scrivere per vivere vivere per scrivere

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La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. (René Descartes) ********************************************************************************************** USQUE AD FINEM
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venerdì 14 settembre 2018

A volte ritornano, può capitare. Ubi bene, ibi patria

                                                         Sempre pronto a spararle grosse



Ci sono momenti che richiedono quiete, delicatezza. Non è possibile pretendere che siano altri a farsi carico dei tuoi stati d’animo, allora è necessario lavorare sul proprio piccolo spazio di cuore incontaminato. Già, perché quando tutto diventa difficile e complicato, quando la vita ti presenta il conto nel modo più duro e pesante, non rimane che trovare la forza in se stessi.
Credo sia impossibile guardare oltre se prima non ci si è guardati dentro.
Operazione difficile, mi rendo conto. Spesso l’introspezione è pura illusione, mediata da fatti contingenti che distraggono da una reale analisi, disturbata dagli istinti primari di conservazione che impongono una reazione a condizioni esterne avverse.
A fatica, lentamente, è però possibile cogliere ciò che spesso il giudizio, o il pregiudizio, rende soltanto apparentemente chiaro, e cioè che “non c'è nulla di buono o cattivo al mondo se il pensiero non lo fa tale”.
Il nostro amico Guglielmo il bardo perdonerà la citazione😉
Alla fine, i triboli della vita sono una delle ennesime sfide da affrontare. Soltanto questo.
Non voglio dilungarmi troppo, mi rendo conto di aver annoiato abbastanza l’improvvido lettore di queste poche righe (eeh, bisogna interrompere la lettura subito, dalle primissime parole che anticipano pistolotti dai toni ieratici, mi spiace😉 ).
Non ho utilizzato questo preambolo “orchioclastico”😂😂  per giustificare la mia assenza dal blogging, so bene che tutti voi potete comprendere la necessità di dedicare tempo alla vita reale quando è necessario. Il mondo virtuale rientra nella categoria del superfluo.
Tant’è, e qui casca l'asino, la voglia di scrivere sul mio blogghetto mi stuzzica da qualche giorno. Non trovando argomenti abbastanza illuminanti, ho rubato l’idea a un amico blogger, un tal Anfuso chiamato Salvatore (nomen omen), ho preso un vecchio raccontino scritto qualche anno fa qui su queste pagine e l’ho pubblicato sul sito de “il mio libro”. Credo che possa piacere al lettore occasionale. Premetto che non c’è nessun intento competitivo, soltanto il desiderio di tornare a essere letto e di ampliare i confini del blog.
Se avrete piacere e voglia, cliccate sul link che vi indirizzerà al raccontino, breve brevissimo, intitolato "Racconto inutile: facezie sull'incomunicabilità e l'amore", e lasciate una vostra impressione.
Io prometto di tornare presto in sella con nuovi post inutili e scandalosamente boriosi, da scribacchino presuntuoso quale sono.

A rileggerci presto. Vogliatemi bene, se potete.






© 2018 di Massimiliano Riccardi 

giovedì 30 novembre 2017

Insieme Raccontiamo. Really want to be with you





Con piacere partecipo al gioco di Patricia Moll che con il suo Myrtilla's House ha lanciato questa bella iniziativa di aggregazione: "Insieme Raccontiamo". Edizione 27 


Patricia scrive un incipit e noi aggiungiamo un finale.
QUI le regole del gioco e la descrizione dell'iniziativa-
Spero di darvi qualche istante di divertimento con questo mio raccontino.


 Il suo incipit
Si stava preparando il caffè pensando a cosa avrebbe dovuto fare per sistemare una determinata questione. La tivù era accesa come sempre, un sottofondo che ormai quasi non sentiva più.
Improvvisamente il volume audio si alzò in maniera assordante. Si voltò. La tazzina le cadde dalle mani.
C’era una sua foto sullo schermo. Una foto di tanti anni fa, quando ancora era una ragazza piena di speranze e carina.
“Vi mostriamo la foto della ragazza scomparsa. Chiunque la vedesse è pregato di rivolgersi alle Forze dell’Ordine. Ricordiamo che è introvabile da ieri pomeriggio e che al momento della sparizione indossava blue jeans azzurri, felpa rossa con la scritta bianca my sweet love, scarpe da ginnastica blu. Risponde al nome di….”

Il mio finale

Non ascoltò altro. Conosceva benissimo quel nome. La televisione tornò a trasmettere a volume basso. Altre immagini. Decise di spegnerla.
La donna si chinò a raccogliere i cocci caduti.
In silenzio.
Grosse lacrime lambivano le palpebre arrossate. Quando alla fine presero a scendere sulle guance, lo fecero lentamente. Calde, consistenti. Attraversando il corridoio che dalla cucina portava alla camera da letto, si soffermò a guardarsi nello specchio che sovrastava una vecchia consolle in legno. Non era più la bellezza di venticinque anni prima, ma restava sempre una bella donna, per quanto le rughe amare di espressione rendessero il volto più cupo, quasi dolente.
Giunta in camera si spogliò davanti all'ennesimo specchio dell'armadio e si coricò a letto. La fitta al petto che l'aveva accompagnata tutto il giorno si fece prepotente. Non ebbe paura. Aspettò.
Di nuovo la televisione prese vita. Una vecchia canzone risuonò a tutto volume. Ancora una volta non si spaventò. Portò le mani al petto e premette con tutta la forza. Sentì una pressione delicata sul dorso delle mani. Aprì gli occhi.
Sua sorella era lì accanto a lei, seduta sul bordo del letto. Bellissima. Giovane.
La sua gemella.
«Ti ricordi quanto ci piaceva cantare quella canzone?»
La donna disse di sì con un cenno del capo. Il dolore al petto era svanito.
«Ti ricordi come ci arrabbiammo quando facemmo stampare la scritta sulla felpa e ci ritrovammo scritto love invece di Lord?»
La donna sorrise per quell'equivoco che poi, invece, le aveva divertite
«Vieni con me, andiamo.»
Tenendosi per mano si avviarono. Lo sguardo della donna cadde sull'immagine riflessa sullo specchio da camera, vide due ragazze identiche, ambedue indossavano una felpa rossa con la scritta bianca "my sweet love". Subito dietro, nel letto, il corpo sdraiato di una donna più matura. Il volto sereno, le rughe di espressione distese in un lieve sorriso.
Le note di My sweet lord continuarono a riempire la casa, la voce di George Harrison intonava dolcemente … I really want to see you
Really want to be with you
Really want to see you, Lord

But it takes so long, my Lord...


© 2017 di Massimiliano Riccardi

domenica 10 settembre 2017

Insieme Raccontiamo 24. Le scogliere di Moher




Appuntamento numero ventiquattro con Insieme raccontiamo. 

Il gioco di Patricia Moll compie due anni ed è sempre una grande gioia partecipare.
Per ricordare le regole vi rimando QUI, più brevemente, rammento a chi non conosce il meccanismo che Patricia lancia un incipit, e noi proseguiamo il racconto con un finale a tema libero.
Questa volta mi sono lanciato  con un tipo di argomento che mi garba molto ma che difficilmente tratto. Giudicate voi il risultato. Ho preparato tutto oggi in fretta e furia, ultimo giorno utile per giocare con voi. Non potevo mancare.
Mi scuso con tutti gli altri blogger per la mia latitanza, ma come ho spiegato nel post precedente sono giorni pesanti.
Rimedierò e mi farò perdonare.

L'incipit di Patricia:



“Ci son strade che portano ovunque
Ci sono incroci che portan lontano
Ma quando vedrai
un cervo che scappa
un serpente che attacca
e di un uomo le gambe soltanto
saprai che sotto al varco dovrai passare
e il pericolo andare ad incontrare.” 
Ok! Poteva andare bene e incominciò a spedire gli inviti.



 Il mio finale:

I giorni trascorsero lenti. Tempo sospeso.
Attese l'ultima risposta prima di aprire tutte le lettere giunte.
Quando fu il momento lesse. Lesse tutto lasciando al cuore e all'anima il compito di interpretare.
Riprese in mano una delle missive che l'aveva maggiormente colpita:
"Danza laggiù sulla riva,
perché ti dovresti curare del vento o del ruggito delle acque?
Libera i tuoi capelli umidi di salsedine.
Sei troppo giovane per aver conosciuto il trionfo dello sciocco o l'amore perduto non appena conquistato, o la morte del miglior lavoratore mentre tutti i covoni sono ancora da legare.
Perché dunque dovresti temere il mostruoso gridare del vento?"

La donna si alzò. Avvicinandosi alla finestra, scorse subito oltre l'agitarsi del mare, percepì il soffio impetuoso del vento. Il mare scuro si abbatteva sulle scogliere di Moher.
Lei, l'ultima Caileach, l'ultima maga d'Irlanda aveva appena scelto chi avrebbe continuato la missione.
La scelta era caduta su colei che non aveva fornito risposte, sull'unica che immaginava altro e altrove, e che poneva soltanto domande.

La battaglia contro la Primavera poteva ricominciare, la superbia dell'uomo doveva essere mitigata. Un nuovo Inverno sarebbe giunto. Implacabile, a ricordare che la Grande Madre Terra esigeva rispetto.



© 2017 di Massimiliano Riccardi

venerdì 30 giugno 2017

Insieme raccontiamo edizione 22


Nuovo appuntamento con il gioco di Patricia Moll.
Patricia lancia un incipit e noi proseguiamo. Limite di trecento parole e nessun limite alla fantasia e alla voglia di divertirsi.
QUI il link di lancio per questa 22ª edizione.


Questa volta mi butto a capofitto nel caxxeggio più puro. Spero di strapparvi un sorriso. Io mi sono senz'altro divertito a giocare con le parole attribuendo significati a concetti che faranno arricciare il naso ai puristi della matematica. Ovviamente lo scopo è giocare e raccontare: insieme raccontiamo no? Lasciatemi scherzare un po' e fatemi passare la "licenza...  poetica".

L'incipit di Patricia


Si sedette sul divano col personal sulle ginocchia.
Finalmente un po' di pace. Nessuno tra i piedi, silenzio, la coca fresca accanto e..... pace, appunto!
Però qualcosa non andava. Lo schermo del pc pareva  vivere di vita propria. Prima  di uno strano colore rossastro, ora era pieno di stringhe di codice che continuavano a scorrerle davanti agli occhi senza fermarsi. E non lo aveva ancora acceso.
Improvvisamente, parole di senso compiuto comparvero in mezzo alle stringhe insieme ad un brontolio strano che parve uscire dallo schermo. Parole incomprensibili..… come se fossero in un’altra lingua.
Si avvicinò al monitor per leggere ed ascoltare meglio e…

Il mio finale

Una vera esplosione di luci e suoni cacofonici fece indietreggiare con violenza il povero ragazzo. Si portò le mani alle orecchie e nascose il volto tra le ginocchia facendo cadere a terra il personal (le lezioni di ginnastica artistica pagate da mamma e papà tornavano sempre utili).
Poi il silenzio.
Nuovamente immagini e frame a velocità incredibile, ipnotiche.
Il silenzio fu rotto da una voce cavernosa, a tratti crudele, la sensazione che venisse dalle profondità di una caverna era avvalorata dal rumore amplificato e  liquido di acqua che scorre lungo le pareti e di occasionali gocce che cadono.
«Sono il Dio della solitudine! Il custode delle anime che si sfiorano ma che non si incontrano mai! IO SONO ASINTOTO, e tu sei entrato nel mio regno. Inchinati».
Il ragazzo fece per controbattere, poi una forza primigenia lo spinse alla sottomissione. Chino e umile offrì in dono al Dio le sue patatine Pringles, le sue barrette di cioccolata.
«Ti offro la mia solitudine come pegno della mia fedeltà».
Il ragazzo rimase sorpreso dal suo stesso eloquio. Non parlava così, non aveva MAI parlato così.
«E fai bene! Perché io sono ASINTOTO!»
Il giovane aprì la bocca esprimendo la sua adorazione con un mugolio, infilò un dito nella narice destra e prese a esplorare con passione. Un rivolo di saliva colava dall'angolo della bocca.
RRIIIIIIIINNNNGGGGGGG
La maledetta sveglia, la stramaledetta sveglia. Il ragazzo si portò una mano sugli occhi, il sole del mattino aveva già inondato la stanza. "che sogno strano", pensò. "Che senso di solitudine angosciante". Andò verso il PC che si era dimenticato di spegnere la sera prima e lo guardò a lungo prima di decidersi a premere il tasto che lo avrebbe messo a riposo.
Prese in mano il cellulare. Avrebbe chiamato Diego, avrebbe accettato l'invito per quella gita sui monti liguri in programma per oggi insieme a tutti gli amici. Finalmente. Erano mesi che non usciva di casa.
Ma nel regno della solitudine il Dio preparava la sua vendetta.
HAHAHAHAHAHAHAHA GHAAAAAAA



© 2017 di Massimiliano Riccardi

domenica 18 giugno 2017

Storie di gatti - quando la solidarietà si trasforma in azione


È molto raro che io presenti libri nel mio blog, questa volta è con vero piacere che offro alla vostra attenzione una raccolta di racconti, 24 racconti per l'esattezza.
Tutti scritti da autori che hanno voluto regalare un piccolo sogno di speranza alle vittime del terremoto del 2016. Ogni contributo è stato offerto gratuitamente, ogni singolo autore ha partecipato con negli occhi e nell'anima le immagini di quella catastrofe immane. Lo spirito mosso però dalla convinzione che

STORIE DI GATTI
Questo è il titolo della raccolta. Sono tutti racconti che parlano d'amore e di speranza. I protagonisti sono i gatti, i loro amici umani fanno da sfondo.
Chi ha scritto lo ha fatto seguendo l'estro personale e lo stile che lo caratterizza.
Io mi sono molto emozionato e conserverò nel cuore l'esperienza di questa lettura


Questa è la lista di tutti coloro che hanno partecipato sotto varie forme all'iniziativa:
Anna D'Alessio, Anna Maria Fabbri, Anna Lelli Mami, Barbara Businaro, Corinna Campanella, Daniele Imperi, Daniele Savi, Deborah Leonardi, Elisa Riddo, Emma Frignani, Gaspare Burgio, Giulia Mancini, Giuseppe De Micheli, Gloria Maria Magnolo, Licia Luisetto, Lucia Cabello, Marco Stabile, Maria Beatrice Venanzi, Michele Scarparo,Paolo Forte, Sandra Faè, Sandra Buttafava, Sara Gavioli, Serena Bianca De Matteis, Silvia Algerino, Stefania Lai, Tiziana Balestro, Velma J.Starling.

L'incasso delle vendite sarà devoluto alla Croce Rossa Italiana.

La raccolta ha il patrocinio dei comuni di Amatrice e Accumoli.


à QUI e QUI trovate alcuni siti dove trovare il libro (per i meno esperti basta cliccare sui vari QUI)

Propongo adesso alcuni incipit o frasi che mi hanno colpito. Preferisco offrirvi una panoramica di ciò che troverete piuttosto che annoiarvi con mie considerazioni personali che non possono che essere, ovviamente, entusiastiche. 
La scoperta del titolo dei singoli racconti la lascio a voi e alla vostra curiosità.

"In principio erano cani, lupi e un terremoto. Ora sono gatti e molti più amici."
SANDRA FAÈ

"… Il dopo terremoto come il dopo dei tanti disastri più o meno personali che
hanno colpito la mia vita come quella di tutti. E adesso gli amici gatti sono qui, in questo libro, per portare la stessa gioia a tutti quelli che lo vorranno leggere."
MICHELE SCARPARO

"Il suo nome era Scarlett ed era la rossa più maledettamente sexy che io avessi mai visto."
SANDRA BUTTAFAVA

"… Anche il bicchiere scivolò a terra, formando sul parquet una pozza rosso scuro impreziosita da alcune schegge di vetro…"
EMMA FRIGNANI

"Sto dando la caccia a un pettirosso. La coda dritta e i baffi che vibrano, pregusto il brivido del salto."
MARIA BEATRICE VENANZI

"… Da un piccolo anfratto creatosi tra i detriti fece capolino la testa di un grasso gatto persiano, il pelo folto e rossiccio. Altri calcinacci si smossero …"
DANIELE SAVI

"… Furono le uniche parole che Francesco urlò al fratello subito dopo i funerali in paese. Il terremoto aveva mietuto le sue vittime e la loro mamma non era l’unica della lista…"
TIZIANA BALESTRO

"Oggi sono nervoso.
Provo disagio, mi fanno male le ossa, ho fame e c’è un freddo insopportabile.
Questa strana atmosfera mi mette paura, non mi vergogno a dirlo."
PAOLO FORTE

"… Si tirò su a sedere e finì sul pavimento. Rotolò più volte, come se la casa fosse inclinata. Crepitii, rombi, boati si diffusero intorno e il bambino strillò, terrorizzato, mentre attorno a lui tutto crollava …"
DANIELE IMPERI

"Erano le otto di un mattino pieno di sole, la sveglia aveva già suonato diverse volte ma Vincenzo non aveva voglia di alzarsi."
GIULIA MANCINI

"… Glielo dicevano tutti i suoi sensi, mentre vagava per i campi immersi nel buio. E i sensi di un gatto randagio non sbagliano mai …"
CORINNA CAMPANELLA

"Fin dal primo istante ho capito che era Lui: Lui che mi avrebbe voluta, amata. Lui che dovevo ammaliare, irretire, convincere."
GLORIA MARIA MAGNOLO

"… In quel tempo ero solo un bambino, il più giovane dei monaci nel monastero di cui il santo Benedetto era abate …"
ANNA D'ALESSIO

"… No, umano, questo tono minaccioso non mi piace per niente, ti avviso; vedi di… ehi, per caso quello è cibo? …
DEBORAH LEONARDI

"Romeo, soriano con un occhio grigio e uno verde, la coda mozzata e le zampe troppo lunghe, era egoista. O, per lo meno, così dicevano tutti …"
LUCIA CABELLA

"I gatti lo sanno, glielo diceva sempre sua nonna, quando era piccolo ma, crescendo, l’aveva dimenticato. I gatti, diceva, vedono cose che gli uomini non vedono e sentono, anche."
LICIA LUISETTO

"Sono Buck Micio Mao, il Gatto Ufficiale di Bordo -modestamente - …"
GIUSEPPE DE MICHELI

"Carissimo nipote,
MiAO piace l’idea di scriverti questa lettera per darti qualche dritta."
ANNA LELLI MAMI

"La porta si aprì con uno schianto, spegnendo in un amen tutti gli schiamazzi e i rumori tipici di quell’ora. Due cupi figuri fecero il loro ingresso …"
MARCO STABILE

"Il gruppo degli audaci entrò nella casa diroccata, tagliando di sbieco le tenebre con la luce delle torce elettriche."
GASPARE BURGIO

"Simba sapeva di essere Simba, eccome se lo sapeva. Sapeva anche di essere il nostro Sfigatto."
BARBARA BUSINARO

"… La mia coda! L’urlo mentale fu talmente forte che Rhett balzò in piedi. Rossella continuava a guardarsi. La scarica di adrenalina fece sparire gli ultimi effetti dell’anestesia. Come può essere successo? Come, COME? …"
VELMA J. STARLING

"Gatto Bià amava starsene disteso vicino al molo, a osservare i pescatori riportare il bottino rubato al mare."
STEFANIA LAI

"La natura germogliava e colorava i prati, la vita brulicava industriosa dopo il letargo invernale."
ANNA MARIA FABBRI

"Donna Maria si stringe le mani: le dita sono ali secche di pipistrello, le nocche gonfie, le unghie artigli di chi non è più in grado di prendersene cura da solo. Borbotta un ronzio di preghiere, …"
SILVIA ALGERINO

"Frankie era brutto.
Non un brutto interessante o un brutto spiritoso o postmoderno, tipo certi quadri che sembrano brutti, ma se te li spiega uno che ne capisce diventano belli. No, era proprio brutto e puzzava anche un po’."
SERENA BIANCA DE MATTEIS

Cosa dire … COMPRATELO. Ne vale la pena.

martedì 30 maggio 2017

Insieme raccontiamo 21. Alle volte la speranza è un palloncino colorato


Nuovo appuntamento con Insiemeraccontiamo. Appuntamento 21°
Come sapete Patricia Moll lancia un incipit e noi partecipanti proseguiamo in base all'estro del momento e in base ai nostri gusti. Tutto nell'arco di 300 parole, la difficoltà del gioco consiste in questo.

Partecipo con gioia. Sull'onda dell'emozione, ma con gioia.


L'incipit di Patricia

Stava affettando la cipolla per il ragù. La radio accesa a tenerle compagnia. Canticchiava sottovoce così come era capace, stonata e storpiando le parole inglesi.
Quasi a tradimento, dopo il mitico Elvis e il suo IN THE GHETTO, nell’aria si diffuse la voce roca e potente, inconfondibile, di Louis Armstrong.
Le note e le parole di WHAT A WONDERFUL WORLD entrarono nella cucina e dentro di lei.
Si fermò col coltello a mezz’aria come colpita da un pugno.
Come è bello il mondo… ma era bello davvero?

Il mio finale

Per un attimo il viso fu scosso da un tremito. Abbassò le mani. Lo sguardo corse sui lividi già vecchi che tinteggiavano di giallo la pelle delle sue braccia.
La radio continuava crudele. Di nuovo Elvis:
" Like a river flows
Surely to the sea
Darling, so it goes
Some things are meant to be…"
Già,
... come un fiume che scorre sicuro verso il mare. Dolcezza, funziona così
Certe cose sono destinate. Prendi la mia mano, prendi anche tutta la mia vita
perché non posso evitare di amarti...
Belle parole, purtroppo la sua vita era stata presa, ma non come cantava Elvis.
Guardò il suo bambino che disegnava tranquillo seduto al tavolino costruito dal nonno. Palloncini colorati ornavano i bordi. Non alzava mai lo sguardo quando era nel suo mondo di fantasia.
Erano fuggiti da quella casa con indosso soltanto una camicia da notte e un pigiamino. Alle spalle le urla del marito. 
Il tassista non aveva proferito parola mentre dallo specchietto guardava il suo viso tumefatto. Ricordava di aver sostenuto quegli sguardi, non era lei a doversi vergognare. Così come non aveva detto nulla il suo vecchio padre che l'aveva accolta. Un padre non ha mai bisogno di troppe parole, può solo esserci, sempre.
Altre note riempivano il vuoto. Si avvicinò al suo piccolo uomo. Gli accarezzò i capelli e si chinò a baciargli il capo.
Poteva ricominciare. Doveva ricominciare. Per lui. Lontano da tutto quel male, da quei gesti e quelle parole che feriscono.

Si lasciò trasportare dalle parole e dal Blues di Nina Simone. Nonostante alcune lacrime prepotenti e il nodo alla gola, sorrise. Tutto sommato il mondo poteva essere bello, davvero.




© 2017 di Massimiliano Riccardi

sabato 13 maggio 2017

Padri e figli



Tentativo di narrazione. Forse per un racconto lungo da inserire in una raccolta, oppure parte di un romanzo con attinenza in fase di progettazione. Boh, bozza nuda e cruda esposta al pubblico giudizio. Nulla di definitivo, tutto ancora da scrivere, correggere e migliorare... o cancellare.


… Riesco a immaginare la tua rabbia, ma ancora di più il tuo smarrimento. Perché di questo si tratta, in fondo. 
La violenza è spesso figlia della desolante paura di chi si sente in balia del mondo. C'è un confine, sottile ma profondissimo, che separa l'umana coscienza dall'animalesco dibattersi annichiliti dal terrore.
Dicevo di essere in grado di capire, ed è vero. Sono io stesso il risultato di quelle paure e turbamenti. Non ho dimenticato cosa significhi l'incertezza, il senso di inadeguatezza di fronte a una vita che si rivela piena di incognite.
Quando si è giovani esiste solo l'assoluto. Tutto ti schiaccia o ti esalta.
Tutto scorre, anche questo è vero. Non voglio però sminuire la questione raccontandoti che il tempo aggiusta sempre le cose.
Occasionalmente ci sentiamo come aggrappati a un masso mentre il turbinare delle acque ci passa sopra. Ci attraversa. Urliamo al cielo, non necessariamente per chiedere aiuto. Spesso semplicemente perché non vorremmo essere lì, non ci interessa nuotare e navigare quel fiume. Il desiderio di salvezza ci è estraneo. Ed è un urlo doloroso, che spacca i polmoni e risucchia i visceri, rende sordi. 
Sì, può capitare di desiderare il nulla. Non esistere. 
In questo non posso aiutarti. Io, se scaraventato sul ciglio del più profondo dei precipizi cercherei di restare aggrappato anche al più aguzzo e tagliente spunzone di roccia. Sono fatto così.
Ho osservato il tuo volto e ascoltato ciò che avevi da dire, più che fare attenzione alle accuse vomitate e alle parole dette con la bava alla bocca mi sono soffermato sul suono soffocato delle ultime sillabe, sullo scricchiolio della gola che cercava di deglutire, sulla sofferenza che c'era nelle vocali spezzate pronunciate, sul lamento monocorde e quasi impercettibile che scuoteva il mio cuore tra lo spazio dell'ultimo suono udibile e il roteare dei tuoi occhi che avrebbero voluto piangere, dire altro. C'era speranza inconfessata nei tuoi gesti. A questo mi aggrappo.
Avrei voluto abbracciarti. Non l'ho fatto. Ho lasciato vincere il tuo rifiuto. Ho scelto di essere odiato. Mi sono fatto agnello sull'altare di qualche dio bastardo che chiede sangue. Ora hai bisogno di questo? Ebbene io te lo offro. Usami come valvola di sfogo per tutta la desolazione che porti nel cuore.
Io ti sono padre. Il tuo dolore è il mio.
Non puoi capire adesso, lo so. Ora madre e padre hanno la consistenza di quella polvere maledetta che ti distrae da te stesso. Quello che non capisci è che mille volte verrai abbandonato e altre mille ritroverai quei genitori artificiali e infami che ti guardano beffardi, illusioni di benessere chimico. Oppure lo sai bene, e questo è il tuo modo per gridarci in faccia quanto siamo stati inadeguati con te. Allora che odio sia. Prenditela con me, non distruggere ciò che sei e che potrai ancora essere.
Se far parte della tua vita comporta ricevere sputi in faccia, allora ben vengano, se dare il mio nome al tuo furore è necessario per trovare una strada, fallo. Io ci sono, anche da lontano. Io ti sono padre. Ho le spalle larghe e le braccia forti, posso abbracciarti senza nemmeno toccarti. Si chiama amore.



© 2017 di Massimiliano Riccardi

sabato 29 aprile 2017

Insieme raccontiamo 20: La Caina


Ennesimo appuntamento con Insieme raccontiamo. Appuntamento numero 20. 
Per  chi non conoscesse l'iniziativa, si tratta di un gioco che prevede un incipit scritto da Patricia, e la creazione di un finale, con un limite di parole e a tema libero, scritto dai partecipanti.
QUI trovate il post di lancio della madrina Patricia Moll



Spero di divertirvi come mi sono divertito io a giocare con le parole e la fantasia.


L'incipit di Patricia

Porca miseria! Era in ritardo e si era pure persa. Non essere capace a leggere le cartine era grave e non avere il gps era pure peggio.
Da quello che ricordava non doveva attraversare un bosco ma una città. Menomale che ne stava uscendo e forse così avrebbe incontrato qualcuno a cui chiedere informazioni. E magari far benzina… accidenti! Il serbatoio era quasi vuoto. Ma non aveva fatto il pieno prima di partire? Forse l’auto aveva qualche problema o sbagliando strada l’aveva allungata....
“E come mai è così buio ?” si chiese.
Lasciata l’oscurità creata da quegli enormi castagni così alti da non lasciarle intravedere il cielo, aveva sperato nel sole e invece…. “Ci mancava ancora il temporale!”
Tuoni e fulmini a raffica e là, nel prato alla sua sinistra… la casa… quella che aveva sognato la notte precedente e quella prima ancora. Da settimane la sognava ormai.
Vecchia, in pietra, con una torretta su un lato… costruita su un terreno incolto a fianco di un fosso pieno di acqua… sotto un cielo nero che illividiva a causa dei lampi violenti come esplosioni nucleari.
E quella finestra a piano terra illuminata...
L’auto inchiodò improvvisamente come se avesse premuto di colpo il freno ma lei non lo aveva nemmeno sfiorato.

Il mio finale

Scese.
Dovette alzare il bavero della giacca nell'illusione di proteggersi dal vento. Alzò gli occhi al cielo e vide che un banale temporale si stava trasformando in qualcosa di peggio. Sussultò a causa di un tuono vicinissimo.
Tornò a guardare in alto, il cielo era oramai completamente coperto da spesse nubi nere. Macchie di luce dai colori cangianti mulinavano, a tratti sembravano quasi contrarsi e dilatarsi, come gigantesche bocche il cui fondo era più buio che mai.
Cadde improvvisa una pioggia fitta e violenta.
Corse prendendo come riferimento la luce giallognola e tremolante della finestra al primo piano. Sentiva il cuore scoppiare nel petto, faceva fatica a contrastare il muro d'acqua e il vento, la luce pareva allontanarsi sempre di più a ogni passo. La forza d'impatto della pioggia le impediva di tenere gli occhi aperti. Fu presa dal terrore. Immagini  le balenarono alla mente: la sorellina che venticinque anni prima aveva lasciato morire in quello specchio d'acqua senza soccorrerla e senza chiedere aiuto. Ricordava il puro godimento di quegli attimi fomentato dalla brutale invidia che la spingeva a desiderare di vederla morta. Adesso, per la prima volta, quei sentimenti la sconvolgevano. Non era pentita, ma  terrorizzata senza capire il perché.
Scivolò a terra battendo la testa su di una pietra. Perse i sensi.
Quando si riprese vide che aveva smesso di piovere.
Il panorama era cambiato, della casa soltanto macerie, tutt'intorno nebbia, terreno ghiacciato e scivoloso. Nessun suono se non quello dei suoi ansiti.
Paura.
Poco più avanti la foschia parve diradarsi. Vide la sua auto accartocciata contro l'unico albero di quello che prima era un bosco.
La nebbia si dissolse. Si guardò intorno. Nulla intorno a lei. Una terra desolata e fredda. Una distesa di ghiaccio che si estendeva a perdita d'occhio.
Tornò a guardare verso la macchina, si fece ancora più vicina. All'interno un corpo senza vita: il suo.
Urlò. Un grido che partiva dal profondo ma che non aveva voce.
Sola.



© 2017 di Massimiliano Riccardi