scrivere per vivere vivere per scrivere

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La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. (René Descartes) ********************************************************************************************** USQUE AD FINEM

martedì 24 gennaio 2017

La vibrante protesta


Con questo post susciterò lo sdegno di molti, l'ilarità di tanti, e perderò più della metà dei commentatori che carinamente mi vengono a trovare. Vorrò loro bene ugualmente. Dunque, e se giuro che non lo faccio più? Può bastare a farmi perdonare😃

Ho assistito alle manifestazioni anti Trump. Sono cose che aprono il cuore, la libertà/dovere di manifestare contro uno stato di cose che non si ritiene giusto è un atto sacro. Il dissenso, l'indignazione, sono tutte espressioni di libertà. Nulla da dire, solidarietà a chi ha la forza, il tempo, il coraggio di esprimere la propria opinione. 
Piccola parentesi, QUI trovate il link di una valente autrice e traduttrice (Silvia Pareschi) che in prima persona ha testimoniato con la sua presenza fisica il disgusto nei confronti del nuovo corso. 
Questo personaggio, il Trumpone, è pericoloso, oltre che a essere evocativo di ben altri tempi bui e sconfortanti. È giusto sancire il modo che ha scelto di presentarsi.
Ok, stop.

Adesso fermiamoci e proviamo a dimenticarci di Trump. Sgraviamoci della naturale avversione nei confronti di personaggi simili. Siamo sicuri di essere sempre presenti a noi stessi? Vigili nel condannare e segnalare atti o comportamenti esecrabili? Sempre? Oppure ci facciamo trascinare dall'onda delle campagne contro Tizio e contro Caio tralasciando, dimenticando, ignorando le malefatte di chi è riconoscibile e accettato come "uno de noartri"?

Adesso voglio provare a lanciare un sassetto sul vetro della finestra della stanza dove si riuniscono quelli bravi, quelli che fanno sempre la cosa giusta, i politicamente corretti, e qui arriveranno gli insulti o ancor peggio gli sberleffi. L'unica cosa che chiedo è di non attribuirmi schieramenti pro o contro qualche personaggio, in questo caso sentitevi pure mandati a prendere da tergo quel certo non so che di consistenza parenchimale 😎 
Mi divertirò soltanto ad aggiungere una piccola nota polemica, un banale pour parler tra amici. Esco per qualche istante dal coro. Non credo ci sia nulla di male, ogni tanto fa bene. Ed è pure giusto. Siamo tra persone ragionevoli no?
Noto che l'opinione pubblica in generale è sin troppo reattiva quando si tratta di contrastare un nemico evidente, appariscente, ben identificato. Quindi non me la prendo con chi nello specifico ha voluto manifestare disgusto per quello che è accaduto, anche a me sono tremati i polsi all'idea di sapere a capo di una delle superpotenze nucleari un personaggio di tal fatta.
Quello che osservo è il torpore nei confronti di situazioni consolidate, assolutamente negative, che possono minare coloro che sono considerati dei beniamini o alterare lo stato di calma relativa. Sì perché se sale al governo un democristiano che però è diventato segretario del PD non posso mica stare tanto a menarla, sono comunque di sinistra … quindi … ok, non sarà il massimo però …
E se mi eleggono un presidente americano democratico dopo quel minchione di Bush? Per di più di origini afro? Cazzo, e mi nomina pure la Clinton. Aricazzo, la moglie di Bill, il democraticissimo Bill amico di tutte le fellatrix del mondo. Perbacco, una donna come Segretario di Stato … non si può che gioire.
Infatti io ho gioito quando Obama ha vinto le elezioni.
Poi, però …
Come sempre c'è un però.
Vediamo un po' al netto degli accadimenti di questo ultimo periodo: otto anni di guerra sotto il mandato di Obama nei vari teatri bellici del mondo, in primis Iraq e Afghanistan. Sono un po' tanti per poter affermare che ci lasciamo alle spalle un periodo di pace per andare incontro a chissà quale devastazione. Ma anche lì … non l'ha mica iniziata lui la guerra. Però nemmeno l'ha fermata.
Quindi?
Quindi niente, sorvoliamo, e che stamo a fa le pulci stamo? 😀
Io sono convinto che Trump sia un emerito imbecille, un pericolosissimo emerito imbecille, ma credo anche che tutta la genia di radical chic ai vertici dell'informazione, della politica e della stampa, abbia lasciato correre su troppe cose. Come dire, bisogna rompere i coglioni, giustamente, al brutto e cattivo, ma le marachelle degli amichetti...
Spero che si sia capito che parlare di Trump è servito soltanto per affrontare ben altro tema. Mi piace parlare di coerenza senza usare toni ieratici, preferisco stuzzicare il toro che dà del cornuto al cervo. Mi sarebbe piaciuto tanto rivolgere una domanda ad alcuni amici: "ma perché, cazzarola, per riconoscere il demonio c'è bisogno che si vesta da diavolo con tanto di forcone ed emanazioni di zolfo? Per smuovervi bisogna farvi un disegnino affinché possiate capire? Sì, perché Trump è pericoloso, ma è un pericoloso che ci mette la faccia, tutto lì. È uno stronzo, lo vedi e lo rifiuti. E il resto? Tutto ciò che è mascherato da democrazia e ci sta fottendo da anni a botte di social, di telegiornali fuffa, di partite di calcio, di distrazioni televisive soporifere? Mentre pezzo per pezzo si sono sgranocchiati il nostro Paese mettendo sul lastrico milioni di famiglie, eliminando diritti conquistati con lacrime e sangue, infami Jobs act e quant'altro, dove erano i girotondi di Morettiana memoria, le adunate oceaniche al Circo Massimo (io c'ero) come quelle antiberlusconiane?". Ribadisco lacrime e sangue, perché c'è chi veramente ha sofferto e lottato per i diritti dei lavoratori, sono i distratti e i lacunosi in termini di memoria che hanno cancellato decenni di storia della nostra Repubblica.

Io penso che la sinistra, tutta, i democratici tutti, debbano compiere una profondissima riflessione. Credo fermamente che dietro le bandiere al vento della pace, della libertà e della democrazia ci sia un miliardo di persone, di lavoratori, di disoccupati, di oppressi, che hanno potuto soltanto guardare il culo di questi alfieri che portavano insegne e stendardi.
Lo abbiamo visto in Italia con gli accadimenti di questi ultimi anni, lo abbiamo visto in Francia con l'aumento del disagio sociale nelle banlieue, per non parlare degli stessi Stati Uniti e dei milioni di nuovi disoccupati. Vedo ondate di rivolta che si manifestano a targhe alterne. Milioni in piazza contro Berlusconi (io c'ero), poi, per le stesse porcherie, quattro gatti contro Renzi; tutti contro Bush per la guerra in Iraq e poi messaggi contraddittori durante gli otto anni della presidenza Obama, e soprattutto critiche sottotono in merito al lavoro della Clinton in relazione ai bombardamenti con i droni e alle operazioni militari oltremare durante i suoi 4 anni di mandato come Segretario di Stato. Vogliamo anche parlare del sostegno dato ai ribelli islamisti per abbattere Gheddafi? I risultati sono ben visibili, o no? (Vive la France e la sua politica vetero colonialista riproposta sotto forma di egemonia economica nei Paesi africani). Potremmo anche parlare del tempismo incredibile come il fenomeno delle "primavere arabe". Del sostegno in Siria al Fronte al-Nusra affiliato ad al-Qāʿida e il futuro Stato Islamico? Per cosa? Per dare contro a un dittatore come Assad (che comunque esercitava il potere già dal 2000, e sullo stesso stile il suo paparino prima di lui), che aveva commesso l'errore di permettere ai russi di controllare le forniture di gas all'Europa impedendo agli americani di passare sul suo territorio sfruttando il progetto dei nuovi impianti che sarebbero dovuti partire dal Qatar sino alle coste del mediterraneo; l'errore di aver sempre appoggiato Hamàs e di aver sempre mantenuto una politica anti israeliana. Guai a chi tocca Israele.
Voglio dire, sicuramente Trump merita di essere contrastato per gli evidenti scenari che ci prospetta, dico soltanto che mi piacerebbe vedere lo stesso livore di fronte alle porcherie fatte dagli amici della parrocchietta.
Non può essere che i bombardamenti NATO siano giusti e quelli russi no, non può essere che le riforme di Berlusconi siano sbagliate e diventino improvvisamente giuste se le propone Renzi, non può essere che la destra italiana sia il nemico da abbattere e criminalizzare, ma se serve per contrastare i cinque stelle si facciano le larghe intese (io ho vomitato quel giorno). Non può essere.
Forse è il momento di non lasciarsi imbambolare dai rintocchi delle varie campane e informarsi bene su chi detiene il martelletto, ma soprattutto sul perché si diverte a suonare.
Vogliamo dire che Trump è un pezzo di merda razzista? Bene, diciamolo. È lui che ha vicinanze con il Ku Klux Klan, mica la zia Peppina. Ma il resto? Tutto il casino, la recessione economica, le innumerevoli guerre e massacri? Non credo si siano verificati con intervalli di otto anni e solo durante la presidenza di capi di Stato sporchi e malvagi. A guardare bene è piovuta merda anche durante l'esercizio di mandato di cosiddetti democratici e liberali. Come mai in questi casi c'è stato un calo della giusta e sacrosanta indignazione? Come mai Madonna non ha offerto pompini gratuiti, come durante la campagna elettorale della Clinton, a tutti coloro che si sarebbero mossi per andare a urlare a Obama di smettere con le operazioni militari in Medio Oriente? Come mai le star di Hollywood in quel caso non si sono fatte sentire? Cavoli, hanno avuto otto anni per farlo, la gente li ascolta, li segue, avrebbero potuto mettere su un bel movimento di opinione. Misteri della fede, oppure dello star system. Vai a sapere.
Io vedo tanta buona fede in chi manifesta, ma anche tanta ingenuità. Vedo poca buonafede in chi millanta compassione nei confronti dei poveri e degli oppressi dall'alto degli attici di New York, di Roma, Milano, Parigi. Chissà come mai i soldi non conoscono schieramenti politici. Chissà come mai vedo un unico sistema gestito alternativamente da squadre diverse. Chissà come mai chi si deve alzare tutte le mattine alle 5 per andare a lavorare ce l'ha sempre nel culo, chissà come mai chi non ha un lavoro o chi lo perde vede il futuro ugualmente nero a prescindere da chi sventola la bandiera.
Soltanto domande, ho voluto pormi soltanto domande.
Ma è proprio vero che ci sono le squadre dei buoni e quelle dei cattivi?
Che i macrosistemi economici non esistono e i politici credono veramente in quello che sostengono? Che sono veramente i politici a detenere il vero potere e che non ci sono dietro lobbies che semplicemente puntano sul più probabile vincitore?
Va bene. Però non mi criticate quando dico che io credo in Babbo Natale.
Duro da digerire questo sproloquio che guasta il bel quadretto di attenti critici del mal costume ... altrui, vero? Sono proprio una merda.
Sono anche abbastanza stanco di seguire l'onda delle emozioni schierandomi dalla parte del più fotogenico o di quello che la racconta meglio.
Sì, perché c'è anche da dire che molto spesso i personaggi vengono costruiti a tavolino, si sottolineano soltanto le cose che non ci piacciono o che ci garbano di più. Si chiama propaganda. È già accaduto no?
Dai, vi ricordate di quel tizio che era dalla parte del popolo e faceva arrivare i treni in orario, amava l'olio di ricino e i manganelli? Oppure di quell'altro che voleva l'uguaglianza e la dittatura del popolo e poi apriva i gulag e "purgava" milioni di compatrioti? Di quelle brave persone che andavano sempre a messa e avevano pure uno scudo crociato come simbolo ma poi erano amici dei mafiosi? Oppure di quell'altro, meno sanguinario, che ci ha regalato la Milano da bere e i manager rampanti, intanto se magnava tutto e poi è inciampato in tangentopoli? E di quegli altri che ce lo hanno dipinto come un mostro, dopo aver goduto e prosperato con lui, e poi si sono rivelati peggio? 👼 Perché, alla fine, avercelo ancora un personaggio così, almeno era uno statista con i controcoglioni, uno che ha fatto quello che tutti facevano con il difetto di essere critico nei confronti degli Stati Uniti (Sigonella) e dubbioso della piega che l'Italia stava prendendo in previsione  dei futuri assetti europei.

Bene, ora abbiamo il cattivo di turno. Il nuovo presidente degli Stati Uniti, eletto con un sistema elettorale che va avanti da due secoli. Piaccia o non piaccia. Qualcuno a cui dare addosso. Un Paese di tuttologi come il nostro non può che gioirne. Dita roventi sui social avranno da passare il tempo e godere sbrodolando 😏  Intanto quelli di prima, gli stessi di prima, continueranno a gestire le banche, l'informazione, l'economia.
E noi? Ah beh, noi saremo troppo impegnati con la nostra vibrante protesta per accorgerci che è tutto uguale, che non è cambiato niente. Perché in fondo scaricare lo sdegno su un unico bersaglio ci impedisce di ragionare su quanto sarebbe meglio cambiare il comportamento di noi stessi. Siamo davvero così limpidi, aperti al dialogo, pronti ad accettare "l'altro da me"? Oppure lo siamo ma solo con chi ci garba? Non è che molti illuminati democratici sono democratici solo con chi la pensa come loro? No, perché con tutta la merda che abbiamo dovuto ingoiare in questi ultimi anni il dubbio viene. Fine della tiritera populista e mugugnona. Colpa della gastrite 😏

A proposito … quando inizia San Remo?






© 2017 di Massimiliano Riccardi

martedì 17 gennaio 2017

Dialogo surreale, inutile dirlo, le solite facezie






«Duttile? Ma che duttile. Frastagliato, inconcludente. Un piano interrotto da spigoli, anzi da mozziconi, monconi di materia rotta».
«Ma cosa dici. Cerco di essere propositivo, non per codardia, piuttosto per cogliere il cambiamento. Plasmarlo».
«Non capisco. Non ti capisco. Quanti rapporti hai interrotto? Mogli, compagne, figli sparpagliati come semi in un campo. Sei un puttaniere! Non c'è niente di romantico in questo, non sei il personaggio di una canzone di de Andrè».
«Non giudicarmi».
«Non ti giudico. Osservo».
«Non posso farci niente. È nella mia natura. Questo cazzo di senso di provvisorietà mi tormenta da sempre. Si ripercuote su tutto».
«Non si vive come se non ci fosse un domani. È un modo come un altro per giustificare qualunque bastardata».
«Io non sono un bastardo. Forse un po', alle volte».
«No! Non sei un bastardo. Però sei egoista. Egocentrico. Hai visto e fatto tutto: amore, guerra, lutti, grandi gioie. Ma hai vissuto ogni cosa come l'attore inondato di luce sul palcoscenico».
«Io ti amo».
«Non te la cavi così. Anche io ti amo».
«Ok. Sono un bastardo».
«Sì!».
«Tutto questo casino perché non ho ritirato la roba stesa?»
«No! È perché ne hai ritirato solo la metà. Il punto è questo».
«Tutto ciò che è intenso è destinato a morire rapidamente».
«Non ci credo, guarda che sei forte eh. E questo che cavolo c'entra?»
«La mediocrità del quotidiano mi devasta. Voglio morire e risorgere ogni giorno».
«Ok, non sei un bastardo, sei un deficiente».
«Ti amo».
«Appunto».
«Ci beviamo un the caldo?»
«Tanto zucchero».
«Lo so!»
«Lo so che lo sai».
«Ti amo».
«Ci devo pensare».
«Non ci pensare».
«Stupido».
«Ti amo».
«Cretino».
«Ti amo».
«Lo so».

«Lo so che lo sai».













© 2017 di Massimiliano Riccardi

venerdì 23 dicembre 2016

Auguri di Buon Natale. Ultimo post inutile del 2016


Nessun vento è favorevole in senso assoluto, ma per noi sarà preziosa anche una semplice brezza.
Non è farina del mio sacco, ho parafrasato la citazione di un Grande adattandola a quello che è il mio sentire attuale.
Il 2016 sta finendo, spero che sprofondi all'inferno. Un nuovo anno è prossimo. Sono ottimista. Sempre. Anche contro ogni evidenza.
Inutile starsela a menare con atteggiamenti di rivalsa nei confronti del Santo Natale, motteggi da crisi post adolescenziale di rifiuto delle festività canoniche. Inutile direi. È Natale, quindi, come si fa tra personcine perbene voglio fare gli auguri a tutti. Ai visitatori del blog, ai commentatori, agli improvvidi sostenitori delle cose inutili che pubblico, agli amici. Certo, come tutti gli adulti in faccende affaccendati vivo il Natale prevalentemente in funzione dei piccolini che allietano le nostre esistenze. Il Natale è per loro. Però, e sticazzi, però… quel bambinello nella culla…
Ho letto un post stilato dalla Glò de"la nostra Libreria", devo dire che l'immagine di quel bambino può essere sicuramente un bel messaggio per tutti, credenti e non credenti. Forse non tanto per la similitudine che ci ha voluto indicare Gloria, ma piuttosto per festeggiare il bambinello innocente che è in noi, magari sepolto, magari affossato nei meandri più reconditi del nostro inconscio, però vivo e vitale, soltanto un po' spaventato dagli adulti che siamo diventati. Così lontani dall'ordine naturale delle cose, distanti dal vivere comune, dalla fratellanza, con vite così funzionali al sistema e poco addentro all'armonia della natura.
Certo è ovvio che non basta il Natale a cambiare le cose e a far diventare tutti più buoni, quindi potete smettere di grattarvi i coglioni se pensavate che volessi arrivare a questa conclusione.
Il Natale è un rito, e i riti non sono solo noia e ripetitività, sono degli istanti di limbo indecifrabile dove per poco, pochissimo, ci si può permettere il lusso di fermarsi e fare più o meno finta che il vivere comune sia altro dal quotidiano e dal contingente. Bestemmiando, imprecando, criticando, facendo finta di ignorare,  mettendo su tutto il solito teatrino di moderni e razionali avversari della pantomima consumistica, possiamo godere e bearci di piccoli gesti, di delicati doni, di parole di affetto.
Per molti il Natale è foriero di malinconie sopite pronte a esplodere, di tristezza al pensiero di chi non c'è più, di nostalgia verso chi è lontano, anche di tristezza pensando a chi è malato. Io lavorerò il 24, il 25, il 26 e sarò proprio al fianco di chi se ne strabatterebbe volentieri la minchia di fare il "contro a tutti i costi" e vorrebbe soltanto essere a casa a festeggiare con i suoi cari, omaggiando entusiasticamente tutti i luoghi comuni del mondo pur di star bene.
Quindi, eeeh quindi, in virtù di tutto ciò che ammorba il mondo, dello schifo che ci sovrasta e che puntualmente osserviamo tramite i telegiornali o direttamente con i nostri occhi, dico Buon Natale. Guardo il mio bambino felice e dico Buon Natale, ricevo gli auguri da amici ed estranei e dico Buon Natale. Mi godo le gioie semplici perché so che sono l'ultimo rifugio degli spiriti complessi.
Quindi, dicevo, dico Buon Natale a tutti gli amici Blogger con cui ho condiviso molto, con alcuni ho scoperto un nuovo significato di amicizia (un pensiero a Patricia Moll), agli oltre centomila visitatori del blog. Buon Natale anche a te che leggi queste righe sgrammaticate con il sorriso beffardo ridendo della mia banalità. Buon Natale a chi crede e a chi non crede. Buon Natale a tutti, a prescindere e in ogni caso.
Ora voglio cromarvi definitivamente le palle con una citazione, miei cari amici:
"… egli era abbastanza saggio da sapere che su questo globo niente di buono è mai accaduto, di cui qualcuno non abbia riso al primo momento.
E sapendo che in ogni modo la gente siffatta è cieca, pensò che non aveva nessuna importanza se strizzavano gli occhi in un sogghigno, come fanno gli ammalati di certe forme poco attraenti di malattie.
Il suo cuore rideva e questo per lui era perfettamente sufficiente.
Non ebbe più rapporti con gli spiriti; ma visse sempre, d’allora in poi, sulla base di una totale astinenza; e di lui si disse sempre che se c’era un uomo che sapeva osservare bene il Natale, quell’uomo era lui.
Possa questo esser detto veramente di noi, di noi tutti! E così, come osservò Tiny Tim, che Dio ci benedica, tutti!"
Canto di Natale, Charles Dickens

Alla domanda su quelli che saranno i buoni propositi per il 2017 rispondo: " farò quello che posso, sono solo un essere umano". Un bacio a Marina Guarneri che mi ha ispirato.

Buon Natale a tutti.



© 2016 di Massimiliano Riccardi

venerdì 9 dicembre 2016

Di amore, volontà, e altre facezie. Tornano i post inutili


Questa volta nessun post declamatorio, illustrativo, descrittivo, insomma abbasso gli ivo e gli orio. Soltanto un raccontino. Così per gioco, tanto per raccontare qualcosa senza raccontare nulla. Spero possa essere comunque di gradevole lettura.



Fronte poggiata sul vetro della finestra.
Gelo.
Il ragazzino gode al contatto. Dietro di lui gli adulti chiacchierano.
In realtà è solo la sua percezione, li sente così distanti.
Tutti.
Se fosse più interessato si accorgerebbe che invece stanno urlando, litigano.
Con il fiato si diverte a rendere opaco quel vetro così lucido. È un gioco, vuole vedere se riesce a far risalire la condensa che si forma ai lati della bocca su su sino a coprire anche la visuale. Non vuole limitarsi a non sentire, desidera anche non vedere. Nessuno bada a lui, sono tutti troppo presi dai loro discorsi da adulti.
È una giornata importante. Si decidono cose che cambieranno la sua vita. Al bambino non interessa. Sente che quello che veramente conta è già cambiato. Meglio che i grandi non sappiano quanto ha capito di tutta quella storia.
Il senso di provvisorietà che lo ha sempre accompagnato è diventato la sua forza. All'inizio gli faceva male, piangeva spesso, di nascosto. Vedeva sua madre disperata, con ancora i segni sul volto delle botte prese, e si macerava dentro. All'uscita della scuola osservava i padri dei suoi compagni e in ognuno di loro vedeva il proprio padre. Il dolore per l'assenza si trasformava in odio, avrebbe voluto vedere tutti soli. Come lui era solo. Con il tempo aveva scoperto che il senso di provvisorietà, di indefinita collocazione, era come una barca: galleggiava, si dondolava quieta. Poteva osservare il mondo circostante senza necessariamente dover andare in nessun posto. Poteva riflettere senza essere disturbato da cose impellenti che distraggono.
Sino a quel giorno.
Alle sue spalle sente la voce di suo padre. Voce potente, irosa. Gli tremano le gambe. Spicca tra le altre voci che gli sembrano dei cicalii indistinti. Sua madre, gli avvocati, tutti gli altri, tutti quanti vengono percepiti come un brusio indistinto.
Percepisce nitide e violente quelle parole:
«Lui non è mio figlio! Non è più mio figlio».
Stringe con forza la balaustra della finestra, il fiato gli si blocca in gola. Un urlo prepotente esplode nella sua testa, lo sente solo lui, fa ancora più male. Non si volta.
Forse se non guarda non sta succedendo davvero.
La condensa si dissolve e torna a vedere il panorama al di fuori del tribunale dei minori. Torna nuovamente a farsi distrarre dal mondo circostante. Vede le persone che passeggiano imbacuccate da cappotti e giubbotti invernali. Sono tutti felici. Almeno così sembra. Le insegne dei negozi sono addobbate, pronte per il Natale che si sta avvicinando, in attesa che arrivi il 1980. Un nuovo decennio, forse un nuovo tutto.
Non si accorge nemmeno che alle sue spalle il brusio è terminato. Non sente neppure la voce di sua madre che lo chiama. Continua a dare le spalle a tutti.
Un macigno gli si posa sulla spalla, il bambino sussulta spaventato, poi il peso si fa subito lieve. È la mano enorme di suo nonno. Il ragazzino si volta alzando lo sguardo. Era necessario alzare lo sguardo, quando si è soltanto dei ragazzini un metro e novanta sembra un'altezza da giganti. L'uomo con una mano tiene il bocchino della pipa tra le labbra. Anche lui guarda oltre. O forse no.
«Sai, alle volte, quando ero in montagna, mentre i tedeschi sparavano e i miei compagni rispondevano urlando e imprecando, mi capitava di rifugiarmi in un piccolo mondo tutto mio, nella mia testa. Non era vigliaccheria o voglia di scappare. Prendevo tempo. Davo tempo alla mia anima di prendere atto di tutto quell'orrore».
L'uomo abbassa lo sguardo e fissa le sue pupille di brace nera negli occhi del bambino. La stretta sulla spalla si fa di nuovo più forte. Questa volta è calda, avvolgente.
Il bambino vorrebbe piangere, riesce a non farlo. Sente il groppo in gola sciogliersi, gli occhi si riempiono di lacrime. Tira su col naso e trattiene tutto.
«Capisci fieul? Non c'è da vergognarsi a desiderare di essere altrove».
«Non ho paura nonno. È solo che non capisco».
«Ooh, sono sicuro che hai capito tutto, è che sei un bocia, e certi bocconi hai solo bisogno di masticarli per bene».
L'uomo con calma ripone nel taschino della giacca la pipa, poi con tutte e due le mani prende le spalle del nipote sino a farlo voltare completamente verso di se. I due si guardano a lungo. Senza parlare.
Non avevano mai avuto bisogno di chiacchiere per capirsi. Avevano fatto tante cose insieme, quell'uomo gli aveva insegnato tutto quello che sapeva, le cose belle. Erano riusciti a camminare per ore in montagna senza parlarsi, solo indicando di volta in volta le sorprese che la natura riservava loro durante il cammino. Fermarsi nei rifugi e condividere pezzi di pane e formaggio tagliati direttamente con il coltello da caccia del nonno gli era sempre sembrato il fatto più incredibile e bello del mondo. I suoi compagni di scuola certe cose non le avevano mai sperimentate, quelli erano gli unici momenti in cui il bambino si sentiva fortunato.
«Sai cosa facciamo? Domani andremo per boschi. C'è la neve, sarà faticoso. Si affonda, ci vogliono buone gambe, forza di volontà e pazienza. Te la senti?».
Il bambino poggia la testa sulla pancia del nonno abbracciandolo.
«Bada bene, non bisogna far tutto da soli, nei punti dove la neve è più alta ci mettiamo le ciaspole. Hai capito? C'è sempre un modo, sempre».
I due tornano a guardarsi. Si sorridono. Inspiegabilmente, almeno per il bambino questo fatto sembrava assurdo: il nonno aveva ha occhi lucidi.
L'uomo diede due o tre rudi  buffetti sulla testa del nipote.
«Valà, valà che di questo bocia alla fine ne facciamo un bell'Alpino. Cuore saldo e gambe forti, non serve mica altro sai?».





© 2016 di Massimiliano Riccardi

sabato 19 novembre 2016

Quasi un mese. Torno con le mie inutili facezie



Sono molti giorni che non pubblico nulla, quasi un mese.  Non per mancanza di voglia, nemmeno per pigrizia. Come capita a tutti, ci sono accadimenti della vita che trascinano verso luoghi che puoi visitare solo guardandoti dentro. Ciò che attiene all'amore, ai figli, alle persone che fanno parte della tua esistenza e sono parte di te. Tutto ciò che veramente caratterizza il tuo essere un uomo. Più della professione che svolgi, più dei successi e degli insuccessi. Ma questa e tutta un'altra storia. Non voglio tediare nessuno con faccende personali.
Una cosa posso però raccontarla. Sì, posso.
Quando ci sono cose che ti portano a scavare nella tua anima, nell'anima delle persone che ami, cercando di capirle e di capirti, succede che scopri di avere tralasciato dei dettagli. Quelle particelle infinitesimali di cui mi piace tanto parlare, quelle parti del tuo essere profondo così nascoste e celate tra le pieghe del tuo intelletto da averti fatto perdere anni in elucubrazioni talvolta inutili. Gli scossoni emotivi sono sempre un'ottima occasione per raccogliere quelle particelle infinitesimali che cadono lungo la via durante i tremori dell'anima.
Io scrivo, quindi sono un ladro di sensazioni e immagini. Narro, quindi sono anche un bugiardo perché devo necessariamente arricchire, rendere fruibile e accettabile quello che racconto. I dettagli della menzogna, le sfumature più volatili, sono le uniche verità. Concrete e vere, bisogna solo essere in grado di vederle, di coglierle.
Come capita agli scrittori, devi metterti davanti a un foglio e chiedere aiuto a qualcuno. Qualcuno che ti possa far capire meglio la vita, il mondo, chi sei e cosa cazzo ci stai a fare su questa terra. 
Qualcuno arriva sempre. Senti sussurri nella notte che ti raccontano una storia, ti appaiono immagini di persone che vivono sotto i tuoi occhi vicende incredibili. Vedi te stesso viaggiare sul flusso della memoria e cogli ciò che al momento degli accadimenti non hai colto, o non hai voluto cogliere. Allora ti alzi da letto e prendi appunti, cerchi di stare al passo con la narrazione. Perché scrivere è l'unica cosa che ti fa star bene e ti aiuta. 
Una volta da qualche parte, non ricordo più nemmeno su quale blog o sito, ho lasciato questo mio delirio: Si scrive per bisogno di leggerezza. Compenetrazione mascherata da distacco dal mondo. Inutile posa di chi parla a se stesso facendo finta di parlare alle moltitudini. È vero anche il contrario. Dissimulazione. Scrivere di nulla per dire tutto. Parlare troppo per non dire niente. Insensato è il desiderio di cambiare il mondo. Scrivete del vacuo, parlate del vuoto. Come disse non so chi, "Le parole usate per essere utili si vendicano e ci si ritorcono contro".
Insomma, questo è quello che mi è successo ultimamente nel mare magnum dei casini che ho dovuto attraversare, nel tempo della lontananza dal blogging.
Tutto qui, niente di speciale. Come tutti mi barcameno e vado avanti per tentativi.
Ho consegnato un romanzo che è puro divertimento nella speranza che possa nascere su carta, ma che comunque pubblicherò anche da solo se la faccenda andrà troppo per le lunghe, e mi sono messo a scrivere una storia che farà molto per aiutare me stesso e i protagonisti delle vicende a superare e mettere un sigillo definitivo su fatti di quasi trent'anni fa. Ovviamente parlo di un romanzo, quindi la verità è tra le pieghe, la cogli come lampo di luce infinitesimale.
Come ultima cosa voglio ringraziare delle amiche blogger che mi hanno contattato per avere notizie di me. Lo hanno fatto in un momento decisivo, mi hanno risollevato lo spirito e sono loro grato dal più profondo del cuore. Parlo della carissima Patricia Moll, della mitica Glò, e della Donna portentosa Marina Guarneri.


Tornerò a rompere le scatole commentando i post dei colleghi blogger che appaiono sul mio blogroll e farò nuovamente sentire la mia voce di cazzaro pubblicando ancora qualche inutile facezia.
Fine della tiritera.
Hip hip Hurrà.

domenica 23 ottobre 2016

Insieme raccontiamo 14 - La via del sogno


Anche questa volta partecipo con gioia al gioco di Patricia Moll: insieme raccontiamo appuntamento 14. Come al solito lei lancia un incipit e noi proseguiamo con un finale.  QUI il link che rimanda al post originale.
Questa volta ho dovuto tenere a freno la fantasia, ho preso la deriva verso lidi che si trovano al confine tra sogno e realtà. Spero che l'esperimento possa risultare gradevole.



L'incipit di Patricia
Seduta ai margini del bosco sotto alla vecchia quercia spoglia rimuginava. Un peso le gravava sulla coscienza. Forse era giunta l’ora di liberarsene ma con chi parlarne? A chi rivolgersi? Chi avrebbe capito?
D’un tratto il tappeto di foglie ingiallite dall’autunno scricchiolò vicino a lei. Si voltò.

Il mio finale
Era tornata a casa sua, ma non aveva pace. Fluttuante e impalpabile. Lo spirito tormentato di suo figlio impediva un vero ricongiungimento. L'accettazione. 
Di nuovo lo scricchiolio di foglie. La via dei canti si fece luce, il serpente arcobaleno apparve immenso. Era stato chiamato, invocato da quell'anima dolente in cerca di consolazione. Occhieggiando e muovendo il capo invita la donna a proseguire il viaggio. Kanmare, che attraversa le acque, viaggia in terre lontane, unisce uomo a uomo attraverso i sogni, ingoia i malvagi, canta di genti e civiltà perdute. I sogni che preesistono e persistono. L'essere umano che si fa terra, roccia, corso d'acqua, vento, pioggia, pozza, albero.
Arcobaleno.
Vita eterna.
Tempo circolare.

1980
Il bambino si sente precipitare, la caduta gli mozza il fiato. Ha paura. Vorrebbe svegliarsi. Sogna. È tutto così reale. Una mano lo afferra. Salda. Apre gli occhi e vede sua madre. Non ode alcun suono ma vede. Percepisce il dolore di lei, il senso di colpa per averlo lasciato solo. Lo chiama. Senza parole. Solo alito di vento, colori. Chiarissimi.
Lui sta sognando, lei sta sognando. Sogno nel sogno.
Visioni.
Riconosce il luogo dove giace.
Può ritrovarla.
Finalmente pace.
Placare il suo spirito inquieto.
Apre gli occhi. Ansimante si guarda intorno. Ha immaginato di essere piccolo, un bimbo. Solo i fanciulli possono dar corpo ai sogni. 
Aveva lasciato gli Stati Uniti da circa un mese, la sua ossessione lo aveva portato sino in Australia. Era uno scienziato, ma questa volta si era affidato a ben altro.
Il suono del Didgeridoo è ossessivo, ripetitivo, modulato, vibrante. Ipnotico. Gli aborigeni che lo ospitano sorridono. Sanno. Anche loro hanno sognato.
L'uomo ha visto. Non ha nemmeno bisogno di cercare il punto sulla mappa. Sa esattamente dove andare per ritrovare il corpo di sua madre scomparsa durante una spedizione naturalistica trent'anni prima nei territori del nord. Uluru, "il grande masso" lo aspetta, il luogo dove il tempo non è tempo, dove la via del sogno è eternità, dove il passato e il presente si fondono.


lunedì 10 ottobre 2016

Di scrittura, giudizi e altre facezie




Qualche giorno fa su blog "Appunti a margine" di Chiara Solerio è uscito un post molto interessante dal titolo Il rapporto tra autore e personaggi - la sospensione del giudizio. Proprio perché trattava una tematica che mi interessa molto ho deciso di intervenire con un commento. Come spesso capita al sottoscritto è venuto fuori un vero e proprio torrente di parole che ha obbligato blogspot a difendersi rifiutando l'inserimento se non a costo di frammentarlo in almeno tre parti. Naturalmente ho optato per la soluzione più divertente per me: ne ho ricavato un vero e proprio post.
L'articolo di Chiara partiva da un assunto ben preciso, a me ha fornito il destro per ulteriori osservazioni legate anche al mio vissuto quotidiano. Ovviamente si tratta di considerazioni personali e come tali del tutto opinabili. Qui sotto riporto quello che avrebbe dovuto essere il mio commento.

Quello della sospensione del giudizio è un argomento non da poco. Attiene  alle relazioni umane come alla scrittura. Nei primissimi anni 90' incominciavo gli studi per poter svolgere la professione che ancora oggi mi permette di vivere, appresi un concetto che sino ad allora era soltanto una parola come tante: empatia.
Termine abusato, usato troppo spesso a sproposito, per mille motivi contraddetto dagli stessi atteggiamenti di coloro che se ne fanno promotori e fautori.
Ovvio che nel mio campo l'empatia deve avere necessariamente un riscontro pratico, non può essere soltanto un concetto acquisito o una banale nozione. 
Per rendere più snello il ragionamento, e per non risultare banalmente didascalico, possiamo dire che l'empatia è quello stato che ti permette di ascoltare il tuo interlocutore, percependone le emozioni, i drammi o le gioie, come se fossero le tue. Bada bene, sottolineo il "come se". Fondamentale. Difficile.  Vale anche per i personaggi  di un romanzo, a meno che non si desideri dar voce a un'evidente presa di posizione. 

Dunque, dicevamo empatia, ascoltare le emozioni e i sentimenti "dell'altro da me" senza che diventino le tue, percepire il dolore senza soffrirne a tua volta, ascoltare le paure dell'altro senza provarne tu stesso.
Impresa titanica ti garantisco, nei fatti è un processo molto difficoltoso, la realtà ha talmente tante variabili che è spesso difficile applicare le teorie sino al giorno prima solo lette e studiate.
L'empatia come confine fondamentale tra la simpatia e l'antipatia, anzi, la totale esclusione di ogni attitudine affettiva personale, banalizzo ma è per far capire. Ascoltare l'altro astenendosi dal giudizio, entrare nella sua visione senza esserne coinvolto. Una sorta di ascolto non valutativo e giudicante ma comprensivo nel senso più puro del termine.
Immagina l'approccio terapeutico di un caso limite: io ho bisogno di raccogliere più informazioni possibili su di un paziente che ha una formazione culturale totalmente diversa dalla mia, ad esempio un mussulmano praticante, con abitudini alimentari diverse, un concetto di società agli antipodi con il mio, a quel punto? Come posso ascoltare quello che ha da dirmi senza essere preda del mio sentire? Senza essere vittima del mio giudizio o pregiudizio? Posso solo ascoltare dimenticando chi sono senza però annullarmi, ascoltare il suo disagio senza provarlo io stesso, a quel punto cercando di instaurare un processo empatico, posso pianificare tutto quello che è il mio agire da professionista adattando le mie risorse alle necessità del paziente. Quindi via i "qui si fa così", via i "che cazzo di modo di vivere", via tutto ciò che non attiene alla pura e semplice comprensione dei bisogni dell'altro. Astensione dal giudizio. Lasciar emergere quello che il mio interlocutore ha in sé, cercando di percepire esattamente la sua emozione. 


La mia risposta deve essere influenzata da ciò che posso fare per favorire il suo "star bene" senza giudicare i perché e i per come il paziente è in quella condizione. L'empatia come comunicazione non violenta che utilizza un linguaggio assertivo. Vale per tutti i "tipi umani", ho parlato del mussulmano perché a quanto pare oggi tentano di farci credere che sia un problema, ma il discorso vale anche per il contadino dell'entroterra ligure.
Non sono un vero scrittore e non ho esperienza, ma nel mio romanzo ho cercato di delineare i personaggi sulla falsa riga di quello che mi capita di fare tutti i giorni, non sempre con successo.
Ho lasciato che fossero loro a parlare, ho ascoltato le loro emozioni e quello che avevano da dire. Ho cercato di evitare di mettere in ballo quella che è la mia personalissima idea in merito agli argomenti trattati. Ho pianificato un tipo di narrazione dove le emozioni positive o negative sono slegate dal narratore, ma sono riconducibili solo all'agire dei protagonisti. Ovviamente non avevo nessun intento se non quello di dar voce il più liberamente possibile a dei personaggi, nessun piano terapeutico, nessuno scopo pratico da raggiungere.
Ci sono riuscito? Non lo so. Però ci ho provato. Forse, e dico forse, il miglior modo di scrivere (parlo di romanzi) è proprio provare ad astenersi dal giudizio e lasciare ai protagonisti della storia l'arduo compito di esprimere giudizi. Come in tutte le cose si va avanti per tentativi, si prova e si sperimenta. 
Vecchierelli, canuti e fragili, ci ritroveremo a raccontarci se alla fine saremo riusciti nell'impresa. Sarebbe già un grande successo esserci riusciti nella vita di tutti i giorni.