scrivere per vivere vivere per scrivere

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La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. (René Descartes) ********************************************************************************************** USQUE AD FINEM
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venerdì 17 giugno 2022

LOST IN TRANSLATION?

 


I bilanci non mi sono mai piaciuti. Forse perché evocano la fine di un percorso. Mi limito soltanto a rievocare alcune tappe della mia vita. Tra queste c’è l’incontro con la donna della mia vita, colei che mi sopporta da tredici anni e che da sei è mia moglie (ieri abbiamo festeggiato l'anniversario). Lei è meravigliosa mentre io sono un vecchio orso casinista con troppe cose da farsi perdonare, questo in generale.

Questi ultimi anni sono stati difficili, ho avuto seri problemi di salute che hanno stravolto l’esistenza della mia piccola e coraggiosa famiglia. In compenso ho avuto la prova di cosa significa avere accanto una persona che ti ama oltre ogni limite.

In molte occasioni mi è venuta a mancare la forza che sempre ha caratterizzato il mio modo di affrontare la vita, ma non sono mai crollato. Questo perché al mio fianco c’era chi non ha mai smesso di sorreggermi e di spronarmi. Spesso con parole dolci e di conforto, e altre volte, quando necessario, con sonori calci nel sedere. Devo dire di aver riscoperto quanto il linguaggio dell'amore sia sempre diversificato: spesso le parole e i gesti vanno tradotti correttamente. È però necessario essere attenti per non perdere alcuni dettagli fondamentali, sfumature essenziali che sfuggono a una lettura veloce.

Quindi nessun bilancio, ma la celebrazione dell’amore mio sì.



Adesso potete tutti andare a prendere qualche anti diabetico, leggere certe sdolcinature nuoce alla salute.

Forse non è il modo migliore per tornare a scrivere sul blog ma non posso farci niente, mi girava così.

Ho trascurato molte persone che mi hanno onorato della loro amicizia virtuale, mi scuso. 


Un poco alla volta, ricomincerò a scrivere sul mio bloggetto. 



Devo dire che il fatto di aver riscontrato una continua lettura dei miei post nonostante la latitanza del sottoscritto mi sprona parecchio, oltre trecentomila visite non sono poche per un blog in disuso da tre anni. 


Vedremo. Non ho nemmeno idea di quale linea seguire. Probabilmente tornerò con i miei cazzeggi, facezie e post inutili.

A presto




© 2022 di Massimiliano Riccardi 

martedì 30 maggio 2017

Insieme raccontiamo 21. Alle volte la speranza è un palloncino colorato


Nuovo appuntamento con Insiemeraccontiamo. Appuntamento 21°
Come sapete Patricia Moll lancia un incipit e noi partecipanti proseguiamo in base all'estro del momento e in base ai nostri gusti. Tutto nell'arco di 300 parole, la difficoltà del gioco consiste in questo.

Partecipo con gioia. Sull'onda dell'emozione, ma con gioia.


L'incipit di Patricia

Stava affettando la cipolla per il ragù. La radio accesa a tenerle compagnia. Canticchiava sottovoce così come era capace, stonata e storpiando le parole inglesi.
Quasi a tradimento, dopo il mitico Elvis e il suo IN THE GHETTO, nell’aria si diffuse la voce roca e potente, inconfondibile, di Louis Armstrong.
Le note e le parole di WHAT A WONDERFUL WORLD entrarono nella cucina e dentro di lei.
Si fermò col coltello a mezz’aria come colpita da un pugno.
Come è bello il mondo… ma era bello davvero?

Il mio finale

Per un attimo il viso fu scosso da un tremito. Abbassò le mani. Lo sguardo corse sui lividi già vecchi che tinteggiavano di giallo la pelle delle sue braccia.
La radio continuava crudele. Di nuovo Elvis:
" Like a river flows
Surely to the sea
Darling, so it goes
Some things are meant to be…"
Già,
... come un fiume che scorre sicuro verso il mare. Dolcezza, funziona così
Certe cose sono destinate. Prendi la mia mano, prendi anche tutta la mia vita
perché non posso evitare di amarti...
Belle parole, purtroppo la sua vita era stata presa, ma non come cantava Elvis.
Guardò il suo bambino che disegnava tranquillo seduto al tavolino costruito dal nonno. Palloncini colorati ornavano i bordi. Non alzava mai lo sguardo quando era nel suo mondo di fantasia.
Erano fuggiti da quella casa con indosso soltanto una camicia da notte e un pigiamino. Alle spalle le urla del marito. 
Il tassista non aveva proferito parola mentre dallo specchietto guardava il suo viso tumefatto. Ricordava di aver sostenuto quegli sguardi, non era lei a doversi vergognare. Così come non aveva detto nulla il suo vecchio padre che l'aveva accolta. Un padre non ha mai bisogno di troppe parole, può solo esserci, sempre.
Altre note riempivano il vuoto. Si avvicinò al suo piccolo uomo. Gli accarezzò i capelli e si chinò a baciargli il capo.
Poteva ricominciare. Doveva ricominciare. Per lui. Lontano da tutto quel male, da quei gesti e quelle parole che feriscono.

Si lasciò trasportare dalle parole e dal Blues di Nina Simone. Nonostante alcune lacrime prepotenti e il nodo alla gola, sorrise. Tutto sommato il mondo poteva essere bello, davvero.




© 2017 di Massimiliano Riccardi

lunedì 3 aprile 2017

Inutili facezie. Cazzeggio in merito ai colori della nostra vita


Il blog è fermo da circa un mese, pazienza. Nessuna analisi da proporre, nessuna disamina sui massimi sistemi. Propongo soltanto un paio di riflessioni nel mio consueto modo sgrammaticato. Armatevi di pazienza e comprensione e vogliatemi bene. È stato un periodaccio 😃
Giornate intere passate a fare cose, risolvere problemi. Può capitare anche, ad esempio, di tornare a casa dopo dodici ore di notte trascorse a sentire urla, contenere gli impeti di un anziano che perde il senno a causa dell'ospedalizzazione, tranquillizzare un giovane uomo terrorizzato perché colpito da infarto. Ore passate a "fare cose", interminabili ore. Somministrare farmaci, combattere contro la voglia di urlare a causa dell'allucinante e ipnotico cicaleggio dei monitor, delle pompe infusionali che si bloccano e chiedono attenzione come se fossero vive e in grado di chiamarti. Sempre con gli occhi sulle tracce elettrocardiografiche attenti a eventuali modifiche. Tralasciamo il sangue, la merda, la morte, il dolore, la noia, la delusione, sono dettagli sempre compensati dalla consapevolezza di aver fatto tutto al meglio per la salute dei tuoi pazienti. Può capitare di essere stanchi di tutto ciò, cazzarola, la notte è fatta per dormire. 
Così si dice. 
Dentro di te c'è del buio, spesso e consistente, assonnato, puzzolente, rabbioso.
Torni a casa e il tuo nano è già sveglio, pronto per andare all'asilo. Inganna il tempo prima di incominciare la sua giornata. Vorresti soltanto andare a dormire, ma ti imponi di dedicargli del tempo. È giusto. Fa bene al cuore. Lo guardi.

Gesti minuti. Sguardi stupiti. Risate argentine. Gioia.
I movimenti sono goffi, senza un vero scopo preciso, così sembra. Manipolazione della materia, contatto con il reale.
Ti guardo giocherellare con le formine e i pennarelli. Sono stupito da come oggetti solidi e con uno scopo preciso si trasformino in mezzo per creare altro. I colori fluiscono come pensieri lasciati liberi, finalmente. C'è confusione e apparente disarmonia. L'improbabile è solo nei miei occhi di adulto, ovviamente.
Le immagini hanno un senso, alla fine. Figure di case, abbozzi di alberi, persone. È rassicurante per un adulto riconoscere qualcosa di famigliare.
Il flusso potente è però nei colori. Il rosso e il giallo, dinamico e caldo sfondo. Il tratteggio di nero che spicca lontano, come un confine violato dal resto della follia cromatica. Verde, arancione, blu, rosa, azzurro, e nuovamente rosso arancione e giallo. Arcobaleni che non hanno linea e direzione attraversano le immagini. Il vero senso del disegno, forse.
Scoperta. Speranza. Sogni. Fiducia. Tutto appare chiaro. Non c'è limite. 
Il foglio bianco sembra non essere in grado di contenere la marea montante delle emozioni. Spruzzi e sprazzi di colore tentano di lasciare la superficie. Non sono tratteggi timidi. Forzano lo spazio, lo superano. Travalicano l'ordine costituito dai bordi del foglio. Il fulcro del disegno è il centro. L'esplosione di cromatismi che si irradia. C'è senso di libertà in tutto ciò. Tutto appare possibile. In effetti, tutto è possibile quando si hanno cinque anni e i colori sono semplicemente particelle di anima, sentimento, risate e pianto. Pensieri che prendono forma e impalpabile lucentezza. Non c'è soddisfazione al termine dell'opera, c'è voglia di passare ad altro. Moto continuo, moto perpetuo. Voglia di esplorare, sperimentare, osare.
Vorrei avere la tua visione, ritornare a quel periodo dove tutto partiva dal centro, da noi stessi. Quando i confini erano ancora da definire, anzi, quando i confini apparivano qualcosa di sconosciuto. Prima che la vita, il lavoro, le regole, le convenzioni sociali, il "si fa così", ingabbiassero il naturale desiderio di essere un tutt'uno con la luce, l'aria, il sole, il cielo, la vita. Conserverò quel disegno, come tutti gli altri del resto, ma già catalogarlo e conservarlo è fargli torto. La tua tavolozza è molto più grande, quelli che conservo sono solo tasselli di un disegno più vasto. L'immaginifico e il concreto si confondono. Quello che è vero non è vero, e per questo ancora più reale. Non si tratta di semplice fantasia, c'è del lavoro dietro. La costruzione di un mondo che parte dal profondo e che attraverso il gesto di piccole mani ancora goffe, cerca di toccare altri mondi, infiniti mondi ancora da scoprire.

Luce.



© 2017 di Massimiliano Riccardi

martedì 17 gennaio 2017

Dialogo surreale, inutile dirlo, le solite facezie






«Duttile? Ma che duttile. Frastagliato, inconcludente. Un piano interrotto da spigoli, anzi da mozziconi, monconi di materia rotta».
«Ma cosa dici. Cerco di essere propositivo, non per codardia, piuttosto per cogliere il cambiamento. Plasmarlo».
«Non capisco. Non ti capisco. Quanti rapporti hai interrotto? Mogli, compagne, figli sparpagliati come semi in un campo. Sei un puttaniere! Non c'è niente di romantico in questo, non sei il personaggio di una canzone di de Andrè».
«Non giudicarmi».
«Non ti giudico. Osservo».
«Non posso farci niente. È nella mia natura. Questo cazzo di senso di provvisorietà mi tormenta da sempre. Si ripercuote su tutto».
«Non si vive come se non ci fosse un domani. È un modo come un altro per giustificare qualunque bastardata».
«Io non sono un bastardo. Forse un po', alle volte».
«No! Non sei un bastardo. Però sei egoista. Egocentrico. Hai visto e fatto tutto: amore, guerra, lutti, grandi gioie. Ma hai vissuto ogni cosa come l'attore inondato di luce sul palcoscenico».
«Io ti amo».
«Non te la cavi così. Anche io ti amo».
«Ok. Sono un bastardo».
«Sì!».
«Tutto questo casino perché non ho ritirato la roba stesa?»
«No! È perché ne hai ritirato solo la metà. Il punto è questo».
«Tutto ciò che è intenso è destinato a morire rapidamente».
«Non ci credo, guarda che sei forte eh. E questo che cavolo c'entra?»
«La mediocrità del quotidiano mi devasta. Voglio morire e risorgere ogni giorno».
«Ok, non sei un bastardo, sei un deficiente».
«Ti amo».
«Appunto».
«Ci beviamo un the caldo?»
«Tanto zucchero».
«Lo so!»
«Lo so che lo sai».
«Ti amo».
«Ci devo pensare».
«Non ci pensare».
«Stupido».
«Ti amo».
«Cretino».
«Ti amo».
«Lo so».

«Lo so che lo sai».













© 2017 di Massimiliano Riccardi

venerdì 9 dicembre 2016

Di amore, volontà, e altre facezie. Tornano i post inutili


Questa volta nessun post declamatorio, illustrativo, descrittivo, insomma abbasso gli ivo e gli orio. Soltanto un raccontino. Così per gioco, tanto per raccontare qualcosa senza raccontare nulla. Spero possa essere comunque di gradevole lettura.



Fronte poggiata sul vetro della finestra.
Gelo.
Il ragazzino gode al contatto. Dietro di lui gli adulti chiacchierano.
In realtà è solo la sua percezione, li sente così distanti.
Tutti.
Se fosse più interessato si accorgerebbe che invece stanno urlando, litigano.
Con il fiato si diverte a rendere opaco quel vetro così lucido. È un gioco, vuole vedere se riesce a far risalire la condensa che si forma ai lati della bocca su su sino a coprire anche la visuale. Non vuole limitarsi a non sentire, desidera anche non vedere. Nessuno bada a lui, sono tutti troppo presi dai loro discorsi da adulti.
È una giornata importante. Si decidono cose che cambieranno la sua vita. Al bambino non interessa. Sente che quello che veramente conta è già cambiato. Meglio che i grandi non sappiano quanto ha capito di tutta quella storia.
Il senso di provvisorietà che lo ha sempre accompagnato è diventato la sua forza. All'inizio gli faceva male, piangeva spesso, di nascosto. Vedeva sua madre disperata, con ancora i segni sul volto delle botte prese, e si macerava dentro. All'uscita della scuola osservava i padri dei suoi compagni e in ognuno di loro vedeva il proprio padre. Il dolore per l'assenza si trasformava in odio, avrebbe voluto vedere tutti soli. Come lui era solo. Con il tempo aveva scoperto che il senso di provvisorietà, di indefinita collocazione, era come una barca: galleggiava, si dondolava quieta. Poteva osservare il mondo circostante senza necessariamente dover andare in nessun posto. Poteva riflettere senza essere disturbato da cose impellenti che distraggono.
Sino a quel giorno.
Alle sue spalle sente la voce di suo padre. Voce potente, irosa. Gli tremano le gambe. Spicca tra le altre voci che gli sembrano dei cicalii indistinti. Sua madre, gli avvocati, tutti gli altri, tutti quanti vengono percepiti come un brusio indistinto.
Percepisce nitide e violente quelle parole:
«Lui non è mio figlio! Non è più mio figlio».
Stringe con forza la balaustra della finestra, il fiato gli si blocca in gola. Un urlo prepotente esplode nella sua testa, lo sente solo lui, fa ancora più male. Non si volta.
Forse se non guarda non sta succedendo davvero.
La condensa si dissolve e torna a vedere il panorama al di fuori del tribunale dei minori. Torna nuovamente a farsi distrarre dal mondo circostante. Vede le persone che passeggiano imbacuccate da cappotti e giubbotti invernali. Sono tutti felici. Almeno così sembra. Le insegne dei negozi sono addobbate, pronte per il Natale che si sta avvicinando, in attesa che arrivi il 1980. Un nuovo decennio, forse un nuovo tutto.
Non si accorge nemmeno che alle sue spalle il brusio è terminato. Non sente neppure la voce di sua madre che lo chiama. Continua a dare le spalle a tutti.
Un macigno gli si posa sulla spalla, il bambino sussulta spaventato, poi il peso si fa subito lieve. È la mano enorme di suo nonno. Il ragazzino si volta alzando lo sguardo. Era necessario alzare lo sguardo, quando si è soltanto dei ragazzini un metro e novanta sembra un'altezza da giganti. L'uomo con una mano tiene il bocchino della pipa tra le labbra. Anche lui guarda oltre. O forse no.
«Sai, alle volte, quando ero in montagna, mentre i tedeschi sparavano e i miei compagni rispondevano urlando e imprecando, mi capitava di rifugiarmi in un piccolo mondo tutto mio, nella mia testa. Non era vigliaccheria o voglia di scappare. Prendevo tempo. Davo tempo alla mia anima di prendere atto di tutto quell'orrore».
L'uomo abbassa lo sguardo e fissa le sue pupille di brace nera negli occhi del bambino. La stretta sulla spalla si fa di nuovo più forte. Questa volta è calda, avvolgente.
Il bambino vorrebbe piangere, riesce a non farlo. Sente il groppo in gola sciogliersi, gli occhi si riempiono di lacrime. Tira su col naso e trattiene tutto.
«Capisci fieul? Non c'è da vergognarsi a desiderare di essere altrove».
«Non ho paura nonno. È solo che non capisco».
«Ooh, sono sicuro che hai capito tutto, è che sei un bocia, e certi bocconi hai solo bisogno di masticarli per bene».
L'uomo con calma ripone nel taschino della giacca la pipa, poi con tutte e due le mani prende le spalle del nipote sino a farlo voltare completamente verso di se. I due si guardano a lungo. Senza parlare.
Non avevano mai avuto bisogno di chiacchiere per capirsi. Avevano fatto tante cose insieme, quell'uomo gli aveva insegnato tutto quello che sapeva, le cose belle. Erano riusciti a camminare per ore in montagna senza parlarsi, solo indicando di volta in volta le sorprese che la natura riservava loro durante il cammino. Fermarsi nei rifugi e condividere pezzi di pane e formaggio tagliati direttamente con il coltello da caccia del nonno gli era sempre sembrato il fatto più incredibile e bello del mondo. I suoi compagni di scuola certe cose non le avevano mai sperimentate, quelli erano gli unici momenti in cui il bambino si sentiva fortunato.
«Sai cosa facciamo? Domani andremo per boschi. C'è la neve, sarà faticoso. Si affonda, ci vogliono buone gambe, forza di volontà e pazienza. Te la senti?».
Il bambino poggia la testa sulla pancia del nonno abbracciandolo.
«Bada bene, non bisogna far tutto da soli, nei punti dove la neve è più alta ci mettiamo le ciaspole. Hai capito? C'è sempre un modo, sempre».
I due tornano a guardarsi. Si sorridono. Inspiegabilmente, almeno per il bambino questo fatto sembrava assurdo: il nonno aveva ha occhi lucidi.
L'uomo diede due o tre rudi  buffetti sulla testa del nipote.
«Valà, valà che di questo bocia alla fine ne facciamo un bell'Alpino. Cuore saldo e gambe forti, non serve mica altro sai?».





© 2016 di Massimiliano Riccardi

domenica 31 luglio 2016

Insieme raccontiamo 11. Come dire di no a Patricia? Impossibile


Prendo la palla al balzo per farmi perdonare le altre defezioni e partecipo alla bella iniziativa di Patricia Moll. QUI trovate il link all'iniziativa e QUI al suo blog
Ho scritto un finale dell'incipit di Patricia, utilizzando un brano, rimaneggiato appositamente, di un romanzo che ho nel cassetto da molto tempo. Chiuso nel cassetto in quanto tratta di un argomento che risulta desueto ai più. Quindi nulla di nuovo, seguendo l'esempio del buon Ivano Landi ho ripescato un vecchio scritto che ho adattato al gioco di Insieme Raccontiamo.

Il senso del racconto originale è stato stravolto per accentuare l'attenzione non tanto sullo scenario storico, ma piuttosto sulla difficoltà di chi convive con il dramma del''alzheimer. Spero che risulti comunque piacevole, va da sé che trattare certi argomenti richiede più approfondite analisi che il semplice giocare con le parole di uno scribacchino qualunque. La fantasia viaggia, e ognuno approda ai lidi che la sorte gli destina. 
Quando la memoria delle cose svanisce, è come se ogni giorno fosse un giorno nuovo, alle volte tenebroso, oppure caldo e confortevole, sicuramente chi non ha più memoria è come se ci aspettasse ogni giorno, e ancora, ancora, spesso sorpresi nel non riconoscere chi gli sorride e gli offre una mano tesa.
 Dedico questo inutile post agli amici e alle amiche che potranno ritrovare elementi malinconicamente noti nelle righe sgrammaticate che seguono:

L'incipit di Patricia

Odore di muschio. Di foglie in decomposizione.
Nel bosco, sotto a quel guazzabuglio di querce olmi e acacie, alte da sembrare volerlo solleticare e spesso da oscurarlo, il cielo era sparito.
Si chinò ad annusare lo stesso odore di allora quando....


Il mio finale


… improvvisamente un rumore lo fa voltare. Di nuovo i ricordi.

Quella mattina d'autunno del 1944, diciassette anni, la corsa forsennata, la paura. Il rumore di rami calpestati e il volto giovane del tedesco. Si fissano. Occhi negli occhi. Armi puntate, ma immobili. Nello sguardo dell'altro il suo stesso terrore. Poi lo sparo, il tedesco che cade senza un lamento. Giorgio lo aveva raggiunto, vista la situazione era intervenuto.
«Belina, cosa fai? Rimaniamo imbottigliati dal rastrellamento, corri dai, corri cazzo …»

Di nuovo il presente. Era solo una lepre. Tutto è confuso, ha perso l'orientamento, non sa nemmeno perché si trova lì. Sente lo stomaco contorcersi dall'ansia.
Altre urla. Grida di voci familiari.
« Nonnoooo!»
«Papàaaa!»
Un ragazzino si avvicina ansimando, gli prende la mano in silenzio. Il vecchio lo lascia fare. Lo guarda mentre il giovane posa la testa sul suo torace stringendolo forte.
Un uomo si avvicina, non lo riconosce ma quel volto gli da sicurezza.
«Tutto bene papà. Ti sei solo perso. Ora siamo qui. Torniamo a casa.»








© 2016 di Massimiliano Riccardi

mercoledì 2 marzo 2016

Post inutile, facezie sull'incomunicabilità e l'amore


Vi propongo un racconto. Ma è solo un racconto?
Forse.
Chissà


«Possiamo parlare?»
«Certo che possiamo, sempre. Lo sai.»
È iniziato tutto così. Ti siedi di fronte a un adolescente che ti guarda con occhi nervosi, quasi febbricitanti. Capisco bene lo sforzo immane che gli è costato fare una richiesta del genere. È difficile aprirsi. È difficile aprirsi con me, non sono suo padre: sono quello che si impone, dà le regole. A parer suo senza averne il diritto. Incomunicabilità.
Apparentemente.
E ti racconta.
Un modo strano di raccontare. Tutto esce fuori con violenza, vibrante, tremante, angosciante. Come un conato di vomito che ti scuote le viscere. Nelle parole c'è durezza, malinconia, rabbia, richiesta di aiuto. La brutalità selvaggia della gioventù.
L'onestà della gioventù.
Ti racconta di com’è faticoso vivere. Di come si sente solo pur avendo amici, famiglia, compagni di scuola. È una solitudine strana. È più un vuoto.
Incolmabile.
Un perenne stato di provvisorietà. Di attesa. Attesa di qualche cosa che non arriva mai.
Poi ti descrive le giornate lasciate scorrere via senza uno scopo, delle ore di apatia. Perché nella testa non c'è niente, niente sogni, nessun obiettivo. Inerzia, bulimia. Poi ti dice che nei periodi che non è qui con noi e sta a casa con suo padre, passa il tempo sdraiato sul divano a farsi canne su canne, e a bere. Senza piacere, senza gusto. Non riesce nemmeno più a provare divertimento, benessere, senso di pace. Quando è solo in casa, le sue giornate sono così, quando c'è suo padre vivono uno in una stanza e uno nell'altra, senza parlare. La vicinanza c'è, ma le cose non dette hanno uno spessore quasi doloroso, come fossero dei paraflutti che colpiscono il molo. A quella cazzo di banchina non ti avvicini mai del tutto. C'è sofferenza. Il silenzio fa male.
Io lo guardo, attento a non interromperlo. Scalpito, ma è necessario non frenarlo. Vedo i suoi occhi lucidi. Viene da piangere anche a me. Mi faccio violenza e non mi lascio andare. Adesso non è importante quello che provo io.
Mi dice che in questi ultimi mesi ha pensato molto a me. Alla rabbia che ha provato per le imposizioni sugli orari, sugli obblighi legati all'aiutare la mamma, il fratellino. All'odioso obbligo di dedicare ore allo studio. Mesi in cui per sua scelta ha deciso di non venire più da noi, di stare da suo padre, di fare il cazzo che voleva senza controlli. Mi trattengo dal dirgli quanto male ci ha fatto, quanto dolore ha provocato alla sua mamma con i suoi continui rifiuti e le "comparsate" soltanto quando aveva bisogno di cose, soldi o quant'altro. Mi trattengo. Non è importante, adesso.
Io gli rispondo che tutto ciò è comprensibile, che però il legame tra noi c'è, che le liti e le brutte cose che si dicono nei momenti di rabbia hanno poco valore per me. È una cosa che da giovani è difficile da comprendere. Quando si è ragazzi è tutto nero o bianco. Gli dico che il legame con chi si ama c'è sempre e non si interrompe semplicemente a causa delle incomprensioni.
Inaspettatamente mi dice che io sono un gran rompicoglioni, “un rompicoglioni a livelli mondiali”, per la precisione. Lo dice sorridendo. Mi dice che si sta perdendo, che ha paura. Mi racconta che le giornate di assoluta libertà si traducono in inerzia. Mi chiede di poter tornare più stabilmente con noi. Mi dice che sono uno scassa cazzi perché, alle volte, i padri devono esserlo. Me lo dice cambiando il tono di voce, con una profondità che mi scuote. Mi dice che odia i mezzucci che ha sperimentato per dare un senso alle sue giornate. Che non ha bisogno delle canne o delle birre. Mi dice che ha bisogno di cenare chiacchierando del più e del meno, che ha bisogno di sentirsi rompere le palle dal fratellino, pesantissimo e sfibrante e pieno di richieste, dalla mamma che si impiccia delle sue amicizie e di chi frequenta. Mi dice che ha bisogno che gli siano rotte le palle perché non studia, perché non si rifà il letto. Mi dice che ha bisogno di essere così importante per qualcuno da voler perdere del tempo nell'occuparsi di lui. Mi dice che ha bisogno di qualcuno che s’incazza quando sgarra. Vuole far parte di qualcosa. Vuole fare. Vuole esserci.
Poi quasi a voler stemperare tutta quella valanga di emozioni mi racconta di un ricordo legato alla mia passione per i libri che ho cercato di trasmettergli sin da quando era bambino, di come ha ripensato alle menate che gli procuravo quando sottolineavo che è necessario assegnare un nome alle cose, è necessario attribuire un nome alle emozioni. È necessario conoscere nuovi tipi di linguaggio. Come sia importante confrontarsi con il pensiero e le esperienze di chi ha vissuto prima di noi. Che un cibo non è solo buono o schifoso, ma che può essere gradevole, gustoso, stuzzicante, insipido, stomachevole, saporito, può essere tante cose. Che ha capito di aver bisogno di conoscere più parole possibili, per essere in grado di dare un nome a quello che ha nel cuore e che lo schiaccia. Lo guardo e mi immagino il ponte levatoio che si abbassa, le guardie sulla cinta muraria che si ritirano in buon ordine. Rimaniamo per un po' a guardarci negli occhi, non ci tocchiamo, nessun gesto di affetto o cameratismo, ci guardiamo e basta. È così perché io sono un orso e anche se vorrei abbracciarlo, mi riesce difficile farlo, e lui perché … è come me. Non importa.
È un inizio, un nuovo inizio.
Forse.

Chissà.


© 2016 di Massimiliano Riccardi

mercoledì 27 gennaio 2016

Post assolutamente inutile. Facezie sull'essere o non essere




Quando si ascoltano le notizie che imperversano su tutti i telegiornali si possono fare alcune cose, tra queste ci sono la totale indifferenza,  la totale compenetrazione e conseguente presa di posizione, oppure l'ascolto con interesse limitato al momento specifico poi più niente e passare ad altro.
A me, recentemente,  è capitata una cosa strana, ho viaggiato con la memoria al lontano 1999 e precisamente a un mattino particolare: la mattina in cui è nato il mio primogenito. Ebbene, dopo ore e ore di travaglio dolorosissimo per quella poveretta della mia ex moglie e un parto altrettanto difficile, spossato dalla tensione, in un momento di calma mi sono lasciato andare ai sogni, ho composto una filastrocca stupidotta per regalarla al mio bambino che apriva gli occhi su questo mondo:
Luna rossa Luna Gialla,
sarà un cerchio o una palla?
Luna Rossa  Luna Blu?
Che sia cerchio oppure  palla Luna è Luna, è sempre Luna.
Che sia Rossa Gialla o Blu sarà quello che vuoi tu.

Vi avevo avvisato che si trattava di una cosa molto sciocca, frutto della mente stanca di un neo papà che non dormiva da quasi ventiquattro ore. Ma tant'è è lì, conservata in una scatola dei ricordi di quell'evento insieme al bracciale da neonato che ti danno in ospedale, più  tante altre cose di quei primi giorni di mio figlio.

Quello che ha fatto riaffiorare quei ricordi è il dibattito sulle unioni civili e quant'altro ci gira intorno.
Come tutti ho le mie opinioni, sono saturo di pregiudizi più o meno consapevoli, ho il mio personale immaginario su ciò che considero famiglia. Però, perché c'è un però … come sempre sono i figli a educare, nel senso più stretto del termine, educere: tirare fuori. Memore di quell'impeto protettivo maldestramente tradotto in filastrocca, in mezzo a questo marasma ho fatto una semplicissima riflessione, e cioè che mai e poi mai mi schiererò contro l'amore. 
Non  mi interessano le convinzioni e le regole che la società si è data, non mi interessa davvero niente di tutto ciò.
Il discorso è talmente ampio, ne sono consapevole, da meritare ben più delle poche righe sgrammaticate di un blogger pret a porter, non voglio accusare o giudicare nessuno, non mi interessa. Voglio semplicemente affermare un personalissimo principio:  laddove c'è chi si ama e senza far del male a nessuno, lì c'è un progetto di vita. Lì ci DEVE essere il rispetto.
Il rispetto anche di quello che non capiamo e che ci sembra assurdo o semplicemente lontano dal nostro sentire.
In due uomini o in due donne che si amano, e che decidono di vivere insieme, vedo solo due persone che cercano il loro posto nel mondo, come tutti.
Se la società o le religioni ne fanno un problema di semplice biologia o di dogma sbagliano. La penso così. Una società che non è in grado di valorizzare gli individui per le singole specificità è una società sbagliata, una religione che rinchiude un concetto alto come l'amore in parametri fisiologici o funzionali alla procreazione è una religione sbagliata, oppure fraintesa.
Mi rendo conto di porgere il fianco alle critiche, pazienza.
Torna quindi il senso della filastrocca che a suo tempo ho dedicato al mio bambino. Torna il proponimento di proteggerlo e di essergli vicino sempre.  Non è il mio caso specifico, non ho figli omosessuali. Per ora visto che manca all'appello della certezza sugli indirizzi sessuali il piccolo Pietro che è ancora troppo piccino, ma mi sento di estendere questi sentimenti al mondo circostante. Con rispetto.
Perché che sia gialla oppure blu, che sia un cerchio o una palla …

… Luna è Luna, è sempre Luna. 



© 2016 di Massimiliano Riccardi