scrivere per vivere vivere per scrivere

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La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. (René Descartes) ********************************************************************************************** USQUE AD FINEM
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domenica 4 ottobre 2015

Caxxeggio, florilegio di amenità, sbeffeggio. Realmente il post più inutile del mondo


Ultimamente mi è capitato di leggere di editoria e di libri, ho letto articoli su siti letterari, commenti su forum specialistici, sfoghi su blog. Le domande ricorrenti erano tutte imperniate su tematiche riguardanti la crisi dell'editoria, pubblicare o no con case editrici piuttosto che con formule di self publishing. Sostanzialmente, al di la delle formule per riuscire a emergere dalla calca degli scrittori esordienti, si evince un dato tristemente vero: non si legge più. È questo che dovrebbe spaventare più che la difficoltà nel riuscire a pubblicare. Le statistiche parlano chiaro. La tecnologia invece di essere un ausilio e un mezzo è diventata lo "scopo". La velocità nel reperire informazioni, da supporto essenziale si è trasformata in unico mezzo di conoscenza, per altro fonte di informazioni incomplete che non creano cultura ma nozionismo. Per noi "vecchi", internet è realmente un ausilio, in qualche modo velocizza e rende semplice gli approfondimenti, ma immaginate un ragazzino di quattordici anni che non ha mai letto e utilizza internet come unica fonte, provateci. Chiunque dopo aver letto quattro pagine di wikipedia o due pagine su di un sito specialistico si sente padrone della conoscenza.
E questa approssimazione e superficialità si ripercuote inesorabilmente sulla società civile, abbiamo esempi eclatanti nella pratica quotidiana e ricavati dalle cronache.

Cosa si può fare per spingere a comprare più libri?
Voglio provare a dire la mia cercando di far valere a buon diritto il mio ruolo di fruitore di tutto il lavoro che molti di voi producono, scrittori, editori, editor. Il fatto che anche io mi cimenti nell'attività di "scrivere" è del tutto marginale, addirittura risibile. La domanda potrebbe essere capovolta: "cosa spinge un lettore a non comprare un libro?" È soltanto un problema economico nel senso che per colpa di internet il libro non è più un buon affare? È realmente obsoleto e anacronistico leggere?
In questo caso identifico nella parola "lettore" il comune cittadino che sia esso un reale frequentatore di librerie o semplicemente un potenziale acquirente non motivato. Ritengo che in questi anni ci sia stata una chiusura che in qualche modo ha creato lo scollamento tra la società civile e questo meraviglioso mezzo di comunicazione. Mi spiego meglio, quanto meno tento. Dal punto di vista sociologico quello che rende un mezzo di comunicazione uno strumento reale e fruibile è la condivisione a tutti i livelli. Nel momento in cui si riconduce una determinata azione a vantaggio di pochi e con un linguaggio con forme espressive comprensibili a pochissimi, decade il ruolo di comunicatività. Prendiamo il caso della cinematografia che è invece un arte in evoluzione, dal semplice gioco di immagini, dal banale raccontare storie per un pubblico passivo, con il tempo è diventata una formidabile macchina propagandistica e dispensatrice di messaggi che spaziano dal  diletto elementare alla trasmissione di valori e conoscenza. Il '900 ha prodotto esempi altissimi che si innalzano prepotentemente rispetto alla massa mediocre dei filmetti. Intellettuali potenti come Pasolini hanno elevato questo mezzo, grandi poeti come Buñel hanno eletto il cinema a principale forma espressiva. Nella letteratura è avvenuto il processo inverso. Da unico e indispensabile "medium" a gioco stilistico per pochi contrapposto a distinto e separato ricettacolo di mediocrità. La cultura vittima di se stessa. Alienante per difesa nei confronti del banale, e alienata dalla banalità (che per sua natura è più forte) che gode di questo dividi et impera. La cultura non si sporca più le mani, guarda dall'alto in basso il resto dell'umanità. Gli intellettuali non cercano più la diffusione delle idee, parlano a se stessi: "a morte la Maieutica e Viva l'auto celebrazione."
La scrittura, questo colosso unico e potente, con le sue differenziazioni, con le sue mire stratificate in più livelli di comprensione ma sempre parte di un unico "corpo" propedeutico tendente al bello ed all'universalismo, si è frantumato in piccole rocce lunari che non interagiscono tra loro. La cultura in senso lato, qui voglio essere provocatorio, deve riappropriarsi del diritto di dire "minchiate". Il linguaggio, per essere utile, deve essere comprensibile a tutti. Altrimenti diventa un suono che basta a se stesso e che aleggia inutilmente nel deserto. Si dovrebbe tornare a inculcare nelle persone l'indispensabilità di questo mezzo di comunicazione. L'unico che permette di compiere passaggi graduali verso la comprensione. Ovviamente c'è bisogno della giusta onestà intellettuale e valutare se ci interessa veramente il discorso educativo oppure se tutto sommato non importa. Facciamo finta che ci interessa e che, soprattutto chi ha figli, è interessato al discorso a fini pedagogici.

 Quindi, dicevamo, letteratura a tutto campo, dalle minchiate ai pensieri aulici. Un percorso articolato ma finalizzato. È così che si educa un popolo. Grandi come Calvino o Sciascia lo avevano capito. La letteratura insegnata, fatta amare, indicata come fondamentale mezzo espressivo. Invece cosa abbiamo ottenuto grazie agli emeriti "scrittori" che se la raccontano tra loro e si spartiscono di volta in volta i premi letterari? La creazione di una casta e la delega del contatto con la gente a internet o quant'altro. In virtù di questa lontananza, il ragazzino (che in potenza potrebbe essere il futuro lettore e continuatore del processo culturale), è spaventato dal libro, pensa già di annoiarsi. Preferisce risposte immediate e non mediate. 

Manca la copertura che risponde ai bisogni mentali di tutti, che spazia dallo svago alla ricerca stilistica e concettuale. Si è permesso a intere generazioni di imparare a correre senza il necessario passaggio del gattonare, camminare, passeggiare. Intere generazioni che sanno correre, è vero, ma assolutamente incapaci di soffermarsi sui dettagli fondamentali della vita. Siamo nell'era dell'ignoranza funzionale, che è peggio dell'ignoranza di ritorno che colpiva le generazioni passate a causa del basso livello di scolarità. Abbiamo giovani che frequentano la scuola regolarmente e che al termine del percorso di studi non sanno scrivere correttamente, non riescono a costruire un pensiero complesso utilizzando le sfumature della lingua italiana. Corde tese di un violino mai suonato, che non ha coscienza e conoscenza delle melodie e delle armonie scritte da altri, che non  ha mai sperimentato il tocco di suonatori antichi che hanno provato e immaginato sinfonie diverse. Vogliamo nuovamente pensare al libro come a qualcosa che trasmette TUTTO? Dove tutto è rappresentato?

 Alle volte per progredire è necessario tornare sui propri passi e riprendere la via giusta: maneggio il libro, lo conosco, leggo, rifletto, immagino e completo con il mio vissuto. Altro che regalare a ragazzini di nove anni Tablet, Smartphone o quant'altro. Rivoluzione! Fuori dai coglioni gli intellettuali di posa, inutili come un manoscritto chiuso in cassaforte, e ben vengano gli scrittori e gli artisti a tutto campo. Il libro fonte di ogni cosa, senza vergogna. Io a mio figlio insegno le regole di vita facendolo giocare, lasciando che esprima la sua fantasia in un contesto che è sicuramente controllato da me, ma che è aperto a ciò che lui può aggiungere e modificare. Questa è la cultura, a mio giudizio. Il lettore si "costruisce" magari partendo dalle già citate minchiate. Abituare alla gioia delle storie lette sin da bambini. Poi poco a poco si arriva all'eccellenza, ma ci devono essere le basi, e le basi sono avvicinarsi al libro senza paura.

Chi davvero vuole emancipare e far rivivere l'editoria, se ne ha la possibilità e i mezzi, deve fare tabula rasa e ricominciare dalla gioventù. Morti noi, manipolo di lettori incalliti, chi rimarrà?  Da lì parte tutto … forse.

Opinioni, sono soltanto opinioni. Oppure semplici disquisizioni sul nulla, fate voi.



© 2015 di Massimiliano Riccardi.

giovedì 18 giugno 2015

Edgar Allan Poe - Quando l'inquietudine e il tormento diventano arte


Gli amanti della letteratura conoscono sicuramente questo grande scrittore, poeta e novellista americano, chi non lo ha mai letto può comunque incidentalmente averlo incontrato attraverso le numerose riduzioni cinematografiche dei suoi racconti dell'orrore tanto in voga negli anni '60 spesso interpretate dal grande Vincent Price. Per non parlare dei cortometraggi, dei telefilm, delle serie tv, in questo caso superiamo  i 150 liberi adattamenti. Voglio riassumere gli aspetti fondamentali della vita di questo personaggio che amo molto senza pretese da biografo improvvisato, desidero solo mettere in evidenza una delle figure più emblematiche che hanno caratterizzato la passione per la letteratura della mia giovinezza.
Edgar Allan Poe, come dicevamo, fu un uomo inquieto, tormentato, vittima di sé stesso e di un'epoca puritana che lo ha mantenuto ai margini pur leggendolo con interesse pruriginoso ma mai apertamente apprezzato. C'è voluto il grande Charles Baudelaire, primo traduttore delle sue opere e apripista in Europa, perché questo immenso scrittore fosse conosciuto a livello mondiale. Altri artisti contemporanei di Poe o di epoche immediatamente successive, trassero ispirazione dalla sua arte: Mallarmé; Jules Verne; il giapponese Taro Hirai che assunse lo pseudonimo di Edogawa Ranpo versione fonetica anagrammata del nome di Poe; Lovecraft. Il suo stile gotico produsse quella che può considerarsi la matrice primaria della letteratura gialla e poliziesca.
Edgar (Allan) Poe nasce a Boston nel 1809 figlio di una coppia di attori girovaghi in perenni difficoltà economiche. I primi anni di vita di Poe furono caratterizzati dalla miseria e dai disagi. Perse presto entrambi i genitori a causa della tubercolosi. Viene adottato, anche se in maniera non ufficiale, da John Allan, un ricchissimo mercante della Virginia. La famiglia Allan si trasferì in Inghilterra, questo permise al giovanissimo Poe di accedere a studi regolari, qui si rivela immediatamente un lettore compulsivo e uno sfrenato amante della poesia e della musica. Nel 1821  ritorna negli Stati uniti e frequenta l'Accademia di Richmond da cui viene cacciato nel 1825 a causa delle sue numerose intemperanze. Gli anni della gioventù furono caratterizzati da uno stile di vita dissipato, dal gioco d'azzardo, dal bere, dagli amori femminili tumultuosi. Fu decisivo l'anno 1826, la rottura con il padre adottivo che si rifiutò di corrispondere ai debiti contratti da Poe durante il percorso formativo all'università della Virginia, portò al trasferimento a Boston dove pubblicò a sue spese "Tamerlano e altre poesie" che gli conferì  una prima fama. Gli anni dal 1827 al 1932 sono poco documentati. Poe si arruola nell'esercito raggiungendo il grado di sergente maggiore, poi in virtù del suo percorso scolastico riesce a entrare nell'accademia militare di West Point, anche li venne espulso per il poco rispetto della disciplina.
Intraprende la carriera giornalistica come redattore del "Gentleman's Magazine", pubblica articoli sull'"Evening Mirror", pubblica a puntate, su vari giornali la maggior parte dei racconti che conosciamo. Tra alti e bassi, più bassi a dire il vero, la carriera di Poe prosegue offrendoci una vastissima produzione tra racconti, racconti brevi, poesie, romanzi. Tra i romanzi citiamo "Storia di Arthur Gordon Pym", "Il diario di Julius Rodman".  Racconti memorabili come: I delitti della Rue Morgue; Il mistero di Marie Roget; La lettera rubata; Lo scarabeo d'oro.
Significativi e archetipi del romanzo gotico moderno sono i racconti del terrore come: La caduta della casa degli Usher; Una discesa nel Maelström; Manoscritto trovato in una bottiglia; L'uomo finito; Mai scommettre la testa del diavolo; Ombra; Morella; Berenice; Re peste; Silenzio, e tanti altri.
Abbiamo anche la possibilità di gustarci le raccolte "Racconti del grottesco e dell'arabesco" 1840, "Racconti in prosa" 1843, "Racconti" 1845. Vasta è anche la produzione poetica e saggistica.
Tutta questa produzione artistica non portò mai al giusto merito e all'agognata indipendenza economica. La vita di Poe fu un susseguirsi di vicende dolorose, come la morte della giovane moglie a causa della tisi. Il vizio del gioco, l'alcolismo, la dissolutezza dei costumi minarono la salute dell'uomo. Il culmine della vicenda umana di Edgar Allan Poe, assolutamente in linea con il personaggio, fu il ritrovamento dello scrittore in stato pre agonico in una stradina buia di Baltimora. Morì il 7 ottobre 1849 dopo quattro giorni di coma. Le cause della morte, attribuite a volte all'alcol piuttosto che alla sifilide o alla rabbia, non furono mai del tutto chiarite. Contribuì a creare un aura di mistero il fatto che al momento del ritrovamento non indossasse vestiti suoi e che le poche parole pronunciate prima di perdere i sensi furono l'invocazione di un certo e mai identificato "Reynolds".

Un mistero moderno legato alla figura di Edgar Allan Poe è quello del "brindatore". Un personaggio elegantemente vestito con il volto celato da una maschera. Ogni anno, Dal 1949 sino al 2009 la strana figura scivolava nel buio delle prime ore del mattino del 19 gennaio, giorno del compleanno di Edgar Allan Poe, compiendo una sua precisa routine: prima si versava un bicchiere di cognac e faceva un brindisi (in inglese, “toast”, da qui il suo soprannome “The Toaster”) alla memoria dello scrittore, e poi organizzava tre rose rosse in uno specifico ordine sulla pietra tombale, per poi svanire nella notte, lasciando la bottiglia di liquore mezza vuota. Nel 1993 lasciò un inquietante biglietto con scritto: "la torcia verrà passata".



© 2014 di Massimiliano Riccardi. Tutti i diritti riservati

sabato 13 giugno 2015

Facezie con implicazioni psichiatriche che spero mi perdonerete - La legge del divenire



La nostra Storia, dall'età dei titani si è trasformata nell'era dei nani e degli orchi. Chi crede più nella via della Tradizione, chi segue la via dell'onore? Forse bisognerebbe tornare alle radici, stiamo perdendo l'Europa, siamo in piena decadenza politica e culturale. Facciamo solo ciò che ci piace, mai più vedremo uomini che fanno ciò che conta e che a volte costa per sete di giustizia e perché ciò renderà più forte e pura la VOLONTA' e più energico il possesso di sé. La vita non è conservarsi, è lottare. Non è essere privi di passioni, ma possederle al massimo grado, senza esserne dominato ma dominandole, passare indenne attraverso a tutto ciò che è becero materialismo. La via del guerriero. L'amicizia, che è cosa sacra. L'onore, che è sopra ogni cosa. L'amore per la famiglia, per la Patria che vuol dire solo comunità senza implicazioni scioviniste di sorta, per tutto ciò che è elevazione dalle miserie umane. Retorica? Sì, retorica. Non importa. Non voglio avere paura di parole e di concetti solo perché non sono alla moda o possono essere fraintesi e riconducibili a una qualche ideologia. Non mi interessano le ideologie, ascolto il cuore e guardo al futuro. La tradizione come fondamenta per la costruzione di un futuro migliore. Nell'era della globalizzazione abbiamo imparato a correre veloce, ci siamo dimenticati la bellezza del passeggiare con spirito lieto, pronti a godere del paesaggio, in grado di ascoltare i rumori della natura, le parole della gente. Non ci fermiamo più a guardare negli occhi l'occasionale interlocutore. Non capiamo, non accogliamo, non sentiamo. Nell'era iper tecnologica siamo paradossalmente tornati a ricercare solo la soddisfazione dei bisogni primari, solo più velocemente. A questo sono serviti migliaia di anni di civiltà? Alle volte bisogna fermarsi, tirare un respiro profondo e concentrarsi su chi siamo, su cosa vogliamo realmente dalla vita. Valutare se i bisogni sono reali o indotti dal tipo di società che ci è stata costruita intorno. Abbiamo la possibilità di raccogliere informazioni, talvolta inutili, in un nanosecondo, con un semplice click, ma non ascoltiamo più storie antiche, non leggiamo più delle gesta di chi questa civiltà l'ha costruita immaginando una società di uomini consapevoli. Tutto si è appiattito, omologato. Veloce, è vero è tutto più veloce, ma la corsa è schizofrenica e non porta a nulla. Finirà in un momento dove ci troveremo spossati con la bava alla bocca a guardarci intorno, soli. Miliardi di solitudini che hanno vissuto pensando di essere una comunità soltanto perché hanno bevuto le stesse bevande, indossato gli stessi vestiti, guardato le stesse trasmissioni televisive, si sono fatte stordire dalle stesse pubblicità.
Un poeta giapponese scrisse: " nella mia capanna non c'è nulla... eppure c'è tutto! "
Voglio stare in piedi in un mondo di rovine, non voglio chinarmi ne mettermi seduto. Ip ip Hurrà, trallallero trallallà.
© 2014 di Massimiliano Riccardi. Tutti i diritti riservati

mercoledì 10 giugno 2015

Umberto Eco - 40 regole per parlare bene l'italiano


  1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
  2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
  3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
  4. Esprimiti siccome ti nutri.
  5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
  6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
  7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
  8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
  9. Non generalizzare mai.
  10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
  11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
  12. I paragoni sono come le frasi fatte.
  13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
  14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
  15. Sii sempre più o meno specifico.
  16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
  17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
  18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
  19. Metti, le virgole, al posto giusto.
  20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
  21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.
  22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
  23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
  24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
  25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
  26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
  27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
  28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
  29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
  30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
  31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
  32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.
  33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
  34. Non andare troppo sovente a capo.
            Almeno, non quando non serve.
     35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
     36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
     37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le   premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
     38. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
    39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
    40. Una frase compiuta deve avere.
(tratto da: Umberto Eco, La Bustina di Minerva, Bompiani 2000) Rubato dal sito ITALIANA-Lingua e Cultura
 Direi che impone una sana riflessione e una attenta autocritica a tutti quelli che, come me, si dilettano a giocare con le parole. Spesso quello che diciamo e scriviamo è questione di vita o di morte. Vita o morte del pensiero.
Massimiliano Riccardi