scrivere per vivere vivere per scrivere

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La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. (René Descartes) ********************************************************************************************** USQUE AD FINEM
Visualizzazione post con etichetta vita. Mostra tutti i post
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venerdì 17 giugno 2022

LOST IN TRANSLATION?

 


I bilanci non mi sono mai piaciuti. Forse perché evocano la fine di un percorso. Mi limito soltanto a rievocare alcune tappe della mia vita. Tra queste c’è l’incontro con la donna della mia vita, colei che mi sopporta da tredici anni e che da sei è mia moglie (ieri abbiamo festeggiato l'anniversario). Lei è meravigliosa mentre io sono un vecchio orso casinista con troppe cose da farsi perdonare, questo in generale.

Questi ultimi anni sono stati difficili, ho avuto seri problemi di salute che hanno stravolto l’esistenza della mia piccola e coraggiosa famiglia. In compenso ho avuto la prova di cosa significa avere accanto una persona che ti ama oltre ogni limite.

In molte occasioni mi è venuta a mancare la forza che sempre ha caratterizzato il mio modo di affrontare la vita, ma non sono mai crollato. Questo perché al mio fianco c’era chi non ha mai smesso di sorreggermi e di spronarmi. Spesso con parole dolci e di conforto, e altre volte, quando necessario, con sonori calci nel sedere. Devo dire di aver riscoperto quanto il linguaggio dell'amore sia sempre diversificato: spesso le parole e i gesti vanno tradotti correttamente. È però necessario essere attenti per non perdere alcuni dettagli fondamentali, sfumature essenziali che sfuggono a una lettura veloce.

Quindi nessun bilancio, ma la celebrazione dell’amore mio sì.



Adesso potete tutti andare a prendere qualche anti diabetico, leggere certe sdolcinature nuoce alla salute.

Forse non è il modo migliore per tornare a scrivere sul blog ma non posso farci niente, mi girava così.

Ho trascurato molte persone che mi hanno onorato della loro amicizia virtuale, mi scuso. 


Un poco alla volta, ricomincerò a scrivere sul mio bloggetto. 



Devo dire che il fatto di aver riscontrato una continua lettura dei miei post nonostante la latitanza del sottoscritto mi sprona parecchio, oltre trecentomila visite non sono poche per un blog in disuso da tre anni. 


Vedremo. Non ho nemmeno idea di quale linea seguire. Probabilmente tornerò con i miei cazzeggi, facezie e post inutili.

A presto




© 2022 di Massimiliano Riccardi 

venerdì 9 giugno 2017

Accendere una candela è meglio che maledire l'oscurità. Scelte


Leggendo il post di Marina Guarneri, che trovate QUI, mi sono sentito coinvolto. Ovvio, l'argomento figli, scelte, prese di posizione, mi tocca.
La lettura, oltre ad averla gradita, ha scatenato tutta una serie di considerazioni accessorie al punto che mi è venuta voglia di buttare giù due righe 😄😄😄 
Sempre all'insegna dell'ironia, lungi da me prendere troppo sul serio le mie elucubrazioni
Probabilmente l'unico grande lascito che possiamo donare ai nostri figli è la forza morale di operare delle scelte. Razionali, coraggiose, oneste.
Tutto ciò prevede un duro lavoro di sostegno per permettere alla personalità dei nostri "cuccioli" di evolversi, svilupparsi, esplodere. Lo stile di vita moderno non aiuta. I filtri, la mediazione, sono tutte cose affidate in massima parte a ciò che attiene al virtuale.
Miliardi di immagini, di situazioni, colpiscono la mente di quelli che vengono definiti i"nativi digitali". Quando un concetto o un valore non è vissuto o elaborato profondamente si trasforma in una delle tante informazioni che attengono all'immaginario collettivo, ma senza sviluppo pratico. Oggi, più che mai, il lavoro del genitore è difficile. Sopratutto per noi che abbiamo dai quarant'anni in su. Siamo la generazione di mezzo tra coloro che sono usciti dalla seconda guerra mondiale e questo modo virtuale dove tutto si muove così velocemente da aver creato il fenomeno paradossale dell'immobilismo etico.
Mi vengono in mente le masse di idioti sapienti che dietro la protezione di un monitor pontificano, giudicano, colpiscono. Tutte persone istruite, addirittura colte, che spesso hanno una vita fatta di relazioni sociali quasi inesistenti, frammentarie, disorganizzate. Con orgasmi stimolati dalla digitopressione compulsiva sulla tastiera. Ma questo è un altro discorso.
Cosa significa scegliere? È soltanto formarsi delle opinioni scegliendo tra la grande massa di informazioni che i media ci forniscono? È identificare tra ciò che la grande informazione ci propone come più consono al nostro bagaglio di studi e di letture e quindi attinente al nostro corpus culturale?
Sì, possiamo affermare che spesso si tratta di questo. Dovrebbe bastare no? Sono cresciuto con dei principi, ascolto, valuto, mi formo una mia opinione, la esprimo. Tutto a posto no?
Un corno tutto a posto. Ci vuole, ci deve essere, una corrispondenza nella pratica quotidiana. Il pensiero si deve trasformare in azione. Le scelte, come i valori, devono rispecchiarsi nei nostri atti quotidiani. Ai nostri ragazzi va data la possibilità di studiare, di accrescere il bagaglio culturale, di sviluppare uno spirito critico, di essere in grado di riconoscere il barlume di vero dalla grande massa di cose verosimili. Devono imparare a essere. Ma tutto deve trasformarsi in energia cinetica. Tutto. A quel punto, della parola, preso atto dell'etimologia, mi interessa che si trasformi in eziologia di una grave forma di malanno: libertà e azione. Pratica quotidiana dello spirito indipendente, moto a luogo dei principi. Partecipazione e coinvolgimento fattivo. Come? Con la condotta quotidiana, con la costante capacità di ricercare il modo migliore di fare le cose a scuola, nel lavoro, in famiglia.
Zzo me ne frega di avere un figlio che si commuove per i terremotati se poi si comporta come uno stronzo con gli amici o i vicini di casa. Che si attiva con post sui social solidarizzando con gli immigrati se non aiuta la mamma a lavare i piatti. 'Nporta una sega che sia sostenitore di tutte le associazioni animaliste del mondo se quando incontra la vecchietta del terzo piano non la saluta nemmeno o non si offre di portarle la borsa della spesa. 

La butto sul ridere, ovvio. Esagero. Chi mi legge spesso sa che non riesco ad essere serio per più di due paragrafi.
Probabilmente ho raccolto in poche righe una tale massa di luoghi comuni da bastare per una vita intera.
Credo che un genitore debba compiere un grosso lavoro per incrinare a picconate quello schermo, quella bolla virtuale fatta di avvenimenti vomitati a milioni ogni singolo giorno, Avvenimenti che coinvolgono a livello percettivo, così pressanti e ripetuti da diventare però ipnotici. Alla fine si rimane immobili, spettatori di un mondo che incalza, ma noi fermi, passivi. Capaci di espressioni di sdegno o di compiacimento con il tempo di andare a pisciare tra una pubblicità e un'altra, con il tempo e la libertà di andarci a prendere un panino in attesa di una risposta su un post di facebook o un commento su "uozzap".
Insegnare ai nostri figli a coltivare i rapporti umani, a essere costruttivi in ambito scolastico e lavorativo, a muovere ogni tanto il culo invece che stare a fare soltanto chiacchiere. Ma i genitori devono esserci, non soltanto come procacciatori di vitto e alloggio, o compagni di gioco. Devono far sentire la presenza costante, anche a costo di sacrifici. Il dialogo deve essere continuo, significativo, aperto. Sopratutto ci vogliono gli esempi. Questa è la mission del terzo millennio. Tutte cose che sino a qualche decennio fa erano la normalità.
Come diceva qualcuno bisogna odiare gli indifferenti, è necessario essere partigiani. Ma un partigiano muove le chiappette sante, dà il buon esempio, agisce, non si limita alle attestazioni di principio. Non è possibile limitarsi a scrivere come schizofrenici editti sul giusto o l'ingiusto. Spacciatori di pensieri che ingannano con l'estensione per nascondere la mancanza di profondità.
La speranza è che i nostri "figliuoli" possano quindi utilizzare il grande dono della tecnologia e della rete con sapienza e divertimento. Divertimento e consapevolezza.
Leggere le declamazioni dei vari guru, con spirito leggero, le affermazioni dei nichilisti della domenica con il sorriso, ascoltare le concioni dei pluri mega super coltissimi et sapientissimi intellettuali da "circolo dei solitari avulsi dalla vita vera" con tenerezza. 


Adesso che vi ho rosolato, oppure se siete vegani scaramellato, le palle, lascio a tutti voi un segno della mia stima, siate certi che dopo la lettura di questo post non dovrete mai più dare prova del vostro coraggio. 
Qui sotto una bella canzone dei tempi andati, di quando si digitava di meno e si parlava di più


© 2017 di Massimiliano Riccardi

venerdì 10 febbraio 2017

Metropolitan Suite... in crescendo. Ritorno dei post inutili



Può capitare di restare imbambolati a osservare una scena rapiti dalle dinamiche tra due protagonisti. Catturati dai movimenti, dai cenni, dagli sguardi, dal significato profondo di cose non dette.
Lo sfondo è metropolitano, c'è caos: Il solito rombare di auto e mezzi pubblici; il via vai di gente distratta; una coppia di fidanzatini che si baciano sulla panchina nella piazzetta di fronte, zaini a terra in un orario che fa capire che oggi si marina la scuola; il matto che parla da solo e inveisce contro i passanti.
Può capitare.
Sì.
È come se mi trovassi dall'alto di una posizione privilegiata, da un attico, sono distaccato ma non assente.
Non è la giornata che tutti sperano di affrontare, il cielo è grigio, c'è vento, ci sono a terra  le tracce della pioggia notturna, mozziconi e cartoni bagnati ammiccano sfrontati ricordando a tutti che la città è capace di sporcare anche le cose preziose e pure cadute dal cielo.
Vengo urtato da una signora carica di borse della spesa, non si scusa nemmeno. La perdono, in fondo sono io a essere in mezzo ai piedi. 
Mentre la osservo attraversare la strada borbottando  la riconosco, è la signora Vicenta. Anni e anni in Italia per fare la donna delle pulizie nelle case di molti abitanti del mio quartiere. Dall'alba al tramonto, tutti i giorni della settimana. Una donna sfatta e sfiancata, sempre sorridente ma con gli occhi tristi. 
Ha fatto arrivare dall'Ecuador suo figlio per permettergli di studiare. Tutti sanno che il ragazzo a scuola ci va poco perché preferisce fumare eroina. L'ho sorpreso anche io nel mio portone mentre era indaffarato con il suo bel pezzo di carta stagnola, cannuccia tra le labbra intanto che il suo amico scaldava tutto con l'accendino da quattro soldi. Avrei lasciato perdere se solo non mi avesse guardato con aria di sfida, come se stesse facendo la cosa più normale del mondo e io fossi un idiota che non capisce. Quel giorno feci saltare con una mano tutto l'ambaradam, lo presi per un orecchio e lo trascinai fuori dall'androne del mio palazzo mentre l'amichetto in fuga mi insultava in spagnolo e il figlio della signora Vicenta mi guardava impaurito gemendo dal dolore. Non ero arrabbiato, soltanto triste. Ricordavo altre situazioni simili, momenti così vecchi da risalire a prima della nascita dello stupido che avevo tra le mani. Come un cretino facevo fatica a respingere il groppo in gola. Più il turbamento aumentava e più strizzavo l'orecchio di quel poveretto. 
Facevo pagare a lui le colpe di un altro stupido che da anni è andato a far da concime per i vermi. Anzi, oramai sarà polvere. Forse è per questo che ne sento ancora la presenza. La polvere si infila dovunque e non va mai via del tutto.
Il clacson tonante di un autobus mi riscuote da quel ricordo. Torno a concentrarmi sulla scena che stavo osservando. Mi accendo una sigaretta e, come se mi trovassi a una festa invece che in mezzo alla strada, mi appoggio comodamente al palo del semaforo. Con la coda dell'occhio noto il barbaglio dell'acqua piovana sulle strisce pedonali bianche e lucide. Chissà come mai quelle gocce sfavillanti mi rincuorano e mi mettono allegria.
Guardo verso l'improbabile coppia senza riuscire a reprimere un sorriso ebete che mi si stampa sulla faccia.
Si stanno avvicinando ma ancora non mi hanno visto.
Mia madre e mio figlio.
Mano nella mano chiacchierano, petulanti, complici. La mia vecchia ogni tanto si china verso il bimbo per ascoltarlo meglio. No, non è esatto, è come se gli andasse incontro con tutta se stessa, anima e corpo. Sono geloso, con me è stata una madre dura, severa, distaccata, sempre triste o arrabbiata. Sempre distratta dai problemi della vita. Sola.
Mio figlio è effervescente, come al solito. Bellissimo. Vitale. Vibrante. Risplendente. Accoglie con soddisfazione le espressioni di stupore e meraviglia della nonna. Chissà quali avventure le starà raccontando. Racconti minuti, gesti innocenti, gioia piena e inconsapevole. O forse no, forse è proprio lui ad aver capito tutto, ciò che conta davvero. Gli adulti hanno poca memoria, sono troppo impegnati per dedicarsi alla vita. Esistono, indaffarati, distratti, pieni di progetti che allontanano dalla vera essenza dell'io più profondo. I bambini amano, gioiscono, soffrono, direttamente dall'anima che ancora non si è costruita barriere.
Mi vedono.
Mia madre mi guarda e ricomincia la recita, lo sguardo è di colei che vuole farmi capire quanto è vecchia e stanca, si incupisce.
Bugiarda.
Quando il nipote le tira la mano per richiamare la sua attenzione, le torna lo sfavillio negli occhi.
Mio figlio mi chiama festante. Trascina la nonna e insieme caracollano verso di me.
In quel gesto mi ritrovo a essere più figlio di quanto non lo sia mai stato da bambino. Più padre che mai.
Mentre Il bambino mi abbraccia le gambe festoso, bacio sulla guancia mia madre e la ringrazio.
 La città è sempre la stessa, bigia, ventosa, rumorosa, sporca. Soltanto noi siamo di volta in volta diversi, alle volte migliori, più spesso semplicemente consapevoli.
Alle volte mi pongo delle domande stupide, non sono legate a quesiti su quanto posso essere bravo nel mio lavoro, su quante capacità relazionali possiedo, su quanti progetti sono stato in grado di portare a termine, se in me è ancora vibrante la giusta determinazione per rincorrere il successo.
Soltanto domande stupide.
Per fortuna accade raramente.
Mi ricordo delle cose che mi diceva la mia nonna, di come lei, molto semplicemente, si augurava soltanto che io diventassi un brav'uomo, molto banalmente desiderava questo. Non le importava cosa avrei fatto nella vita, sperava di crescere un nipote destinato a essere una brava persona. Tutto lì. Questo perché lei sapeva che la vita è una gran bastarda, io ancora dovevo scoprirlo del tutto.
Ecco quindi affiorare le domande sciocche.
Ma io sono un brav'uomo? Sono degno del dolore di chi mi ha messo al mondo? Sono degno di crescere e aiutare un essere che da me si aspetta tutto, e che guarda a me come l'unico in grado di permettergli di camminare da solo nel mondo, forte e indipendente?
Quesiti stupidi come dicevo.
Adesso però, non ho tempo per darmi quel tipo di risposte, devo rispondere a domande ancora più fondamentali e pressanti, mio figlio mi sta chiedendo se ho voglia di andare a casa con lui a giocare con i lego. Io odio i lego. Mi farò forza e cercherò di trovare l'entusiasmo per mettermi a costruire casette.
Ecco, ci pensa un bambino di cinque anni a darmi le risposte giuste. Che cretino che sono.



© 2017 di Massimiliano Riccardi

sabato 19 novembre 2016

Quasi un mese. Torno con le mie inutili facezie



Sono molti giorni che non pubblico nulla, quasi un mese.  Non per mancanza di voglia, nemmeno per pigrizia. Come capita a tutti, ci sono accadimenti della vita che trascinano verso luoghi che puoi visitare solo guardandoti dentro. Ciò che attiene all'amore, ai figli, alle persone che fanno parte della tua esistenza e sono parte di te. Tutto ciò che veramente caratterizza il tuo essere un uomo. Più della professione che svolgi, più dei successi e degli insuccessi. Ma questa e tutta un'altra storia. Non voglio tediare nessuno con faccende personali.
Una cosa posso però raccontarla. Sì, posso.
Quando ci sono cose che ti portano a scavare nella tua anima, nell'anima delle persone che ami, cercando di capirle e di capirti, succede che scopri di avere tralasciato dei dettagli. Quelle particelle infinitesimali di cui mi piace tanto parlare, quelle parti del tuo essere profondo così nascoste e celate tra le pieghe del tuo intelletto da averti fatto perdere anni in elucubrazioni talvolta inutili. Gli scossoni emotivi sono sempre un'ottima occasione per raccogliere quelle particelle infinitesimali che cadono lungo la via durante i tremori dell'anima.
Io scrivo, quindi sono un ladro di sensazioni e immagini. Narro, quindi sono anche un bugiardo perché devo necessariamente arricchire, rendere fruibile e accettabile quello che racconto. I dettagli della menzogna, le sfumature più volatili, sono le uniche verità. Concrete e vere, bisogna solo essere in grado di vederle, di coglierle.
Come capita agli scrittori, devi metterti davanti a un foglio e chiedere aiuto a qualcuno. Qualcuno che ti possa far capire meglio la vita, il mondo, chi sei e cosa cazzo ci stai a fare su questa terra. 
Qualcuno arriva sempre. Senti sussurri nella notte che ti raccontano una storia, ti appaiono immagini di persone che vivono sotto i tuoi occhi vicende incredibili. Vedi te stesso viaggiare sul flusso della memoria e cogli ciò che al momento degli accadimenti non hai colto, o non hai voluto cogliere. Allora ti alzi da letto e prendi appunti, cerchi di stare al passo con la narrazione. Perché scrivere è l'unica cosa che ti fa star bene e ti aiuta. 
Una volta da qualche parte, non ricordo più nemmeno su quale blog o sito, ho lasciato questo mio delirio: Si scrive per bisogno di leggerezza. Compenetrazione mascherata da distacco dal mondo. Inutile posa di chi parla a se stesso facendo finta di parlare alle moltitudini. È vero anche il contrario. Dissimulazione. Scrivere di nulla per dire tutto. Parlare troppo per non dire niente. Insensato è il desiderio di cambiare il mondo. Scrivete del vacuo, parlate del vuoto. Come disse non so chi, "Le parole usate per essere utili si vendicano e ci si ritorcono contro".
Insomma, questo è quello che mi è successo ultimamente nel mare magnum dei casini che ho dovuto attraversare, nel tempo della lontananza dal blogging.
Tutto qui, niente di speciale. Come tutti mi barcameno e vado avanti per tentativi.
Ho consegnato un romanzo che è puro divertimento nella speranza che possa nascere su carta, ma che comunque pubblicherò anche da solo se la faccenda andrà troppo per le lunghe, e mi sono messo a scrivere una storia che farà molto per aiutare me stesso e i protagonisti delle vicende a superare e mettere un sigillo definitivo su fatti di quasi trent'anni fa. Ovviamente parlo di un romanzo, quindi la verità è tra le pieghe, la cogli come lampo di luce infinitesimale.
Come ultima cosa voglio ringraziare delle amiche blogger che mi hanno contattato per avere notizie di me. Lo hanno fatto in un momento decisivo, mi hanno risollevato lo spirito e sono loro grato dal più profondo del cuore. Parlo della carissima Patricia Moll, della mitica Glò, e della Donna portentosa Marina Guarneri.


Tornerò a rompere le scatole commentando i post dei colleghi blogger che appaiono sul mio blogroll e farò nuovamente sentire la mia voce di cazzaro pubblicando ancora qualche inutile facezia.
Fine della tiritera.
Hip hip Hurrà.

lunedì 10 ottobre 2016

Di scrittura, giudizi e altre facezie




Qualche giorno fa su blog "Appunti a margine" di Chiara Solerio è uscito un post molto interessante dal titolo Il rapporto tra autore e personaggi - la sospensione del giudizio. Proprio perché trattava una tematica che mi interessa molto ho deciso di intervenire con un commento. Come spesso capita al sottoscritto è venuto fuori un vero e proprio torrente di parole che ha obbligato blogspot a difendersi rifiutando l'inserimento se non a costo di frammentarlo in almeno tre parti. Naturalmente ho optato per la soluzione più divertente per me: ne ho ricavato un vero e proprio post.
L'articolo di Chiara partiva da un assunto ben preciso, a me ha fornito il destro per ulteriori osservazioni legate anche al mio vissuto quotidiano. Ovviamente si tratta di considerazioni personali e come tali del tutto opinabili. Qui sotto riporto quello che avrebbe dovuto essere il mio commento.

Quello della sospensione del giudizio è un argomento non da poco. Attiene  alle relazioni umane come alla scrittura. Nei primissimi anni 90' incominciavo gli studi per poter svolgere la professione che ancora oggi mi permette di vivere, appresi un concetto che sino ad allora era soltanto una parola come tante: empatia.
Termine abusato, usato troppo spesso a sproposito, per mille motivi contraddetto dagli stessi atteggiamenti di coloro che se ne fanno promotori e fautori.
Ovvio che nel mio campo l'empatia deve avere necessariamente un riscontro pratico, non può essere soltanto un concetto acquisito o una banale nozione. 
Per rendere più snello il ragionamento, e per non risultare banalmente didascalico, possiamo dire che l'empatia è quello stato che ti permette di ascoltare il tuo interlocutore, percependone le emozioni, i drammi o le gioie, come se fossero le tue. Bada bene, sottolineo il "come se". Fondamentale. Difficile.  Vale anche per i personaggi  di un romanzo, a meno che non si desideri dar voce a un'evidente presa di posizione. 

Dunque, dicevamo empatia, ascoltare le emozioni e i sentimenti "dell'altro da me" senza che diventino le tue, percepire il dolore senza soffrirne a tua volta, ascoltare le paure dell'altro senza provarne tu stesso.
Impresa titanica ti garantisco, nei fatti è un processo molto difficoltoso, la realtà ha talmente tante variabili che è spesso difficile applicare le teorie sino al giorno prima solo lette e studiate.
L'empatia come confine fondamentale tra la simpatia e l'antipatia, anzi, la totale esclusione di ogni attitudine affettiva personale, banalizzo ma è per far capire. Ascoltare l'altro astenendosi dal giudizio, entrare nella sua visione senza esserne coinvolto. Una sorta di ascolto non valutativo e giudicante ma comprensivo nel senso più puro del termine.
Immagina l'approccio terapeutico di un caso limite: io ho bisogno di raccogliere più informazioni possibili su di un paziente che ha una formazione culturale totalmente diversa dalla mia, ad esempio un mussulmano praticante, con abitudini alimentari diverse, un concetto di società agli antipodi con il mio, a quel punto? Come posso ascoltare quello che ha da dirmi senza essere preda del mio sentire? Senza essere vittima del mio giudizio o pregiudizio? Posso solo ascoltare dimenticando chi sono senza però annullarmi, ascoltare il suo disagio senza provarlo io stesso, a quel punto cercando di instaurare un processo empatico, posso pianificare tutto quello che è il mio agire da professionista adattando le mie risorse alle necessità del paziente. Quindi via i "qui si fa così", via i "che cazzo di modo di vivere", via tutto ciò che non attiene alla pura e semplice comprensione dei bisogni dell'altro. Astensione dal giudizio. Lasciar emergere quello che il mio interlocutore ha in sé, cercando di percepire esattamente la sua emozione. 


La mia risposta deve essere influenzata da ciò che posso fare per favorire il suo "star bene" senza giudicare i perché e i per come il paziente è in quella condizione. L'empatia come comunicazione non violenta che utilizza un linguaggio assertivo. Vale per tutti i "tipi umani", ho parlato del mussulmano perché a quanto pare oggi tentano di farci credere che sia un problema, ma il discorso vale anche per il contadino dell'entroterra ligure.
Non sono un vero scrittore e non ho esperienza, ma nel mio romanzo ho cercato di delineare i personaggi sulla falsa riga di quello che mi capita di fare tutti i giorni, non sempre con successo.
Ho lasciato che fossero loro a parlare, ho ascoltato le loro emozioni e quello che avevano da dire. Ho cercato di evitare di mettere in ballo quella che è la mia personalissima idea in merito agli argomenti trattati. Ho pianificato un tipo di narrazione dove le emozioni positive o negative sono slegate dal narratore, ma sono riconducibili solo all'agire dei protagonisti. Ovviamente non avevo nessun intento se non quello di dar voce il più liberamente possibile a dei personaggi, nessun piano terapeutico, nessuno scopo pratico da raggiungere.
Ci sono riuscito? Non lo so. Però ci ho provato. Forse, e dico forse, il miglior modo di scrivere (parlo di romanzi) è proprio provare ad astenersi dal giudizio e lasciare ai protagonisti della storia l'arduo compito di esprimere giudizi. Come in tutte le cose si va avanti per tentativi, si prova e si sperimenta. 
Vecchierelli, canuti e fragili, ci ritroveremo a raccontarci se alla fine saremo riusciti nell'impresa. Sarebbe già un grande successo esserci riusciti nella vita di tutti i giorni.

sabato 15 agosto 2015

BUON FERRAGOSTO


Buon ferragosto, a quelli che come me lo passeranno al lavoro e sono comunque contenti di fare la propria parte, a quelli che il lavoro lo stanno ancora aspettando, a quelli che non ce l'hanno più e guardano al futuro con gli occhi velati di disperazione, buon ferragosto a chi se ne fotte perché tanto l'importante è seguire la squadra del cuore. Buon ferragosto a chi vive la vita seduto davanti ha un PC giudicando il mondo e non si è ancora sporcato le mani con la vita, quella vera. Buon ferragosto a tutti, belli e brutti, perché un augurio, come il saluto, non si nega a nessuno. Buon ferragosto alla mia città, devastata dalla disoccupazione, con le fabbriche chiuse, con le alluvioni cicliche e le buche nelle strade che sembrano scavi archeologici, che è Superba solo perché ce lo dicono gli altri. Buon ferragosto a chi guarda i propri figli e tira dritto stringendo i pugni, per loro. Buon ferragosto a chi ha pietà per quelli che pietà non hanno. Buon ferragosto alla vita, anche se alle volte ci sorride beffarda. Buon ferragosto a me che a un'ora dallo scrivere tutta questa riga di cazzate sarò con i miei pazienti cercando di trasmettere una forza che talvolta nemmeno io ho.

Per concludere questa divagazione da sindrome bipolare vi lascio in omaggio un mio articoletto scritto nel 2009. 
Buon ferragosto.


"Il mattino ha l'oro in bocca, dice il Prete rosso, questo è senza ombra di dubbio vero.
Il Re si sveglia presto, di proposito. La corte lo segue ligia, lustra, sottomessa, pronta a raccogliere la goccia di bava cadente. 

Con lingua nervosa. 
Goccia di bava del potente... nettare per il sicofante. 
Non sottovalutate il Re, egli non dorme mai, non ozia come noi, lavora, prepara. Udite lo stridore dei meccanismi surriscaldati dal troppo lavoro. E' in arrivo l'era luminosa, non ci sono più poteri oscuri, non c'è più tirannia violenta... siamo liberi, liberi...liberi di fregarcene altamente. L'era dell'accidia, dove tutto scorre sotto i nostri occhi, dove le chiacchiere sulla giustizia e la liberta, si interrompono per via della pubblicità. Dove mentre parlo di ideali mi viene in mente... nulla... non mi viene in mente nulla. 
Però è cosi consolatorio pensare di avere dei valori, mentre si vivono le stesse cose di tutti gli altri, mentre si cercano i benefici che cercano tutti gli altri, mentre si cerca l'approvazione come tutti la cercano, mentre si predica bene e si razzola male. 
Questa è la nuova corte, non più pretoriani armati, non più guerrieri spietati pronti a difendere il Re nero, ma una moltitudine di chiaccheroni con in mano una birra e l'altra mano sui coglioni. 
Faremo muro. Infrangibile. Il muro della finta partecipazione. Solidissimi mattoni di indifferenza a difendere questo potere. E saremo premiati, niente più fruste sui nostri dorsi, ma partite di calcio a tre euro, tv 24 ore su 24, blockbuster sempre aperti, rate e mutui per tutte le tasche. La rivolta è stata sedata, non a raffiche di mitra ma a colpi di consigli per gli acquisti. Non si può uccidere il Re, perché il Re vive in noi."

 Marzo 2009


© 2015 di Massimiliano Riccardi

venerdì 10 luglio 2015

Della morte del padre... Riflessioni sgrammaticate


Ci sono avvenimenti che, prepotentemente, obbligano le persone a staccare dalla vita sociale, dalle frivolezze. Anche dai problemi quotidiani per quanto gravi, per rientrare nella dimensione dell’Io più profondo. Prima o poi tocca a tutti. 
Sembra strano a dirsi ma, in effetti, il caos della vita, il turbinio della quotidianità spesso ci allontanano dalla parte emozionale profonda e riflessiva del nostro essere. Capita spesso di agire come automi, protesi a risolvere  e affrontare istanze contingenti. Quanti di noi possono affermare di essere sempre presenti a se stessi, di aver ben chiaro nella mente ciò che attiene al nostro vero sentire. 
Non è forse vero che più facilmente siamo trasportati dagli eventi, dalle circostanze? Quante volte il nostro agire e le decisioni che prendiamo sono un riflesso dell’imponderabile, del caso, oppure di situazioni costruite da altri e noi semplicemente coloro che si adeguano, che seguono la corrente. 
Attori di una commedia scritta da un regista sconosciuto, magari anche attori bravi, ma pur sempre solo ed esclusivamente interpreti.
È facile pensare di se stessi come a persone consapevoli, in grado di esercitare il controllo sulla propria vita, sui propri sentimenti. E’ facile, ma non è così abituale come crediamo. 
Chiudere gli occhi e leggersi dentro è un'operazione difficilissima. 
Troppi di noi vedendo quello che realmente sono impazzirebbero, oppure proverebbero moti di rivolta nei confronti di chi gli impedisce di spiccare il volo verso la giusta auto realizzazione. In fondo, anche quella che scambiamo per vera consapevolezza è trasposizione mediata dalla cultura, dai piccoli interessi personali, dalle aspettative che gli altri ripongono in noi, da ciò che permettiamo agli altri di cogliere. Anche il nostro immaginario e le nostre riflessioni giornaliere sono facilmente indotte, un riflesso degli accadimenti. L’introspezione, questa chimera. Introspezione onesta, radicale, quella che scava, quella che ti mette a nudo.

Un bel giorno, sei distolto dalla routine quotidiana. Un colpo violento ti riporta alla realtà, quella vera, quella degli affetti più cari. Una brutale e incomprensibile violenza cala nella tua vita: tuo padre o tua madre muoiono. Improvvisamente rimani in bilico tra le cose, ascolti le voci degli altri come giungere da lontano. Tutto diventa ovattato, filtrato dal dolore schiacciante, opprimente. Un pugno violento che stordisce.
Non perdi un amico, che è un dolore grande, o una persona amata, che è un dolore immenso, perdere un genitore è un dolore che attiene alla psiche, alla biologia umana, alla comunione di codici genetici che diventano brandelli sfilacciati. 
È qualcosa di così profondo e inspiegabile da lasciare attoniti, sbigottiti di fronte a un evento che se riferito ad altri reputiamo normale, naturale. Ma quando tocca a noi... Non è un semplice distacco da qualcosa o qualcuno che amiamo, è una vera amputazione di una parte vitale del nostro essere. 
Forse per la prima volta, le eterne domande sulla vita, l’amore, sui valori, su chi siamo, tornano crudelmente a fare capolino nella nostra mente. Tutte le sicurezze si frantumano. L’orrido mostro che è la morte, che prima ci appariva come qualcosa di vero e ineluttabile ma tutto sommato lontano e che riguarda principalmente gli altri, bussa con forza alla porta della nostra anima. Devi fare i conti con i tuoi sentimenti, con la percezione che hai di te stesso, ti rendi realmente conto della finitezza delle cose e delle persone. Realmente, senza ombra di dubbio e nel modo più tragico. Le mille domande, le eterne domande sul senso della vita ti perseguitano sino a stordirti. Io, ovviamente, non sono in grado di dare risposte. 
Sicuramente una personalità strutturata può benissimo elaborare il lutto per la perdita del papà, come si dice: la vita va avanti. Si torna a sorridere. Certo è vero, ma sorridi un po’ meno, impercettibilmente. In una parte del tuo essere rimane per sempre un’ombra di malinconia. Il tuo sorriso, anche se non si vede, è un po’ più tirato, perché una parte del tuo sangue e della tua carne è venuta a mancare, sei incompleto. Si smette di essere figli, non importa a quale età. Paradossalmente si ottiene anche una piccola conquista. Una sorta di libertà. La libertà di rendere onore spontaneamente e non soltanto perché i genitori sono presenti, a chi ci ha messo su questo mondaccio infame, rendere onore ai sacrifici fatti per crescerci, rendere onore alle loro aspettative cercando di essere persone migliori. Anche di essere qualcosa di diverso perché al riparo dal giudizio di qualcuno di importante per noi. Sempre però con un pensiero fuggevole e dolente che ogni tanto ci farà venire un groppo in gola a prescindere dalla situazione che stiamo vivendo.
Quando un genitore muore inizia il vero cammino. Siamo veramente soli e dobbiamo realmente fare i conti con la nostra anima. Si stacca quel filo celeste che ci tiene legati all’eternità, al passato e ai secoli andati. Possiamo perderci o diventare a nostra volta radici profonde, alberi massicci per affrontare le intemperie e, quando è possibile, rami robusti per i nostri figli. È il giro di boa infinito, l’eterno ciclo che continua.


© 2015 di Massimiliano Riccardi