scrivere per vivere vivere per scrivere

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La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. (René Descartes) ********************************************************************************************** USQUE AD FINEM
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giovedì 30 novembre 2017

Insieme Raccontiamo. Really want to be with you





Con piacere partecipo al gioco di Patricia Moll che con il suo Myrtilla's House ha lanciato questa bella iniziativa di aggregazione: "Insieme Raccontiamo". Edizione 27 


Patricia scrive un incipit e noi aggiungiamo un finale.
QUI le regole del gioco e la descrizione dell'iniziativa-
Spero di darvi qualche istante di divertimento con questo mio raccontino.


 Il suo incipit
Si stava preparando il caffè pensando a cosa avrebbe dovuto fare per sistemare una determinata questione. La tivù era accesa come sempre, un sottofondo che ormai quasi non sentiva più.
Improvvisamente il volume audio si alzò in maniera assordante. Si voltò. La tazzina le cadde dalle mani.
C’era una sua foto sullo schermo. Una foto di tanti anni fa, quando ancora era una ragazza piena di speranze e carina.
“Vi mostriamo la foto della ragazza scomparsa. Chiunque la vedesse è pregato di rivolgersi alle Forze dell’Ordine. Ricordiamo che è introvabile da ieri pomeriggio e che al momento della sparizione indossava blue jeans azzurri, felpa rossa con la scritta bianca my sweet love, scarpe da ginnastica blu. Risponde al nome di….”

Il mio finale

Non ascoltò altro. Conosceva benissimo quel nome. La televisione tornò a trasmettere a volume basso. Altre immagini. Decise di spegnerla.
La donna si chinò a raccogliere i cocci caduti.
In silenzio.
Grosse lacrime lambivano le palpebre arrossate. Quando alla fine presero a scendere sulle guance, lo fecero lentamente. Calde, consistenti. Attraversando il corridoio che dalla cucina portava alla camera da letto, si soffermò a guardarsi nello specchio che sovrastava una vecchia consolle in legno. Non era più la bellezza di venticinque anni prima, ma restava sempre una bella donna, per quanto le rughe amare di espressione rendessero il volto più cupo, quasi dolente.
Giunta in camera si spogliò davanti all'ennesimo specchio dell'armadio e si coricò a letto. La fitta al petto che l'aveva accompagnata tutto il giorno si fece prepotente. Non ebbe paura. Aspettò.
Di nuovo la televisione prese vita. Una vecchia canzone risuonò a tutto volume. Ancora una volta non si spaventò. Portò le mani al petto e premette con tutta la forza. Sentì una pressione delicata sul dorso delle mani. Aprì gli occhi.
Sua sorella era lì accanto a lei, seduta sul bordo del letto. Bellissima. Giovane.
La sua gemella.
«Ti ricordi quanto ci piaceva cantare quella canzone?»
La donna disse di sì con un cenno del capo. Il dolore al petto era svanito.
«Ti ricordi come ci arrabbiammo quando facemmo stampare la scritta sulla felpa e ci ritrovammo scritto love invece di Lord?»
La donna sorrise per quell'equivoco che poi, invece, le aveva divertite
«Vieni con me, andiamo.»
Tenendosi per mano si avviarono. Lo sguardo della donna cadde sull'immagine riflessa sullo specchio da camera, vide due ragazze identiche, ambedue indossavano una felpa rossa con la scritta bianca "my sweet love". Subito dietro, nel letto, il corpo sdraiato di una donna più matura. Il volto sereno, le rughe di espressione distese in un lieve sorriso.
Le note di My sweet lord continuarono a riempire la casa, la voce di George Harrison intonava dolcemente … I really want to see you
Really want to be with you
Really want to see you, Lord

But it takes so long, my Lord...


© 2017 di Massimiliano Riccardi

domenica 10 settembre 2017

Insieme Raccontiamo 24. Le scogliere di Moher




Appuntamento numero ventiquattro con Insieme raccontiamo. 

Il gioco di Patricia Moll compie due anni ed è sempre una grande gioia partecipare.
Per ricordare le regole vi rimando QUI, più brevemente, rammento a chi non conosce il meccanismo che Patricia lancia un incipit, e noi proseguiamo il racconto con un finale a tema libero.
Questa volta mi sono lanciato  con un tipo di argomento che mi garba molto ma che difficilmente tratto. Giudicate voi il risultato. Ho preparato tutto oggi in fretta e furia, ultimo giorno utile per giocare con voi. Non potevo mancare.
Mi scuso con tutti gli altri blogger per la mia latitanza, ma come ho spiegato nel post precedente sono giorni pesanti.
Rimedierò e mi farò perdonare.

L'incipit di Patricia:



“Ci son strade che portano ovunque
Ci sono incroci che portan lontano
Ma quando vedrai
un cervo che scappa
un serpente che attacca
e di un uomo le gambe soltanto
saprai che sotto al varco dovrai passare
e il pericolo andare ad incontrare.” 
Ok! Poteva andare bene e incominciò a spedire gli inviti.



 Il mio finale:

I giorni trascorsero lenti. Tempo sospeso.
Attese l'ultima risposta prima di aprire tutte le lettere giunte.
Quando fu il momento lesse. Lesse tutto lasciando al cuore e all'anima il compito di interpretare.
Riprese in mano una delle missive che l'aveva maggiormente colpita:
"Danza laggiù sulla riva,
perché ti dovresti curare del vento o del ruggito delle acque?
Libera i tuoi capelli umidi di salsedine.
Sei troppo giovane per aver conosciuto il trionfo dello sciocco o l'amore perduto non appena conquistato, o la morte del miglior lavoratore mentre tutti i covoni sono ancora da legare.
Perché dunque dovresti temere il mostruoso gridare del vento?"

La donna si alzò. Avvicinandosi alla finestra, scorse subito oltre l'agitarsi del mare, percepì il soffio impetuoso del vento. Il mare scuro si abbatteva sulle scogliere di Moher.
Lei, l'ultima Caileach, l'ultima maga d'Irlanda aveva appena scelto chi avrebbe continuato la missione.
La scelta era caduta su colei che non aveva fornito risposte, sull'unica che immaginava altro e altrove, e che poneva soltanto domande.

La battaglia contro la Primavera poteva ricominciare, la superbia dell'uomo doveva essere mitigata. Un nuovo Inverno sarebbe giunto. Implacabile, a ricordare che la Grande Madre Terra esigeva rispetto.



© 2017 di Massimiliano Riccardi

venerdì 30 giugno 2017

Insieme raccontiamo edizione 22


Nuovo appuntamento con il gioco di Patricia Moll.
Patricia lancia un incipit e noi proseguiamo. Limite di trecento parole e nessun limite alla fantasia e alla voglia di divertirsi.
QUI il link di lancio per questa 22ª edizione.


Questa volta mi butto a capofitto nel caxxeggio più puro. Spero di strapparvi un sorriso. Io mi sono senz'altro divertito a giocare con le parole attribuendo significati a concetti che faranno arricciare il naso ai puristi della matematica. Ovviamente lo scopo è giocare e raccontare: insieme raccontiamo no? Lasciatemi scherzare un po' e fatemi passare la "licenza...  poetica".

L'incipit di Patricia


Si sedette sul divano col personal sulle ginocchia.
Finalmente un po' di pace. Nessuno tra i piedi, silenzio, la coca fresca accanto e..... pace, appunto!
Però qualcosa non andava. Lo schermo del pc pareva  vivere di vita propria. Prima  di uno strano colore rossastro, ora era pieno di stringhe di codice che continuavano a scorrerle davanti agli occhi senza fermarsi. E non lo aveva ancora acceso.
Improvvisamente, parole di senso compiuto comparvero in mezzo alle stringhe insieme ad un brontolio strano che parve uscire dallo schermo. Parole incomprensibili..… come se fossero in un’altra lingua.
Si avvicinò al monitor per leggere ed ascoltare meglio e…

Il mio finale

Una vera esplosione di luci e suoni cacofonici fece indietreggiare con violenza il povero ragazzo. Si portò le mani alle orecchie e nascose il volto tra le ginocchia facendo cadere a terra il personal (le lezioni di ginnastica artistica pagate da mamma e papà tornavano sempre utili).
Poi il silenzio.
Nuovamente immagini e frame a velocità incredibile, ipnotiche.
Il silenzio fu rotto da una voce cavernosa, a tratti crudele, la sensazione che venisse dalle profondità di una caverna era avvalorata dal rumore amplificato e  liquido di acqua che scorre lungo le pareti e di occasionali gocce che cadono.
«Sono il Dio della solitudine! Il custode delle anime che si sfiorano ma che non si incontrano mai! IO SONO ASINTOTO, e tu sei entrato nel mio regno. Inchinati».
Il ragazzo fece per controbattere, poi una forza primigenia lo spinse alla sottomissione. Chino e umile offrì in dono al Dio le sue patatine Pringles, le sue barrette di cioccolata.
«Ti offro la mia solitudine come pegno della mia fedeltà».
Il ragazzo rimase sorpreso dal suo stesso eloquio. Non parlava così, non aveva MAI parlato così.
«E fai bene! Perché io sono ASINTOTO!»
Il giovane aprì la bocca esprimendo la sua adorazione con un mugolio, infilò un dito nella narice destra e prese a esplorare con passione. Un rivolo di saliva colava dall'angolo della bocca.
RRIIIIIIIINNNNGGGGGGG
La maledetta sveglia, la stramaledetta sveglia. Il ragazzo si portò una mano sugli occhi, il sole del mattino aveva già inondato la stanza. "che sogno strano", pensò. "Che senso di solitudine angosciante". Andò verso il PC che si era dimenticato di spegnere la sera prima e lo guardò a lungo prima di decidersi a premere il tasto che lo avrebbe messo a riposo.
Prese in mano il cellulare. Avrebbe chiamato Diego, avrebbe accettato l'invito per quella gita sui monti liguri in programma per oggi insieme a tutti gli amici. Finalmente. Erano mesi che non usciva di casa.
Ma nel regno della solitudine il Dio preparava la sua vendetta.
HAHAHAHAHAHAHAHA GHAAAAAAA



© 2017 di Massimiliano Riccardi

martedì 30 maggio 2017

Insieme raccontiamo 21. Alle volte la speranza è un palloncino colorato


Nuovo appuntamento con Insiemeraccontiamo. Appuntamento 21°
Come sapete Patricia Moll lancia un incipit e noi partecipanti proseguiamo in base all'estro del momento e in base ai nostri gusti. Tutto nell'arco di 300 parole, la difficoltà del gioco consiste in questo.

Partecipo con gioia. Sull'onda dell'emozione, ma con gioia.


L'incipit di Patricia

Stava affettando la cipolla per il ragù. La radio accesa a tenerle compagnia. Canticchiava sottovoce così come era capace, stonata e storpiando le parole inglesi.
Quasi a tradimento, dopo il mitico Elvis e il suo IN THE GHETTO, nell’aria si diffuse la voce roca e potente, inconfondibile, di Louis Armstrong.
Le note e le parole di WHAT A WONDERFUL WORLD entrarono nella cucina e dentro di lei.
Si fermò col coltello a mezz’aria come colpita da un pugno.
Come è bello il mondo… ma era bello davvero?

Il mio finale

Per un attimo il viso fu scosso da un tremito. Abbassò le mani. Lo sguardo corse sui lividi già vecchi che tinteggiavano di giallo la pelle delle sue braccia.
La radio continuava crudele. Di nuovo Elvis:
" Like a river flows
Surely to the sea
Darling, so it goes
Some things are meant to be…"
Già,
... come un fiume che scorre sicuro verso il mare. Dolcezza, funziona così
Certe cose sono destinate. Prendi la mia mano, prendi anche tutta la mia vita
perché non posso evitare di amarti...
Belle parole, purtroppo la sua vita era stata presa, ma non come cantava Elvis.
Guardò il suo bambino che disegnava tranquillo seduto al tavolino costruito dal nonno. Palloncini colorati ornavano i bordi. Non alzava mai lo sguardo quando era nel suo mondo di fantasia.
Erano fuggiti da quella casa con indosso soltanto una camicia da notte e un pigiamino. Alle spalle le urla del marito. 
Il tassista non aveva proferito parola mentre dallo specchietto guardava il suo viso tumefatto. Ricordava di aver sostenuto quegli sguardi, non era lei a doversi vergognare. Così come non aveva detto nulla il suo vecchio padre che l'aveva accolta. Un padre non ha mai bisogno di troppe parole, può solo esserci, sempre.
Altre note riempivano il vuoto. Si avvicinò al suo piccolo uomo. Gli accarezzò i capelli e si chinò a baciargli il capo.
Poteva ricominciare. Doveva ricominciare. Per lui. Lontano da tutto quel male, da quei gesti e quelle parole che feriscono.

Si lasciò trasportare dalle parole e dal Blues di Nina Simone. Nonostante alcune lacrime prepotenti e il nodo alla gola, sorrise. Tutto sommato il mondo poteva essere bello, davvero.




© 2017 di Massimiliano Riccardi

sabato 29 aprile 2017

Insieme raccontiamo 20: La Caina


Ennesimo appuntamento con Insieme raccontiamo. Appuntamento numero 20. 
Per  chi non conoscesse l'iniziativa, si tratta di un gioco che prevede un incipit scritto da Patricia, e la creazione di un finale, con un limite di parole e a tema libero, scritto dai partecipanti.
QUI trovate il post di lancio della madrina Patricia Moll



Spero di divertirvi come mi sono divertito io a giocare con le parole e la fantasia.


L'incipit di Patricia

Porca miseria! Era in ritardo e si era pure persa. Non essere capace a leggere le cartine era grave e non avere il gps era pure peggio.
Da quello che ricordava non doveva attraversare un bosco ma una città. Menomale che ne stava uscendo e forse così avrebbe incontrato qualcuno a cui chiedere informazioni. E magari far benzina… accidenti! Il serbatoio era quasi vuoto. Ma non aveva fatto il pieno prima di partire? Forse l’auto aveva qualche problema o sbagliando strada l’aveva allungata....
“E come mai è così buio ?” si chiese.
Lasciata l’oscurità creata da quegli enormi castagni così alti da non lasciarle intravedere il cielo, aveva sperato nel sole e invece…. “Ci mancava ancora il temporale!”
Tuoni e fulmini a raffica e là, nel prato alla sua sinistra… la casa… quella che aveva sognato la notte precedente e quella prima ancora. Da settimane la sognava ormai.
Vecchia, in pietra, con una torretta su un lato… costruita su un terreno incolto a fianco di un fosso pieno di acqua… sotto un cielo nero che illividiva a causa dei lampi violenti come esplosioni nucleari.
E quella finestra a piano terra illuminata...
L’auto inchiodò improvvisamente come se avesse premuto di colpo il freno ma lei non lo aveva nemmeno sfiorato.

Il mio finale

Scese.
Dovette alzare il bavero della giacca nell'illusione di proteggersi dal vento. Alzò gli occhi al cielo e vide che un banale temporale si stava trasformando in qualcosa di peggio. Sussultò a causa di un tuono vicinissimo.
Tornò a guardare in alto, il cielo era oramai completamente coperto da spesse nubi nere. Macchie di luce dai colori cangianti mulinavano, a tratti sembravano quasi contrarsi e dilatarsi, come gigantesche bocche il cui fondo era più buio che mai.
Cadde improvvisa una pioggia fitta e violenta.
Corse prendendo come riferimento la luce giallognola e tremolante della finestra al primo piano. Sentiva il cuore scoppiare nel petto, faceva fatica a contrastare il muro d'acqua e il vento, la luce pareva allontanarsi sempre di più a ogni passo. La forza d'impatto della pioggia le impediva di tenere gli occhi aperti. Fu presa dal terrore. Immagini  le balenarono alla mente: la sorellina che venticinque anni prima aveva lasciato morire in quello specchio d'acqua senza soccorrerla e senza chiedere aiuto. Ricordava il puro godimento di quegli attimi fomentato dalla brutale invidia che la spingeva a desiderare di vederla morta. Adesso, per la prima volta, quei sentimenti la sconvolgevano. Non era pentita, ma  terrorizzata senza capire il perché.
Scivolò a terra battendo la testa su di una pietra. Perse i sensi.
Quando si riprese vide che aveva smesso di piovere.
Il panorama era cambiato, della casa soltanto macerie, tutt'intorno nebbia, terreno ghiacciato e scivoloso. Nessun suono se non quello dei suoi ansiti.
Paura.
Poco più avanti la foschia parve diradarsi. Vide la sua auto accartocciata contro l'unico albero di quello che prima era un bosco.
La nebbia si dissolse. Si guardò intorno. Nulla intorno a lei. Una terra desolata e fredda. Una distesa di ghiaccio che si estendeva a perdita d'occhio.
Tornò a guardare verso la macchina, si fece ancora più vicina. All'interno un corpo senza vita: il suo.
Urlò. Un grido che partiva dal profondo ma che non aveva voce.
Sola.



© 2017 di Massimiliano Riccardi

mercoledì 1 marzo 2017

Insieme raccontiamo appuntamento 18



Nuovo appuntamento con l'iniziativa di Patricia Moll e il suo INSIEME RACCONTIAMO.
18° appuntamento



I minuti scorrono, la fine di questo umile raccontino è svelata cliccando sull'ultimo orario scritto in verde  di questa azzardata follia cronologica.


L'incipit di Patricia

Battisti nelle cuffiette cantava “c’è un treno che parte alle 7,40...”
Forse non erano proprio le 7,40 però il treno era lì, fermo come un cannibale vorace pronto a inghiottire chiunque gli si avvicinasse troppo. Pauroso, eppure invitante.
Doveva smettere di guardarlo e prendere una decisione. Salire o no?


Il mio finale

Il destino non riguarda i sogni

ore 10
L'orologio della stazione era preciso, lui lo sapeva bene, nonostante ciò continuava a confrontarlo con quello da polso.
Ancora niente. Lei non si decideva ad arrivare.
Mesi di preparazione. Un nuovo lavoro, una nuova casa, una vita piena di promesse e speranze.
Dovevano soltanto salire su quel maledetto treno. L'ancona- Chiasso sarebbe rimasto lì fermo ancora per poco, presto sarebbe ripartito. Basilea sarebbe stata l'ultima meta, un posto nuovo dove ricominciare.

ore 10,15
La sera prima, dopo aver fatto l'amore, lei aveva pianto. Aveva paura di lasciare la casa dei genitori. Lui non aveva detto nulla, si era limitato a stringerla forte. Non voleva pensare che quella sarebbe potuta essere l'ultima volta. Soltanto quando l'ebbe riportata a casa le disse un semplice e sommesso: "Ti aspetterò, so che verrai".

ore 10,20
Per tutti l'afa era opprimente, ma lui non riusciva a smettere di sentire freddo. Che sensazione strana in una mattina di agosto. Sapeva che la colpa era del timore che lei non si facesse viva. Si accese l'ennesima sigaretta. Per la prima volta  sentiva che il destino avrebbe giocato in suo favore se solo lei non si fosse tirata indietro. Una nuova esistenza con l'amore della sua vita.
La lancetta dei minuti si muoveva veloce, a differenza di prima, di quando l'attesa sembrava interminabile. Ogni scatto simile a uno schiaffo in pieno volto. Distolse lo sguardo.
Improvvisamente la vide varcare la soglia della sala d'attesa. Bellissima, radiosa, sorridente. Riflessi dorati le accarezzavano i capelli mentre gli correva incontro. Occhi negli occhi si dissero più di quanto le parole erano mai riuscite a dire. Lui allargò le braccia pronto ad accoglierla. Dio quanto l'amava.
10,25 audio originale




Post scriptum
Chiedo scusa a coloro che possono essere rimasti turbati, mi scuso per il colpo basso e per l'amaro in bocca che posso aver lasciato, io stesso ho riflettuto sull'opportunità di pubblicare una cosa del genere. Oggi non avevo voglia di risultare piacevole per nessuno, mi dispiace. 
Il calcio nelle palle non è per chi ha voluto perdere il suo tempo nel leggermi, è più che altro rivolto a me stesso, nasce dal desiderio di mantenere saldo nella memoria il concetto di quanto l'amore, la vita, ciò che di bello c'è nel mondo, può essere distrutto se si permette all'egoismo di vincere la sua battaglia contro il senso comune di fratellanza. Purtroppo la realtà è sempre più spaventosa di qualunque narrazione, le trame più orribili sono state realizzate senza la carezza e l'afflato amorevole della fantasia e dell'immaginazione. Quei fatti risalenti a quasi quarant'anni fa sono legati indissolubilmente a ciò che attiene al senso critico di ognuno di noi. Le stragi, il terrorismo, la strategia della tensione, l'odio, il razzismo, spesso non hanno una matrice scaturita da chissà quali "massimi sistemi", alle volte trovano terreno fertile nel semplice gesto di girare il capo per non vedere le piccole ingiustizie, dall'indifferenza, dal desiderio di non farci coinvolgere. Osservando ciò che accade ancora oggi in molte parti del mondo, sembra chiaro che l'uomo dal passato non ha imparato nulla. 

lunedì 30 gennaio 2017

Insieme raccontiamo 17



Ancora una volta si gioca e si condivide il piacere di scrivere, leggere, partecipare.
Aderisco nuovamente, con gioia, alla bellissima iniziativa di Patricia Moll:





Adesso, bando alle ciance. Partiamo.


Ecco l’incipit di Patricia:
Era l’alba. Gli piaceva scendere in spiaggia a quell’ora. In giro non c’era ancora nessuno perché i vacanzieri erano andati a dormire da poco.
Il silenzio interrotto solo dalla voce del mare lo rasserenava.
Girovagando, aveva oltrepassato il promontorio. In una piccola baia seminascosta l’aveva trovata.


Ecco qui il mio finale:

La vide immediatamente. Quasi un corpo estraneo per quello che sapeva essere un posto sconosciuto ai più. Una donna seduta sul bagnasciuga accanto al vecchio relitto rugginoso eletto a monumento dall'incuria umana. Una donna nera. Indossava una veste multicolore, inzuppata d’acqua. La modernità del giubbotto di salvataggio arancione stonava con quel volto di antica bellezza africana.
La donna piangeva. Un pianto quasi silenzioso ma non meno disperato. Piangeva come solo una madre può piangere. 
L’uomo rimase quasi stordito, quel pianto lo riportava a qualcosa di ancestrale, in quel lamento così prolungato, inconsolabile, c’era il dolore della prima madre, di tutte le madri. Cercò di attirare l’attenzione della donna, quasi timoroso. Il gesto di appoggiarle la mano sulla spalla fu respinto da un movimento violento del capo, da un tremito del corpo. L’uomo rimase imbambolato a guardare la sua mano robusta dalle dita nodose galleggiare nell'aria, sentì che toccarla era stata quasi una profanazione.
Si tolse la giacca e delicatamente le avvolse le spalle. Decise che avrebbe rimandato il momento di chiedere aiuto. Si sedette accanto alla donna, così, semplicemente. Fissò insieme a lei l’orizzonte, le dita rossastre dell’alba a disperdere i nembi, il mare sino a poche ore prima in tempesta. Non era difficile immaginare perché stesse piangendo. Ad un tratto fu silenzio, soltanto il rumore della risacca e il canto dei gabbiani. L’uomo sentì il proprio braccio stretto con forza da una mano stranamente calda. Voleva aiutarla, in fretta, ma aveva deciso di lasciare a lei la decisione di muoversi da lì. Un nuovo rumore a interrompere la quiete della piccola baia, il respiro profondo di due esseri umani uniti da qualcosa di vecchio come il mondo, che cambia nome in base alla terra di origine ma che da lo stesso fremito dovunque e in ogni tempo.



© 2017 di Massimiliano Riccardi

domenica 23 ottobre 2016

Insieme raccontiamo 14 - La via del sogno


Anche questa volta partecipo con gioia al gioco di Patricia Moll: insieme raccontiamo appuntamento 14. Come al solito lei lancia un incipit e noi proseguiamo con un finale.  QUI il link che rimanda al post originale.
Questa volta ho dovuto tenere a freno la fantasia, ho preso la deriva verso lidi che si trovano al confine tra sogno e realtà. Spero che l'esperimento possa risultare gradevole.



L'incipit di Patricia
Seduta ai margini del bosco sotto alla vecchia quercia spoglia rimuginava. Un peso le gravava sulla coscienza. Forse era giunta l’ora di liberarsene ma con chi parlarne? A chi rivolgersi? Chi avrebbe capito?
D’un tratto il tappeto di foglie ingiallite dall’autunno scricchiolò vicino a lei. Si voltò.

Il mio finale
Era tornata a casa sua, ma non aveva pace. Fluttuante e impalpabile. Lo spirito tormentato di suo figlio impediva un vero ricongiungimento. L'accettazione. 
Di nuovo lo scricchiolio di foglie. La via dei canti si fece luce, il serpente arcobaleno apparve immenso. Era stato chiamato, invocato da quell'anima dolente in cerca di consolazione. Occhieggiando e muovendo il capo invita la donna a proseguire il viaggio. Kanmare, che attraversa le acque, viaggia in terre lontane, unisce uomo a uomo attraverso i sogni, ingoia i malvagi, canta di genti e civiltà perdute. I sogni che preesistono e persistono. L'essere umano che si fa terra, roccia, corso d'acqua, vento, pioggia, pozza, albero.
Arcobaleno.
Vita eterna.
Tempo circolare.

1980
Il bambino si sente precipitare, la caduta gli mozza il fiato. Ha paura. Vorrebbe svegliarsi. Sogna. È tutto così reale. Una mano lo afferra. Salda. Apre gli occhi e vede sua madre. Non ode alcun suono ma vede. Percepisce il dolore di lei, il senso di colpa per averlo lasciato solo. Lo chiama. Senza parole. Solo alito di vento, colori. Chiarissimi.
Lui sta sognando, lei sta sognando. Sogno nel sogno.
Visioni.
Riconosce il luogo dove giace.
Può ritrovarla.
Finalmente pace.
Placare il suo spirito inquieto.
Apre gli occhi. Ansimante si guarda intorno. Ha immaginato di essere piccolo, un bimbo. Solo i fanciulli possono dar corpo ai sogni. 
Aveva lasciato gli Stati Uniti da circa un mese, la sua ossessione lo aveva portato sino in Australia. Era uno scienziato, ma questa volta si era affidato a ben altro.
Il suono del Didgeridoo è ossessivo, ripetitivo, modulato, vibrante. Ipnotico. Gli aborigeni che lo ospitano sorridono. Sanno. Anche loro hanno sognato.
L'uomo ha visto. Non ha nemmeno bisogno di cercare il punto sulla mappa. Sa esattamente dove andare per ritrovare il corpo di sua madre scomparsa durante una spedizione naturalistica trent'anni prima nei territori del nord. Uluru, "il grande masso" lo aspetta, il luogo dove il tempo non è tempo, dove la via del sogno è eternità, dove il passato e il presente si fondono.


venerdì 30 settembre 2016

Insieme raccontiamo 13



Con molto piacere partecipo nuovamente al gioco di Patricia Moll:

Insieme raccontiamo 13° episodio

E' necessario proseguire il racconto partendo dall'incipit di Patricia con un limite di 300 parole o 300 caratteri

Qui il link che rimanda all'iniziativa

Un raccontino preparato in fretta e furia. Spero risulti comunque gradevole


L'incipit di Patricia:

Seduta sulla poltrona, alzò gli occhi dal giornale. L’articolo le aveva fatto capire cosa doveva cercare per ottenere quello che voleva.
Lo posò, si alzò e così come era in casa uscì dirigendosi verso….

Il mio finale:

... la strada sottostante verso il negozio dietro l'angolo. L'annuncio pubblicitario del giornale locale parlava di grossi sconti. Entrò come una furia.
«Presto, la mia bambina torna da scuola e non mi trova.»
Il commesso guardò stranito quella donna così agitata. Non commentò, si mise a disposizione.
«Voglio quei nastri azzurri in vetrina.»
Il commesso li prese e li porse alla donna. Lei in tutta fretta pagò.
«Mi scusi sa, devo scappare, mi scusi, ho paura di non fare in tempo.»

Era quasi l'alba. Una mano scosse la spalla della Dottoressa Guidi afflosciata su di una sedia metallica.
«Dottoressa, dottoressa, si svegli. Credo che ci siamo.»
Lavorava in quell'ospedale, era lì non come medico di reparto ma come figlia. Aveva sognato sua madre. Dal monitor si potevano vedere tutti i parametri vitali precipitare. Avevano concordato di non rianimare la mamma. Era allo stadio terminale della malattia. Il cancro l'aveva resa uno scricciolo fatto di pelle e ossa. Un lungo e impietoso Calvario.
La dottoressa Guidi, senza curarsi di chi le stava intorno, si sedette sul letto, poi con delicatezza mise una mano dietro la schiena della madre e senza sforzo la sollevò sino a portasela al petto. Con il mento sopra la spalla pianse silenziosamente. Sentiva i contorni delle ossa del torace, l'odore di malattia e morte. Un grido accennato, sibilante, le uscì dalla bocca. Chiese perdono. Per non esserci mai stata in tutti quegli anni, per la poca pazienza nei suoi confronti. Chiese perdono.
Era una mattina di marzo quando si svolse il funerale. La dottoressa si sorprese di quanto fosse piacevole quel vento capriccioso, di come fosse bello il tepore dei raggi del sole che annunciavano la primavera.
Aveva voluto rimanere sola per un ultimo saluto. Mentre si asciugava le lacrime si avvicinò una bambina tenuta per mano dalla nonna. La bimba la guardò con un mezzo sorriso, intenerita da quell'adulto che piangeva. Senza una parola si sciolse i codini e mise in mano alla dottoressa i nastri che le legavano i capelli. Fece un ultimo sorriso e se ne andò. La dottoressa Guidi, prese i due nastri e se li portò al volto per sentirne il profumo. Grata per quel gesto di gentilezza, mise nella borsetta i due nastri azzurri, identici a quelli del sogno. Si allontanò inspiegabilmente più serena.