Ultimamente
mi è capitato di leggere di editoria e di libri, ho letto articoli su siti
letterari, commenti su forum specialistici, sfoghi su blog. Le domande
ricorrenti erano tutte imperniate su tematiche riguardanti la crisi
dell'editoria, pubblicare o no con case editrici piuttosto che con formule di
self publishing. Sostanzialmente, al di la delle formule per riuscire a
emergere dalla calca degli scrittori esordienti, si evince un dato tristemente
vero: non si legge più. È questo che dovrebbe spaventare più che la difficoltà
nel riuscire a pubblicare. Le statistiche parlano chiaro. La tecnologia invece
di essere un ausilio e un mezzo è diventata lo "scopo". La velocità
nel reperire informazioni, da supporto essenziale si è trasformata in unico
mezzo di conoscenza, per altro fonte di informazioni incomplete che non creano
cultura ma nozionismo. Per noi "vecchi", internet è realmente un
ausilio, in qualche modo velocizza e rende semplice gli approfondimenti, ma
immaginate un ragazzino di quattordici anni che non ha mai letto e utilizza
internet come unica fonte, provateci. Chiunque dopo aver letto quattro pagine
di wikipedia o due pagine su di un sito specialistico si sente padrone della
conoscenza.
E questa approssimazione
e superficialità si ripercuote inesorabilmente sulla società civile, abbiamo
esempi eclatanti nella pratica quotidiana e ricavati dalle cronache.
Cosa si può fare per
spingere a comprare più libri?
Voglio provare a dire
la mia cercando di far valere a buon diritto il mio ruolo di fruitore di tutto
il lavoro che molti di voi producono, scrittori, editori, editor. Il fatto che
anche io mi cimenti nell'attività di "scrivere" è del tutto
marginale, addirittura risibile. La domanda potrebbe essere capovolta:
"cosa spinge un lettore a non comprare un libro?" È soltanto un
problema economico nel senso che per colpa di internet il libro non è più un
buon affare? È realmente obsoleto e anacronistico leggere?
In questo caso
identifico nella parola "lettore" il comune cittadino che sia esso un
reale frequentatore di librerie o semplicemente un potenziale acquirente non
motivato. Ritengo che in questi anni ci sia stata una chiusura che in qualche
modo ha creato lo scollamento tra la società civile e questo meraviglioso mezzo
di comunicazione. Mi spiego meglio, quanto meno tento. Dal punto di vista
sociologico quello che rende un mezzo di comunicazione uno strumento reale e
fruibile è la condivisione a tutti i livelli. Nel momento in cui si riconduce
una determinata azione a vantaggio di pochi e con un linguaggio con forme
espressive comprensibili a pochissimi, decade il ruolo di comunicatività.
Prendiamo il caso della cinematografia che è invece un arte in evoluzione, dal
semplice gioco di immagini, dal banale raccontare storie per un pubblico
passivo, con il tempo è diventata una formidabile macchina propagandistica e
dispensatrice di messaggi che spaziano dal diletto elementare alla trasmissione di valori
e conoscenza. Il '900 ha prodotto esempi altissimi che si innalzano
prepotentemente rispetto alla massa mediocre dei filmetti. Intellettuali
potenti come Pasolini hanno elevato questo mezzo, grandi poeti come Buñel
hanno eletto il cinema a principale forma espressiva. Nella letteratura è
avvenuto il processo inverso. Da unico e indispensabile "medium" a
gioco stilistico per pochi contrapposto a distinto e separato ricettacolo di
mediocrità. La cultura vittima di se stessa. Alienante per difesa nei confronti
del banale, e alienata dalla banalità (che per sua natura è più forte) che gode
di questo dividi et impera. La cultura non si sporca più le mani, guarda
dall'alto in basso il resto dell'umanità. Gli intellettuali non cercano più la
diffusione delle idee, parlano a se stessi: "a morte la Maieutica e Viva
l'auto celebrazione."
La scrittura, questo colosso unico e potente, con le sue
differenziazioni, con le sue mire stratificate in più livelli di comprensione
ma sempre parte di un unico "corpo" propedeutico tendente al bello ed
all'universalismo, si è frantumato in piccole rocce lunari che non
interagiscono tra loro. La cultura in senso lato, qui voglio essere
provocatorio, deve riappropriarsi del diritto di dire "minchiate". Il
linguaggio, per essere utile, deve essere comprensibile a tutti. Altrimenti
diventa un suono che basta a se stesso e che aleggia inutilmente nel deserto.
Si dovrebbe tornare a inculcare nelle persone l'indispensabilità di questo
mezzo di comunicazione. L'unico che permette di compiere passaggi graduali
verso la comprensione. Ovviamente c'è bisogno della giusta onestà intellettuale
e valutare se ci interessa veramente il discorso educativo oppure se tutto
sommato non importa. Facciamo finta che ci interessa e che, soprattutto chi ha
figli, è interessato al discorso a fini pedagogici.
Quindi, dicevamo, letteratura
a tutto campo, dalle minchiate ai pensieri aulici. Un percorso articolato ma
finalizzato. È così che si educa un popolo. Grandi come Calvino o Sciascia lo
avevano capito. La letteratura insegnata, fatta amare, indicata come
fondamentale mezzo espressivo. Invece cosa abbiamo ottenuto grazie agli emeriti
"scrittori" che se la raccontano tra loro e si spartiscono di volta
in volta i premi letterari? La creazione di una casta e la delega del contatto
con la gente a internet o quant'altro. In virtù di questa lontananza, il
ragazzino (che in potenza potrebbe essere il futuro lettore e continuatore del
processo culturale), è spaventato dal libro, pensa già di annoiarsi. Preferisce
risposte immediate e non mediate.
Manca la copertura che risponde ai bisogni
mentali di tutti, che spazia dallo svago alla ricerca stilistica e concettuale.
Si è permesso a intere generazioni di imparare a correre senza il necessario
passaggio del gattonare, camminare, passeggiare. Intere generazioni che sanno
correre, è vero, ma assolutamente incapaci di soffermarsi sui dettagli
fondamentali della vita. Siamo nell'era dell'ignoranza funzionale, che è peggio
dell'ignoranza di ritorno che colpiva le generazioni passate a causa del basso
livello di scolarità. Abbiamo giovani che frequentano la scuola regolarmente e
che al termine del percorso di studi non sanno scrivere correttamente, non
riescono a costruire un pensiero complesso utilizzando le sfumature della
lingua italiana. Corde tese di un violino mai suonato, che non ha coscienza e
conoscenza delle melodie e delle armonie scritte da altri, che non ha mai sperimentato il tocco di suonatori
antichi che hanno provato e immaginato sinfonie diverse. Vogliamo nuovamente pensare
al libro come a qualcosa che trasmette TUTTO? Dove tutto è rappresentato?
Alle
volte per progredire è necessario tornare sui propri passi e riprendere la via
giusta: maneggio il libro, lo conosco, leggo, rifletto, immagino e completo con
il mio vissuto. Altro che regalare a ragazzini di nove anni Tablet, Smartphone
o quant'altro. Rivoluzione! Fuori dai coglioni gli intellettuali di posa,
inutili come un manoscritto chiuso in cassaforte, e ben vengano gli scrittori e
gli artisti a tutto campo. Il libro fonte di ogni cosa, senza vergogna. Io a
mio figlio insegno le regole di vita facendolo giocare, lasciando che esprima
la sua fantasia in un contesto che è sicuramente controllato da me, ma che è
aperto a ciò che lui può aggiungere e modificare. Questa è la cultura, a mio
giudizio. Il lettore si "costruisce" magari partendo dalle già citate
minchiate. Abituare alla gioia delle storie lette sin da bambini. Poi poco a
poco si arriva all'eccellenza, ma ci devono essere le basi, e le basi sono
avvicinarsi al libro senza paura.
Chi davvero vuole emancipare e far rivivere
l'editoria, se ne ha la possibilità e i mezzi, deve fare tabula rasa e
ricominciare dalla gioventù. Morti noi, manipolo di lettori incalliti, chi
rimarrà? Da lì parte tutto … forse.
Opinioni, sono soltanto opinioni. Oppure semplici disquisizioni sul nulla, fate voi.
© 2015 di Massimiliano Riccardi.









