
Possa questo esser detto veramente di noi, di noi tutti! E così, come osservò Tiny Tim, che Dio ci benedica, tutti!"
Canto di Natale, Charles Dickens

Alla domanda su quelli che saranno i buoni propositi per il 2017 rispondo: " farò quello che posso, sono solo un essere umano". Un bacio a Marina Guarneri che mi ha ispirato.

Buon Natale a tutti.



© 2016 di Massimiliano Riccardi

sabato 19 novembre 2016

Quasi un mese. Torno con le mie inutili facezie



Sono molti giorni che non pubblico nulla, quasi un mese.  Non per mancanza di voglia, nemmeno per pigrizia. Come capita a tutti, ci sono accadimenti della vita che trascinano verso luoghi che puoi visitare solo guardandoti dentro. Ciò che attiene all'amore, ai figli, alle persone che fanno parte della tua esistenza e sono parte di te. Tutto ciò che veramente caratterizza il tuo essere un uomo. Più della professione che svolgi, più dei successi e degli insuccessi. Ma questa e tutta un'altra storia. Non voglio tediare nessuno con faccende personali.
Una cosa posso però raccontarla. Sì, posso.
Quando ci sono cose che ti portano a scavare nella tua anima, nell'anima delle persone che ami, cercando di capirle e di capirti, succede che scopri di avere tralasciato dei dettagli. Quelle particelle infinitesimali di cui mi piace tanto parlare, quelle parti del tuo essere profondo così nascoste e celate tra le pieghe del tuo intelletto da averti fatto perdere anni in elucubrazioni talvolta inutili. Gli scossoni emotivi sono sempre un'ottima occasione per raccogliere quelle particelle infinitesimali che cadono lungo la via durante i tremori dell'anima.
Io scrivo, quindi sono un ladro di sensazioni e immagini. Narro, quindi sono anche un bugiardo perché devo necessariamente arricchire, rendere fruibile e accettabile quello che racconto. I dettagli della menzogna, le sfumature più volatili, sono le uniche verità. Concrete e vere, bisogna solo essere in grado di vederle, di coglierle.
Come capita agli scrittori, devi metterti davanti a un foglio e chiedere aiuto a qualcuno. Qualcuno che ti possa far capire meglio la vita, il mondo, chi sei e cosa cazzo ci stai a fare su questa terra. 
Qualcuno arriva sempre. Senti sussurri nella notte che ti raccontano una storia, ti appaiono immagini di persone che vivono sotto i tuoi occhi vicende incredibili. Vedi te stesso viaggiare sul flusso della memoria e cogli ciò che al momento degli accadimenti non hai colto, o non hai voluto cogliere. Allora ti alzi da letto e prendi appunti, cerchi di stare al passo con la narrazione. Perché scrivere è l'unica cosa che ti fa star bene e ti aiuta. 
Una volta da qualche parte, non ricordo più nemmeno su quale blog o sito, ho lasciato questo mio delirio: Si scrive per bisogno di leggerezza. Compenetrazione mascherata da distacco dal mondo. Inutile posa di chi parla a se stesso facendo finta di parlare alle moltitudini. È vero anche il contrario. Dissimulazione. Scrivere di nulla per dire tutto. Parlare troppo per non dire niente. Insensato è il desiderio di cambiare il mondo. Scrivete del vacuo, parlate del vuoto. Come disse non so chi, "Le parole usate per essere utili si vendicano e ci si ritorcono contro".
Insomma, questo è quello che mi è successo ultimamente nel mare magnum dei casini che ho dovuto attraversare, nel tempo della lontananza dal blogging.
Tutto qui, niente di speciale. Come tutti mi barcameno e vado avanti per tentativi.
Ho consegnato un romanzo che è puro divertimento nella speranza che possa nascere su carta, ma che comunque pubblicherò anche da solo se la faccenda andrà troppo per le lunghe, e mi sono messo a scrivere una storia che farà molto per aiutare me stesso e i protagonisti delle vicende a superare e mettere un sigillo definitivo su fatti di quasi trent'anni fa. Ovviamente parlo di un romanzo, quindi la verità è tra le pieghe, la cogli come lampo di luce infinitesimale.
Come ultima cosa voglio ringraziare delle amiche blogger che mi hanno contattato per avere notizie di me. Lo hanno fatto in un momento decisivo, mi hanno risollevato lo spirito e sono loro grato dal più profondo del cuore. Parlo della carissima Patricia Moll, della mitica Glò, e della Donna portentosa Marina Guarneri.


Tornerò a rompere le scatole commentando i post dei colleghi blogger che appaiono sul mio blogroll e farò nuovamente sentire la mia voce di cazzaro pubblicando ancora qualche inutile facezia.
Fine della tiritera.
Hip hip Hurrà.

lunedì 10 ottobre 2016

Di scrittura, giudizi e altre facezie




Qualche giorno fa su blog "Appunti a margine" di Chiara Solerio è uscito un post molto interessante dal titolo Il rapporto tra autore e personaggi - la sospensione del giudizio. Proprio perché trattava una tematica che mi interessa molto ho deciso di intervenire con un commento. Come spesso capita al sottoscritto è venuto fuori un vero e proprio torrente di parole che ha obbligato blogspot a difendersi rifiutando l'inserimento se non a costo di frammentarlo in almeno tre parti. Naturalmente ho optato per la soluzione più divertente per me: ne ho ricavato un vero e proprio post.
L'articolo di Chiara partiva da un assunto ben preciso, a me ha fornito il destro per ulteriori osservazioni legate anche al mio vissuto quotidiano. Ovviamente si tratta di considerazioni personali e come tali del tutto opinabili. Qui sotto riporto quello che avrebbe dovuto essere il mio commento.

Quello della sospensione del giudizio è un argomento non da poco. Attiene  alle relazioni umane come alla scrittura. Nei primissimi anni 90' incominciavo gli studi per poter svolgere la professione che ancora oggi mi permette di vivere, appresi un concetto che sino ad allora era soltanto una parola come tante: empatia.
Termine abusato, usato troppo spesso a sproposito, per mille motivi contraddetto dagli stessi atteggiamenti di coloro che se ne fanno promotori e fautori.
Ovvio che nel mio campo l'empatia deve avere necessariamente un riscontro pratico, non può essere soltanto un concetto acquisito o una banale nozione. 
Per rendere più snello il ragionamento, e per non risultare banalmente didascalico, possiamo dire che l'empatia è quello stato che ti permette di ascoltare il tuo interlocutore, percependone le emozioni, i drammi o le gioie, come se fossero le tue. Bada bene, sottolineo il "come se". Fondamentale. Difficile.  Vale anche per i personaggi  di un romanzo, a meno che non si desideri dar voce a un'evidente presa di posizione. 

Dunque, dicevamo empatia, ascoltare le emozioni e i sentimenti "dell'altro da me" senza che diventino le tue, percepire il dolore senza soffrirne a tua volta, ascoltare le paure dell'altro senza provarne tu stesso.
Impresa titanica ti garantisco, nei fatti è un processo molto difficoltoso, la realtà ha talmente tante variabili che è spesso difficile applicare le teorie sino al giorno prima solo lette e studiate.
L'empatia come confine fondamentale tra la simpatia e l'antipatia, anzi, la totale esclusione di ogni attitudine affettiva personale, banalizzo ma è per far capire. Ascoltare l'altro astenendosi dal giudizio, entrare nella sua visione senza esserne coinvolto. Una sorta di ascolto non valutativo e giudicante ma comprensivo nel senso più puro del termine.
Immagina l'approccio terapeutico di un caso limite: io ho bisogno di raccogliere più informazioni possibili su di un paziente che ha una formazione culturale totalmente diversa dalla mia, ad esempio un mussulmano praticante, con abitudini alimentari diverse, un concetto di società agli antipodi con il mio, a quel punto? Come posso ascoltare quello che ha da dirmi senza essere preda del mio sentire? Senza essere vittima del mio giudizio o pregiudizio? Posso solo ascoltare dimenticando chi sono senza però annullarmi, ascoltare il suo disagio senza provarlo io stesso, a quel punto cercando di instaurare un processo empatico, posso pianificare tutto quello che è il mio agire da professionista adattando le mie risorse alle necessità del paziente. Quindi via i "qui si fa così", via i "che cazzo di modo di vivere", via tutto ciò che non attiene alla pura e semplice comprensione dei bisogni dell'altro. Astensione dal giudizio. Lasciar emergere quello che il mio interlocutore ha in sé, cercando di percepire esattamente la sua emozione. 


La mia risposta deve essere influenzata da ciò che posso fare per favorire il suo "star bene" senza giudicare i perché e i per come il paziente è in quella condizione. L'empatia come comunicazione non violenta che utilizza un linguaggio assertivo. Vale per tutti i "tipi umani", ho parlato del mussulmano perché a quanto pare oggi tentano di farci credere che sia un problema, ma il discorso vale anche per il contadino dell'entroterra ligure.
Non sono un vero scrittore e non ho esperienza, ma nel mio romanzo ho cercato di delineare i personaggi sulla falsa riga di quello che mi capita di fare tutti i giorni, non sempre con successo.
Ho lasciato che fossero loro a parlare, ho ascoltato le loro emozioni e quello che avevano da dire. Ho cercato di evitare di mettere in ballo quella che è la mia personalissima idea in merito agli argomenti trattati. Ho pianificato un tipo di narrazione dove le emozioni positive o negative sono slegate dal narratore, ma sono riconducibili solo all'agire dei protagonisti. Ovviamente non avevo nessun intento se non quello di dar voce il più liberamente possibile a dei personaggi, nessun piano terapeutico, nessuno scopo pratico da raggiungere.
Ci sono riuscito? Non lo so. Però ci ho provato. Forse, e dico forse, il miglior modo di scrivere (parlo di romanzi) è proprio provare ad astenersi dal giudizio e lasciare ai protagonisti della storia l'arduo compito di esprimere giudizi. Come in tutte le cose si va avanti per tentativi, si prova e si sperimenta. 
Vecchierelli, canuti e fragili, ci ritroveremo a raccontarci se alla fine saremo riusciti nell'impresa. Sarebbe già un grande successo esserci riusciti nella vita di tutti i giorni.

lunedì 19 settembre 2016

Fronte del porto, ovvero di scribacchini genovesi e altre facezie


Molto bene, dopo quasi un mese torno a pubblicare un post. Ho però partecipato all'attività della blogosfera come semplice visitatore e commentatore.
Non è stato un mese improduttivo, anzi, oltre alle solite incombenze della vita, ho terminato la stesura del nuovo romanzo. Mancano i necessari accorgimenti per renderlo qualcosa di ben strutturato, ma ci siamo, è pronto. Ora ricomincia la solita trafila per proporlo e sperare che risulti degno di pubblicazione.
E JOSHUA? 
Joshua vive. È un romanzo che mi ha dato molta soddisfazione. Non ha sicuramente avuto il successo di vendite che un autore spera sempre di riscontrare, non ho nemmeno dati utili da fornire perché il mio editore non me li ha ancora forniti, però, perché c'è un però, il successo è arrivato comunque.
Il successo già, questa chimera. Cosa è il successo?
Per quello che mi riguarda, al di la dell'aspetto economico di cui tra l'altro non ho ancora avuto riscontri tangibili, per quello che mi riguarda, dicevo, l'aver ottenuto l'attenzione e il sostegno di tante persone mi ha fatto sentire già ricco.
Ho ricevuto mail di sconosciuti che si complimentavano, più donne a dire il vero. Mi sono arrivati messaggi da parte di lettori che in modo costruttivo hanno voluto chiarimenti in merito ad alcuni passaggi del romanzo. Con grandissima sorpresa mi sono state regalate recensioni assolutamente inaspettate e gradite. Ho visto il mio romanzo ospite di vetrine che blogger squisiti hanno voluto offrirmi senza che io lo avessi chiesto e senza nulla pretendere in cambio.
Quello che mi ha colpito profondamente è stato vedere altri autori che sprecavano tempo e parole per diffondere un'opera che non era la loro. Ho provato emozioni fortissime nel leggere le parole di chi si è preso la briga di raccontare i propri sentimenti dopo la lettura del mio romanzo.
Non parliamo di grandi numeri, ne sono sicuro, ma ritengo di poter parlare a ragion veduta di successo. Successo perché chi mi ha letto si è divertito, si è commosso, ha riflettuto. Questo per me è il segno di ciò che io considero successo. Il resto, gli aspetti più ridondanti e di valenza economica non potrebbero minimamente bilanciare la grande soddisfazione di un esordiente che ha desiderato dire la sua nel mare magnum dell'editoria e ha ottenuto dei riscontri così umanamente significativi.
Dico grazie a tutti. Non sono in grado di dire se di questo scribacchino che vi sta tediando riusciremo a farne uno scrittore vero, però grazie. Per il sostegno, l'affetto, l'incitamento a far meglio.
La lista delle persone da ringraziare è lunghissima, QUI trovate il link di tutti i recensori. Ma non dimentico nemmeno coloro che si sono presi la briga di mandarmi mail o contattarmi privatamente su FB, linkedin o quant'altro.
L'aspetto più triviale di questo post non può essere escluso, infatti, QUI e QUI, ci sono i link per acquistare Joshua su  ibs e Amazon.
Un anno dalla pubblicazione, quasi, un anno ricco di soddisfazioni e piacevoli incontri di persone fantastiche. Pochi, pochissimi gli incontri poco produttivi, ovviamente guardando la mia barra laterale di sinistra è facile capire che io per primo ho supportato molti altri autori.
Non voglio fare una lista perché mi sembra pura piaggeria, ma chi mi è stato vicino sa bene, molto bene, che ha un pezzetto del mio cuore nelle sue mani, altro non posso donare.
Per il resto … chi vivrà vedrà. Fine della tiritera.
Uh, vi ho sfiancato con tutte queste chiacchiere? E vabbè su, forza, poi passa. Chi ha avuto modo di conoscermi un po' meglio sa che dietro l'apparenza di casinista e cazzaro c'è una persona sincera.

Alla prossima.





© 2016 di Massimiliano Riccardi

venerdì 22 luglio 2016

Raccontare, scribacchiare, ricordare. Ennesime facezie sgrammaticate




Raccontino estivo.


Mi sento sfiorare la pelle, un tocco leggero. Apro gli occhi, non perché stessi dormendo, ma piuttosto scocciato dall'immobilità obbligata. Una buona scusa la carezza involontaria del mio bambino. Il letto matrimoniale, per quanto grande, diventa una gabbia se ci sono quasi 30 gradi e l'umidità ti stringe la gola. Alzo il capo e vedo al di là del corpicino di mio figlio il sorriso di mia moglie. Dico sorriso ma in realtà non posso saperlo, è buio. Non posso farne a meno, la immagino sempre sorridente. Accogliente.
«Non dormi?»
«No amore, che palle … »
Bisbigliamo, se il delinquente minorile si sveglia è la fine. Quando apre gli occhi anche la notte più buia diventa una giornata in piena ora di punta, per noi che ci alziamo alle cinque e mezza è la fine.
« Ancora quei pensieri?»
« Anche, sì. Sono stanco, sarà per questo. Cazzo. Sono passati venticinque anni, alle volte mi sembra di essere ancora lì.»
« Non so come aiutarti. Posso soltanto esserci.»
«È già tanto. È tutto per me. Ti amo.»
Con cautela mi alzo da letto, metto i cuscini di traverso sul bordo per evitare che il bambino rotolando cada. Lei non mi segue, capisce che voglio stare solo. Lei capisce sempre. Capisce cose di me prima ancora che io stesso le possa realizzare.
Vado in cucina, apro il frigo e rimango imbambolato a guardare la luce, mi ferisce gli occhi, strizzo le palpebre ma non distolgo lo sguardo. Ho bisogno di quel dolore.
Sono stati giorni intensi, ma più che le vicende quotidiane sono le ultime notizie del telegiornale ad avermi turbato: parlano di un colpo di stato in Turchia. Ogni volta è la stessa storia. Uccisioni, colpi di cannone, spari, esplosioni, cose che mi riportano a vecchie detonazioni, antiche urla, vociare di lingue slave. Fantasmi.
Non è cambiato nulla. Non cambierà mai nulla.
Non ho svegliato il bambino ma il canarino sì. Il suo canto mi scuote e mi mette in allarme. Copro la gabbietta con un panno e chiudo il frigo. Mi siedo, illuminato dalla sola lucina della cappa del forno, sorseggio una bibita. Una coca sgasata. Molto appropriata, visto l'umore.
Non tento nemmeno di contrastare la marea montante dei ricordi, ho imparato con il tempo che basta lasciarli fluire perché se ne vadano da soli.
Non voglio mettermi a scrivere, di solito in notti come queste lo faccio, ma l'ansia del turno mattutino che mi aspetta non lascia scampo.
Torno ad aprire il frigorifero per riporre la bottiglia. La luce non mi ferisce più gli occhi. Mi sono abituato. Già, non è forse così per tutte le cose? Il tempo trascorso, la distanza, sono cure formidabili, ci si abitua a tutto.

O forse no.




© 2016 di Massimiliano Riccardi