E' necessario proseguire il racconto partendo dall'incipit di Patricia con un limite di 300 parole o 300 caratteri
Letteratura, arte, cinema, musica, società. Infinitesimale come quello che so rispetto all'infinito che ancora devo scoprire.
scrivere per vivere vivere per scrivere
La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. (René Descartes) ********************************************************************************************** USQUE AD FINEM
venerdì 30 settembre 2016
Insieme raccontiamo 13
E' necessario proseguire il racconto partendo dall'incipit di Patricia con un limite di 300 parole o 300 caratteri
lunedì 19 settembre 2016
Fronte del porto, ovvero di scribacchini genovesi e altre facezie
martedì 30 agosto 2016
Insieme Raccontiamo 12. Finale horror, hard, snack, trak, blok, quello che volete voi
domenica 21 agosto 2016
55 giorni a Pechino, ovvero Il signor Rossi nel far west 2. Caxxeggio semiserio, pseudo storico
domenica 31 luglio 2016
Insieme raccontiamo 11. Come dire di no a Patricia? Impossibile
Nel bosco, sotto a quel guazzabuglio di querce olmi e acacie, alte da sembrare volerlo solleticare e spesso da oscurarlo, il cielo era sparito.
Si chinò ad annusare lo stesso odore di allora quando....
Quella mattina d'autunno del 1944, diciassette anni, la corsa forsennata, la paura. Il rumore di rami calpestati e il volto giovane del tedesco. Si fissano. Occhi negli occhi. Armi puntate, ma immobili. Nello sguardo dell'altro il suo stesso terrore. Poi lo sparo, il tedesco che cade senza un lamento. Giorgio lo aveva raggiunto, vista la situazione era intervenuto.
Di nuovo il presente. Era solo una lepre. Tutto è confuso, ha perso l'orientamento, non sa nemmeno perché si trova lì. Sente lo stomaco contorcersi dall'ansia.
venerdì 22 luglio 2016
Raccontare, scribacchiare, ricordare. Ennesime facezie sgrammaticate
Mi sento sfiorare la pelle, un tocco leggero. Apro gli occhi, non perché stessi dormendo, ma piuttosto scocciato dall'immobilità obbligata. Una buona scusa la carezza involontaria del mio bambino. Il letto matrimoniale, per quanto grande, diventa una gabbia se ci sono quasi 30 gradi e l'umidità ti stringe la gola. Alzo il capo e vedo al di là del corpicino di mio figlio il sorriso di mia moglie. Dico sorriso ma in realtà non posso saperlo, è buio. Non posso farne a meno, la immagino sempre sorridente. Accogliente.
mercoledì 1 giugno 2016
Anni di Piombo
Non sento freddo.
Guardo fisso un cartellone pubblicitario della
famosa gomma del ponte senza guardarlo realmente. Hanno fatto più danni alla
causa quelle cazzo di gomme da masticare
e la pubblicità della Coca-Cola che mille cariche della Celere.
Immobile.
Non ho paura.
Non sento freddo. Il pizzicore sulle guance e la
condensa del mio fiato direbbero il contrario.
Immobile.
Chiudo gli occhi e cerco di immaginare le mosse
successive. Ho un compito da svolgere.
Ho già ucciso. Più volte. Tocco la tasca del
cappotto e percepisco la solidità rassicurante della mia pistola. Apro gli
occhi. Devo decidermi. È il momento di entrare nell'edificio.
Su, al terzo piano, c'è l'ufficio di quell'infame
che devo ammazzare. È giusto che paghi con la morte, per quello che scrive.
Reazionario di merda, giornalista servo. Mi guardo
intorno. Nessuno.
Giornata di un inverno rigido ed è l'ora di pranzo.
Il bersaglio non mangia mai a casa, rimane nel suo studio a scrivere, si
accontenta di un panino e di una birra. Anche i bastardi si nutrono.
Salgo le scale con calma. Ho deciso di non prendere
l'ascensore. Troppo rumore. Meglio lasciare che il palazzo rimanga nel silenzio
ovattato di un mezzogiorno invernale. Pochi e lontani suoni di posate e piatti
che si scontrano, qualche risata distante, un cane che abbaia.
Il mio bersaglio sa di essere nel mirino. Più volte
lo abbiamo avvisato con lettere indirizzate al suo giornale. Non ha mai smesso
di scrivere le sue falsità. Stronzo ostinato.
Impugno la mia arma e suono il campanello: tre
volte, velocemente. È lo scampanellio di quelli di famiglia, dei collaboratori.
Pedinamenti e appostamenti servono.
Un uomo mi apre, fissa la canna della pistola con
rassegnazione. Non parla. Non parlo. Tiro indietro il cane del revolver.
Immobili.
Improvvisamente rumore, una porta che si apre,
vociare di bimbo, passi e saltelli sulle scale, una madre, forse, che urla
isterica le solite raccomandazioni.
In pochi secondi un ragazzino è accanto a me. Mi
fissa spaventato, percepisco il suono
del fiato mozzo, lo immagino.
Io e il bersaglio rimaniamo immobili.
Nella mia testa una voce: "non ti voltare,
fregatene, fai quel che devi e scappa."
Mi volto.
Con la coda dell'occhio vedo l'uomo armeggiare
dietro la cintola. In pochissimi secondi accade l'inevitabile. «Tutto bene
bambino, non avere paura.» Gli sorrido.
Poi lo sparo. Sono a terra.
Immobile.
Nelle orecchie Dust, dei Midnight Oil
Sorrido, ancora.
Ho freddo.
Buio.















