scrivere per vivere vivere per scrivere

scrivere per vivere vivere per scrivere
La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. (René Descartes) ********************************************************************************************** USQUE AD FINEM
Visualizzazione post con etichetta padre. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta padre. Mostra tutti i post

sabato 19 marzo 2016

Post inutile. Facezie sull'esserci e sul viaggio



Fermo sul ciglio della strada.
L'auto parcheggiata, indifferente. Intorno a lui soltanto il suono delicato della brezza e il chiacchiericcio invadente degli uccelli disturbati dalla presenza dell'uomo. I colori e il sole della toscana. Colori pastello e profumo di terra argillosa, poi, come promemoria del divino, quegli alberi dalla chioma stretta e affusolata che caratterizzano il paesaggio.
L'uomo ha chiesto di potersi fermare. È assalito dalla paura, oppure vuole soltanto prendere tempo. Sua moglie lo guarda silenziosa. Un silenzio che dà forza, non è una presenza passiva, anzi.
Si accende una sigaretta e guarda le spirali di fumo confondere per infinitesimali istanti i contorni dell'orizzonte.
È un giorno importante, è l'inizio di un viaggio programmato nel cuore da una vita. Deve andare da suo padre.
Deve.
Un padre che non è più padre da oltre quarant'anni.
L'uomo non si aspetta risposte, non cerca vendette o regolamento di conti. Vuole soltanto toccare con mano quella parte di anima sfilacciata e inconsistente che ha comunque occupato tanta parte del suo io profondo.
Un viaggio che vale una vita.
Non una meta.
Una tappa importante per proseguire in un percorso ancora più lungo.
Ci vuole coraggio.
È un viaggio necessario.
L'uomo è a sua volta padre. Deve chiudere il cerchio. Deve poter guardare i suoi figli certo di non aver lasciato sospesi con la coscienza.  La sua fragilità e il senso eterno di provvisorietà saranno trasformati in baluardi a difesa dell'amore che sente di poter dare.
Cercare qualcuno che non c'è più stato per imparare a esserci, esserci sempre.
Non vuole spiegazioni, vuole soltanto imparare a dare risposte. Vuole essere un padre migliore, per farlo ha bisogno di guardare negli occhi chi ha scelto di non esserlo. Senza rabbia, senza rancore. Ha superato da tempo quei sentimenti. Vuole solo risentire quella voce, vuole soltanto  pronunciare ancora una volta quel nome, il nome di colui che gli ha insegnato tanto con la sua assenza. Lezione dura e spietata. Utile.
Si volta a guardare la sua donna, senza una parola lei poggia la mano sul suo petto e gli sorride. Lui risponde al sorriso con un abbraccio altrettanto silenzioso.
Salgono in macchina. Il viaggio prosegue. Con i colori e gli odori della toscana a stimolare i sensi. Sempre avanti. Ancora avanti. Con una nuova consapevolezza.





Non c'entra nulla con il racconto, o forse sì, nella foto qui sotto uno dei regali più belli che ho ricevuto nella mia vita. Un dono per la festa del papà del mio pupone di quattro anni, ci ha messo impegno, bello vero?


****************************************************************************************************
Con questo post ho deciso di partecipare alla bella iniziativa di ISPIRAZIONI & Co. - Viaggi promossa dal Blog Squitty dentro L'armadio.
QUI il link della lista generale dei partecipanti, e QUI il link del blog di Squitty dentro l'armadio








© 2016 di Massimiliano Riccardi

mercoledì 2 marzo 2016

Post inutile, facezie sull'incomunicabilità e l'amore


Vi propongo un racconto. Ma è solo un racconto?
Forse.
Chissà


«Possiamo parlare?»
«Certo che possiamo, sempre. Lo sai.»
È iniziato tutto così. Ti siedi di fronte a un adolescente che ti guarda con occhi nervosi, quasi febbricitanti. Capisco bene lo sforzo immane che gli è costato fare una richiesta del genere. È difficile aprirsi. È difficile aprirsi con me, non sono suo padre: sono quello che si impone, dà le regole. A parer suo senza averne il diritto. Incomunicabilità.
Apparentemente.
E ti racconta.
Un modo strano di raccontare. Tutto esce fuori con violenza, vibrante, tremante, angosciante. Come un conato di vomito che ti scuote le viscere. Nelle parole c'è durezza, malinconia, rabbia, richiesta di aiuto. La brutalità selvaggia della gioventù.
L'onestà della gioventù.
Ti racconta di com’è faticoso vivere. Di come si sente solo pur avendo amici, famiglia, compagni di scuola. È una solitudine strana. È più un vuoto.
Incolmabile.
Un perenne stato di provvisorietà. Di attesa. Attesa di qualche cosa che non arriva mai.
Poi ti descrive le giornate lasciate scorrere via senza uno scopo, delle ore di apatia. Perché nella testa non c'è niente, niente sogni, nessun obiettivo. Inerzia, bulimia. Poi ti dice che nei periodi che non è qui con noi e sta a casa con suo padre, passa il tempo sdraiato sul divano a farsi canne su canne, e a bere. Senza piacere, senza gusto. Non riesce nemmeno più a provare divertimento, benessere, senso di pace. Quando è solo in casa, le sue giornate sono così, quando c'è suo padre vivono uno in una stanza e uno nell'altra, senza parlare. La vicinanza c'è, ma le cose non dette hanno uno spessore quasi doloroso, come fossero dei paraflutti che colpiscono il molo. A quella cazzo di banchina non ti avvicini mai del tutto. C'è sofferenza. Il silenzio fa male.
Io lo guardo, attento a non interromperlo. Scalpito, ma è necessario non frenarlo. Vedo i suoi occhi lucidi. Viene da piangere anche a me. Mi faccio violenza e non mi lascio andare. Adesso non è importante quello che provo io.
Mi dice che in questi ultimi mesi ha pensato molto a me. Alla rabbia che ha provato per le imposizioni sugli orari, sugli obblighi legati all'aiutare la mamma, il fratellino. All'odioso obbligo di dedicare ore allo studio. Mesi in cui per sua scelta ha deciso di non venire più da noi, di stare da suo padre, di fare il cazzo che voleva senza controlli. Mi trattengo dal dirgli quanto male ci ha fatto, quanto dolore ha provocato alla sua mamma con i suoi continui rifiuti e le "comparsate" soltanto quando aveva bisogno di cose, soldi o quant'altro. Mi trattengo. Non è importante, adesso.
Io gli rispondo che tutto ciò è comprensibile, che però il legame tra noi c'è, che le liti e le brutte cose che si dicono nei momenti di rabbia hanno poco valore per me. È una cosa che da giovani è difficile da comprendere. Quando si è ragazzi è tutto nero o bianco. Gli dico che il legame con chi si ama c'è sempre e non si interrompe semplicemente a causa delle incomprensioni.
Inaspettatamente mi dice che io sono un gran rompicoglioni, “un rompicoglioni a livelli mondiali”, per la precisione. Lo dice sorridendo. Mi dice che si sta perdendo, che ha paura. Mi racconta che le giornate di assoluta libertà si traducono in inerzia. Mi chiede di poter tornare più stabilmente con noi. Mi dice che sono uno scassa cazzi perché, alle volte, i padri devono esserlo. Me lo dice cambiando il tono di voce, con una profondità che mi scuote. Mi dice che odia i mezzucci che ha sperimentato per dare un senso alle sue giornate. Che non ha bisogno delle canne o delle birre. Mi dice che ha bisogno di cenare chiacchierando del più e del meno, che ha bisogno di sentirsi rompere le palle dal fratellino, pesantissimo e sfibrante e pieno di richieste, dalla mamma che si impiccia delle sue amicizie e di chi frequenta. Mi dice che ha bisogno che gli siano rotte le palle perché non studia, perché non si rifà il letto. Mi dice che ha bisogno di essere così importante per qualcuno da voler perdere del tempo nell'occuparsi di lui. Mi dice che ha bisogno di qualcuno che s’incazza quando sgarra. Vuole far parte di qualcosa. Vuole fare. Vuole esserci.
Poi quasi a voler stemperare tutta quella valanga di emozioni mi racconta di un ricordo legato alla mia passione per i libri che ho cercato di trasmettergli sin da quando era bambino, di come ha ripensato alle menate che gli procuravo quando sottolineavo che è necessario assegnare un nome alle cose, è necessario attribuire un nome alle emozioni. È necessario conoscere nuovi tipi di linguaggio. Come sia importante confrontarsi con il pensiero e le esperienze di chi ha vissuto prima di noi. Che un cibo non è solo buono o schifoso, ma che può essere gradevole, gustoso, stuzzicante, insipido, stomachevole, saporito, può essere tante cose. Che ha capito di aver bisogno di conoscere più parole possibili, per essere in grado di dare un nome a quello che ha nel cuore e che lo schiaccia. Lo guardo e mi immagino il ponte levatoio che si abbassa, le guardie sulla cinta muraria che si ritirano in buon ordine. Rimaniamo per un po' a guardarci negli occhi, non ci tocchiamo, nessun gesto di affetto o cameratismo, ci guardiamo e basta. È così perché io sono un orso e anche se vorrei abbracciarlo, mi riesce difficile farlo, e lui perché … è come me. Non importa.
È un inizio, un nuovo inizio.
Forse.

Chissà.


© 2016 di Massimiliano Riccardi

venerdì 10 luglio 2015

Della morte del padre... Riflessioni sgrammaticate


Ci sono avvenimenti che, prepotentemente, obbligano le persone a staccare dalla vita sociale, dalle frivolezze. Anche dai problemi quotidiani per quanto gravi, per rientrare nella dimensione dell’Io più profondo. Prima o poi tocca a tutti. 
Sembra strano a dirsi ma, in effetti, il caos della vita, il turbinio della quotidianità spesso ci allontanano dalla parte emozionale profonda e riflessiva del nostro essere. Capita spesso di agire come automi, protesi a risolvere  e affrontare istanze contingenti. Quanti di noi possono affermare di essere sempre presenti a se stessi, di aver ben chiaro nella mente ciò che attiene al nostro vero sentire. 
Non è forse vero che più facilmente siamo trasportati dagli eventi, dalle circostanze? Quante volte il nostro agire e le decisioni che prendiamo sono un riflesso dell’imponderabile, del caso, oppure di situazioni costruite da altri e noi semplicemente coloro che si adeguano, che seguono la corrente. 
Attori di una commedia scritta da un regista sconosciuto, magari anche attori bravi, ma pur sempre solo ed esclusivamente interpreti.
È facile pensare di se stessi come a persone consapevoli, in grado di esercitare il controllo sulla propria vita, sui propri sentimenti. E’ facile, ma non è così abituale come crediamo. 
Chiudere gli occhi e leggersi dentro è un'operazione difficilissima. 
Troppi di noi vedendo quello che realmente sono impazzirebbero, oppure proverebbero moti di rivolta nei confronti di chi gli impedisce di spiccare il volo verso la giusta auto realizzazione. In fondo, anche quella che scambiamo per vera consapevolezza è trasposizione mediata dalla cultura, dai piccoli interessi personali, dalle aspettative che gli altri ripongono in noi, da ciò che permettiamo agli altri di cogliere. Anche il nostro immaginario e le nostre riflessioni giornaliere sono facilmente indotte, un riflesso degli accadimenti. L’introspezione, questa chimera. Introspezione onesta, radicale, quella che scava, quella che ti mette a nudo.

Un bel giorno, sei distolto dalla routine quotidiana. Un colpo violento ti riporta alla realtà, quella vera, quella degli affetti più cari. Una brutale e incomprensibile violenza cala nella tua vita: tuo padre o tua madre muoiono. Improvvisamente rimani in bilico tra le cose, ascolti le voci degli altri come giungere da lontano. Tutto diventa ovattato, filtrato dal dolore schiacciante, opprimente. Un pugno violento che stordisce.
Non perdi un amico, che è un dolore grande, o una persona amata, che è un dolore immenso, perdere un genitore è un dolore che attiene alla psiche, alla biologia umana, alla comunione di codici genetici che diventano brandelli sfilacciati. 
È qualcosa di così profondo e inspiegabile da lasciare attoniti, sbigottiti di fronte a un evento che se riferito ad altri reputiamo normale, naturale. Ma quando tocca a noi... Non è un semplice distacco da qualcosa o qualcuno che amiamo, è una vera amputazione di una parte vitale del nostro essere. 
Forse per la prima volta, le eterne domande sulla vita, l’amore, sui valori, su chi siamo, tornano crudelmente a fare capolino nella nostra mente. Tutte le sicurezze si frantumano. L’orrido mostro che è la morte, che prima ci appariva come qualcosa di vero e ineluttabile ma tutto sommato lontano e che riguarda principalmente gli altri, bussa con forza alla porta della nostra anima. Devi fare i conti con i tuoi sentimenti, con la percezione che hai di te stesso, ti rendi realmente conto della finitezza delle cose e delle persone. Realmente, senza ombra di dubbio e nel modo più tragico. Le mille domande, le eterne domande sul senso della vita ti perseguitano sino a stordirti. Io, ovviamente, non sono in grado di dare risposte. 
Sicuramente una personalità strutturata può benissimo elaborare il lutto per la perdita del papà, come si dice: la vita va avanti. Si torna a sorridere. Certo è vero, ma sorridi un po’ meno, impercettibilmente. In una parte del tuo essere rimane per sempre un’ombra di malinconia. Il tuo sorriso, anche se non si vede, è un po’ più tirato, perché una parte del tuo sangue e della tua carne è venuta a mancare, sei incompleto. Si smette di essere figli, non importa a quale età. Paradossalmente si ottiene anche una piccola conquista. Una sorta di libertà. La libertà di rendere onore spontaneamente e non soltanto perché i genitori sono presenti, a chi ci ha messo su questo mondaccio infame, rendere onore ai sacrifici fatti per crescerci, rendere onore alle loro aspettative cercando di essere persone migliori. Anche di essere qualcosa di diverso perché al riparo dal giudizio di qualcuno di importante per noi. Sempre però con un pensiero fuggevole e dolente che ogni tanto ci farà venire un groppo in gola a prescindere dalla situazione che stiamo vivendo.
Quando un genitore muore inizia il vero cammino. Siamo veramente soli e dobbiamo realmente fare i conti con la nostra anima. Si stacca quel filo celeste che ci tiene legati all’eternità, al passato e ai secoli andati. Possiamo perderci o diventare a nostra volta radici profonde, alberi massicci per affrontare le intemperie e, quando è possibile, rami robusti per i nostri figli. È il giro di boa infinito, l’eterno ciclo che continua.


© 2015 di Massimiliano Riccardi