scrivere per vivere vivere per scrivere

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La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. (René Descartes) ********************************************************************************************** USQUE AD FINEM
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venerdì 10 luglio 2015

Della morte del padre... Riflessioni sgrammaticate


Ci sono avvenimenti che, prepotentemente, obbligano le persone a staccare dalla vita sociale, dalle frivolezze. Anche dai problemi quotidiani per quanto gravi, per rientrare nella dimensione dell’Io più profondo. Prima o poi tocca a tutti. 
Sembra strano a dirsi ma, in effetti, il caos della vita, il turbinio della quotidianità spesso ci allontanano dalla parte emozionale profonda e riflessiva del nostro essere. Capita spesso di agire come automi, protesi a risolvere  e affrontare istanze contingenti. Quanti di noi possono affermare di essere sempre presenti a se stessi, di aver ben chiaro nella mente ciò che attiene al nostro vero sentire. 
Non è forse vero che più facilmente siamo trasportati dagli eventi, dalle circostanze? Quante volte il nostro agire e le decisioni che prendiamo sono un riflesso dell’imponderabile, del caso, oppure di situazioni costruite da altri e noi semplicemente coloro che si adeguano, che seguono la corrente. 
Attori di una commedia scritta da un regista sconosciuto, magari anche attori bravi, ma pur sempre solo ed esclusivamente interpreti.
È facile pensare di se stessi come a persone consapevoli, in grado di esercitare il controllo sulla propria vita, sui propri sentimenti. E’ facile, ma non è così abituale come crediamo. 
Chiudere gli occhi e leggersi dentro è un'operazione difficilissima. 
Troppi di noi vedendo quello che realmente sono impazzirebbero, oppure proverebbero moti di rivolta nei confronti di chi gli impedisce di spiccare il volo verso la giusta auto realizzazione. In fondo, anche quella che scambiamo per vera consapevolezza è trasposizione mediata dalla cultura, dai piccoli interessi personali, dalle aspettative che gli altri ripongono in noi, da ciò che permettiamo agli altri di cogliere. Anche il nostro immaginario e le nostre riflessioni giornaliere sono facilmente indotte, un riflesso degli accadimenti. L’introspezione, questa chimera. Introspezione onesta, radicale, quella che scava, quella che ti mette a nudo.

Un bel giorno, sei distolto dalla routine quotidiana. Un colpo violento ti riporta alla realtà, quella vera, quella degli affetti più cari. Una brutale e incomprensibile violenza cala nella tua vita: tuo padre o tua madre muoiono. Improvvisamente rimani in bilico tra le cose, ascolti le voci degli altri come giungere da lontano. Tutto diventa ovattato, filtrato dal dolore schiacciante, opprimente. Un pugno violento che stordisce.
Non perdi un amico, che è un dolore grande, o una persona amata, che è un dolore immenso, perdere un genitore è un dolore che attiene alla psiche, alla biologia umana, alla comunione di codici genetici che diventano brandelli sfilacciati. 
È qualcosa di così profondo e inspiegabile da lasciare attoniti, sbigottiti di fronte a un evento che se riferito ad altri reputiamo normale, naturale. Ma quando tocca a noi... Non è un semplice distacco da qualcosa o qualcuno che amiamo, è una vera amputazione di una parte vitale del nostro essere. 
Forse per la prima volta, le eterne domande sulla vita, l’amore, sui valori, su chi siamo, tornano crudelmente a fare capolino nella nostra mente. Tutte le sicurezze si frantumano. L’orrido mostro che è la morte, che prima ci appariva come qualcosa di vero e ineluttabile ma tutto sommato lontano e che riguarda principalmente gli altri, bussa con forza alla porta della nostra anima. Devi fare i conti con i tuoi sentimenti, con la percezione che hai di te stesso, ti rendi realmente conto della finitezza delle cose e delle persone. Realmente, senza ombra di dubbio e nel modo più tragico. Le mille domande, le eterne domande sul senso della vita ti perseguitano sino a stordirti. Io, ovviamente, non sono in grado di dare risposte. 
Sicuramente una personalità strutturata può benissimo elaborare il lutto per la perdita del papà, come si dice: la vita va avanti. Si torna a sorridere. Certo è vero, ma sorridi un po’ meno, impercettibilmente. In una parte del tuo essere rimane per sempre un’ombra di malinconia. Il tuo sorriso, anche se non si vede, è un po’ più tirato, perché una parte del tuo sangue e della tua carne è venuta a mancare, sei incompleto. Si smette di essere figli, non importa a quale età. Paradossalmente si ottiene anche una piccola conquista. Una sorta di libertà. La libertà di rendere onore spontaneamente e non soltanto perché i genitori sono presenti, a chi ci ha messo su questo mondaccio infame, rendere onore ai sacrifici fatti per crescerci, rendere onore alle loro aspettative cercando di essere persone migliori. Anche di essere qualcosa di diverso perché al riparo dal giudizio di qualcuno di importante per noi. Sempre però con un pensiero fuggevole e dolente che ogni tanto ci farà venire un groppo in gola a prescindere dalla situazione che stiamo vivendo.
Quando un genitore muore inizia il vero cammino. Siamo veramente soli e dobbiamo realmente fare i conti con la nostra anima. Si stacca quel filo celeste che ci tiene legati all’eternità, al passato e ai secoli andati. Possiamo perderci o diventare a nostra volta radici profonde, alberi massicci per affrontare le intemperie e, quando è possibile, rami robusti per i nostri figli. È il giro di boa infinito, l’eterno ciclo che continua.


© 2015 di Massimiliano Riccardi