scrivere per vivere vivere per scrivere

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La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. (René Descartes) ****************************************************************************************************************** USQUE AD FINEM

sabato 22 aprile 2017

Epistula non erubescit, figuratevi io. Facezie oltremodo inutili




Molto bene, è il caso di dirlo. L'aver diradato la pubblicazione dei post è servita. Magari non ne ha beneficiato questo blogghetto ma sicuramente ha giovato al detentore dello stesso, il sottoscritto, ovviamente.
Ho avuto modo di seguire le mie vicende personali con più attenzione e ho avuto modo di leggere gli articoli degli amici blogger con calma e senza fretta. Per fortuna ci sono loro, il web è altrimenti impestato di personaggi inquietanti, davvero.
Un milione di Blog e siti, e altrettante vaccate in rete. Nulla di male, rientra tutto nel quadro dell'economia generale. Ho letto di scrittura, di come si dovrebbe scrivere, di cosa è giusto scrivere, sull'opportunità di scrivere o non scrivere, di quanto siano tutti assolutamente inadeguati rispetto ai grandi della letteratura. Addirittura ho letto critiche feroci e prese di posizione da parte di autonominati guru della penna e del calamaio che mai si sono cimentati o che non sono mai stati pubblicati. I guru, per intenderci, sono quelli che non fanno ma insegnano, che ti spiegano la vita senza viverla realmente. Dei Buddha, anzi soltanto ciccioni come Buddha, anzi personaggi che di ciccione hanno solo l'ego smisurato. Li adoro. Mi riconciliano con il mondo quando mi trovo a pensare che la vita è uno schifo, mi dico: "Beh, non sono ancora sceso così in basso, faccio cose, muovo il culo, agisco, non vivo di vetrine virtuali dispensando massime e interpretazioni personali spacciandole per sacrosante verità."
Tra i blogger che seguo (alcuni sono nel mio blog roll e altri nell'elenco di letture dei blog seguiti offerta da blogspot), ho trovato spunti interessantissimi. Ho letto con vero piacere la splendida Marina Guarneri (c'è sempre da imparare da lei, fidatevi); mi sono gustato gli articoli di quel gran paraculo sagace e intelligente blogger che risponde al nome di Salvatore Anfuso 😇 (anche da lui c'è da imparare, fidatevi nuovamente di me), in grado di toccare tasti dolenti come pochi sanno fare; ho seguito il percorso del Jolly raccontato così bene da Chiara Solerio. Questo breve elenco per citare soltanto alcuni blogger che si sono occupati di scrittura, ma ce ne sono altri ovviamente. Tralascio tutti gli altri blogger che seguo, per alcuni provo sincero affetto e lo sanno (nevvero Patricia Moll?), soltanto perché, come me, diversificano maggiormente le tematiche dei post. Durante queste giornate emotivamente pesanti mi sono anche divertito, e in qualche occasione ho trovato spunti di riflessione, di questo li ringrazio, tutti.
Come sapete io scribacchio, e incidentalmente pubblico, ma di scrittura non ne parlo mai, non esprimo giudizi e non fornisco indicazioni di sorta. Scribacchio, sì. Lo faccio per piacere personale ma anche nella speranza di diventare abbastanza bravo da lasciare un giorno testimonianza del mio passaggio su questa terra. Inutile nascondersi, è giusto dirlo. Chi scrive per se stesso si prendesse un cazzo di diario personale da riporre nel cassetto e non rompesse le palle, direbbe la mia vicina di casa. Non ho consigli da dare, non ho nulla da insegnare, non sono in grado di indicare la giusta via per diventare scrittori. Come i primi uomini, sono armato soltanto di pietra focaia e tento di accendere un fuoco. Lavoro sodo per cercare di controllarlo, questo benedetto fuoco. Diciamo che sono in itinere, figuriamoci se mi permetto di salire in cattedra. Vedremo, chissà, boh.
Una cosa però posso dirla, ma riguarda indicazioni di massima che attengono tanto alla scrittura come alla vita di tutti i giorni: lavorate sodo, sperimentate, rischiate esponendovi con i vostri lavori al pubblico, non giudicate ciò che non siete in grado di fare o di capire. Insomma non rompete le scatole agli altri e scrivete, scrivete punto e basta, se è ciò che amate fare. Qualcosa succederà.
Nella scrittura c'è vita, diversa, diversificata, migliore, peggiore, c'è tutto e non c'è niente. Può essere totalizzante o alienante. Ma c'è vita. Scrivere non è soltanto riportare fatti, descrivere emozioni, non è soltanto cronaca del mondo o costruzione di altri mondi, è di più. Qui mi tocca citare un tipo strambo, ma strambo davvero eh: “La scrittura e le cose non si somigliano. Tra esse, Don Chisciotte vaga all’avventura.
Va bene, ho concluso la tiritera. Che due palle vero? Hahahaha, piatto del giorno: Cabbasisi scaramellati, come direbbe un mio amico siciliano.
Buon proseguimento e state sereni, c'è posto e spazio per tutti, puntare il dito è facilissimo, è nel capire e comprendere il prossimo che sta la differenza. Nel capire se stessi la difficoltà maggiore.

Ok, ora vi lascio, vado a ubriacarmi e a prendere pessime decisioni 😉



                                               Somewhere over the rainbow, way up high... 

© 2017 di Massimiliano Riccardi

lunedì 3 aprile 2017

Inutili facezie. Cazzeggio in merito ai colori della nostra vita


Il blog è fermo da circa un mese, pazienza. Nessuna analisi da proporre, nessuna disamina sui massimi sistemi. Propongo soltanto un paio di riflessioni nel mio consueto modo sgrammaticato. Armatevi di pazienza e comprensione e vogliatemi bene. È stato un periodaccio 😃
Giornate intere passate a fare cose, risolvere problemi. Può capitare anche, ad esempio, di tornare a casa dopo dodici ore di notte trascorse a sentire urla, contenere gli impeti di un anziano che perde il senno a causa dell'ospedalizzazione, tranquillizzare un giovane uomo terrorizzato perché colpito da infarto. Ore passate a "fare cose", interminabili ore. Somministrare farmaci, combattere contro la voglia di urlare a causa dell'allucinante e ipnotico cicaleggio dei monitor, delle pompe infusionali che si bloccano e chiedono attenzione come se fossero vive e in grado di chiamarti. Sempre con gli occhi sulle tracce elettrocardiografiche attenti a eventuali modifiche. Tralasciamo il sangue, la merda, la morte, il dolore, la noia, la delusione, sono dettagli sempre compensati dalla consapevolezza di aver fatto tutto al meglio per la salute dei tuoi pazienti. Può capitare di essere stanchi di tutto ciò, cazzarola, la notte è fatta per dormire. 
Così si dice. 
Dentro di te c'è del buio, spesso e consistente, assonnato, puzzolente, rabbioso.
Torni a casa e il tuo nano è già sveglio, pronto per andare all'asilo. Inganna il tempo prima di incominciare la sua giornata. Vorresti soltanto andare a dormire, ma ti imponi di dedicargli del tempo. È giusto. Fa bene al cuore. Lo guardi.

Gesti minuti. Sguardi stupiti. Risate argentine. Gioia.
I movimenti sono goffi, senza un vero scopo preciso, così sembra. Manipolazione della materia, contatto con il reale.
Ti guardo giocherellare con le formine e i pennarelli. Sono stupito da come oggetti solidi e con uno scopo preciso si trasformino in mezzo per creare altro. I colori fluiscono come pensieri lasciati liberi, finalmente. C'è confusione e apparente disarmonia. L'improbabile è solo nei miei occhi di adulto, ovviamente.
Le immagini hanno un senso, alla fine. Figure di case, abbozzi di alberi, persone. È rassicurante per un adulto riconoscere qualcosa di famigliare.
Il flusso potente è però nei colori. Il rosso e il giallo, dinamico e caldo sfondo. Il tratteggio di nero che spicca lontano, come un confine violato dal resto della follia cromatica. Verde, arancione, blu, rosa, azzurro, e nuovamente rosso arancione e giallo. Arcobaleni che non hanno linea e direzione attraversano le immagini. Il vero senso del disegno, forse.
Scoperta. Speranza. Sogni. Fiducia. Tutto appare chiaro. Non c'è limite. 
Il foglio bianco sembra non essere in grado di contenere la marea montante delle emozioni. Spruzzi e sprazzi di colore tentano di lasciare la superficie. Non sono tratteggi timidi. Forzano lo spazio, lo superano. Travalicano l'ordine costituito dai bordi del foglio. Il fulcro del disegno è il centro. L'esplosione di cromatismi che si irradia. C'è senso di libertà in tutto ciò. Tutto appare possibile. In effetti, tutto è possibile quando si hanno cinque anni e i colori sono semplicemente particelle di anima, sentimento, risate e pianto. Pensieri che prendono forma e impalpabile lucentezza. Non c'è soddisfazione al termine dell'opera, c'è voglia di passare ad altro. Moto continuo, moto perpetuo. Voglia di esplorare, sperimentare, osare.
Vorrei avere la tua visione, ritornare a quel periodo dove tutto partiva dal centro, da noi stessi. Quando i confini erano ancora da definire, anzi, quando i confini apparivano qualcosa di sconosciuto. Prima che la vita, il lavoro, le regole, le convenzioni sociali, il "si fa così", ingabbiassero il naturale desiderio di essere un tutt'uno con la luce, l'aria, il sole, il cielo, la vita. Conserverò quel disegno, come tutti gli altri del resto, ma già catalogarlo e conservarlo è fargli torto. La tua tavolozza è molto più grande, quelli che conservo sono solo tasselli di un disegno più vasto. L'immaginifico e il concreto si confondono. Quello che è vero non è vero, e per questo ancora più reale. Non si tratta di semplice fantasia, c'è del lavoro dietro. La costruzione di un mondo che parte dal profondo e che attraverso il gesto di piccole mani ancora goffe, cerca di toccare altri mondi, infiniti mondi ancora da scoprire.

Luce.



© 2017 di Massimiliano Riccardi

mercoledì 15 marzo 2017

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO



Voglio scusarmi con tutti i lettori del blog e con gli amici blogger per la latitanza di questi giorni, purtroppo per motivi legati alla salute di mia moglie continuerò ad essere assente ancora per un po'. Non sono riuscito a trovare stimoli per scrivere alcunché, mi dispiace. Domani lei subirà un piccolo intervento chirurgico e il problema verrà risolto.
A presto, spero già la prossima settimana, con le facezie di "infinitesimale".

Massimiliano

mercoledì 1 marzo 2017

Insieme raccontiamo appuntamento 18



Nuovo appuntamento con l'iniziativa di Patricia Moll e il suo INSIEME RACCONTIAMO.
18° appuntamento



I minuti scorrono, la fine di questo umile raccontino è svelata cliccando sull'ultimo orario di questa azzardata follia cronologica.


L'incipit di Patricia

Battisti nelle cuffiette cantava “c’è un treno che parte alle 7,40...”
Forse non erano proprio le 7,40 però il treno era lì, fermo come un cannibale vorace pronto a inghiottire chiunque gli si avvicinasse troppo. Pauroso, eppure invitante.
Doveva smettere di guardarlo e prendere una decisione. Salire o no?


Il mio finale

Il destino non riguarda i sogni

ore 10
L'orologio della stazione era preciso, lo sapeva, nonostante ciò continuava a confrontarlo con quello da polso.
Ancora niente. Lei non si decideva ad arrivare.
Mesi di preparazione. Un nuovo lavoro, una nuova casa, una vita piena di promesse e speranze.
Dovevano soltanto salire su quel maledetto treno. L'ancona- Chiasso sarebbe rimasto lì fermo ancora per poco, presto sarebbe ripartito. Basilea sarebbe stata l'ultima meta, un posto nuovo dove ricominciare.
ore 10,15
La sera prima, dopo aver fatto l'amore, lei aveva pianto. Aveva paura di lasciare la casa dei genitori. Lui non aveva detto nulla, si era limitato a stringerla forte. Non voleva pensare che quella sarebbe potuta essere l'ultima volta. Soltanto quando l'ebbe riportata a casa le disse un semplice e sommesso: "Ti aspetterò, so che verrai".
ore 10,20
Per tutti l'afa era opprimente, ma lui non riusciva a smettere di sentire freddo. Che sensazione strana in una mattina di agosto. Sapeva che la colpa era del timore che lei non si facesse viva. Si accese l'ennesima sigaretta. Per la prima volta  sentiva che il destino avrebbe giocato in suo favore se solo lei non si fosse tirata indietro. Una nuova esistenza con l'amore della sua vita.
La lancetta dei minuti si muoveva veloce, ogni scatto simile a uno schiaffo in pieno volto. Distolse lo sguardo.
Improvvisamente la vide varcare la soglia della sala d'attesa. Bellissima, radiosa, sorridente. Riflessi dorati le accarezzavano i capelli mentre gli correva incontro. Occhi negli occhi si dissero più di quanto le parole erano mai riuscite a dire. Lui allargò le braccia pronto ad accoglierla. Dio quanto l'amava.




Post scriptum
Chiedo scusa a coloro che possono essere rimasti turbati, mi scuso per il colpo basso e per l'amaro in bocca che posso aver lasciato, io stesso ho riflettuto sull'opportunità di pubblicare una cosa del genere. Oggi non avevo voglia di risultare piacevole per nessuno, mi dispiace. 
Il calcio nelle palle non è per chi ha voluto perdere il suo tempo nel leggermi, è più che altro rivolto a me stesso, nasce dal desiderio di mantenere saldo nella memoria il concetto di quanto l'amore, la vita, ciò che di bello c'è nel mondo, può essere distrutto se si permette all'egoismo di vincere la sua battaglia contro il senso comune di fratellanza. Purtroppo la realtà è sempre più spaventosa di qualunque narrazione, le trame più orribili sono state realizzate senza la carezza e l'afflato amorevole della fantasia e dell'immaginazione. Quei fatti risalenti a quasi quarant'anni fa sono legati indissolubilmente a ciò che attiene al senso critico di ognuno di noi. Le stragi, il terrorismo, la strategia della tensione, l'odio, il razzismo, spesso non hanno una matrice scaturita da chissà quali "massimi sistemi", alle volte trovano terreno fertile nel semplice gesto di girare il capo per non vedere le piccole ingiustizie, dall'indifferenza, dal desiderio di non farci coinvolgere. Osservando ciò che accade ancora oggi in molte parti del mondo, sembra chiaro che l'uomo dal passato non ha imparato nulla. 

venerdì 10 febbraio 2017

Metropolitan Suite... in crescendo. Ritorno dei post inutili



Può capitare di restare imbambolati a osservare una scena rapiti dalle dinamiche tra due protagonisti. Catturati dai movimenti, dai cenni, dagli sguardi, dal significato profondo di cose non dette.
Lo sfondo è metropolitano, c'è caos: Il solito rombare di auto e mezzi pubblici; il via vai di gente distratta; una coppia di fidanzatini che si baciano sulla panchina nella piazzetta di fronte, zaini a terra in un orario che fa capire che oggi si marina la scuola; il matto che parla da solo e inveisce contro i passanti.
Può capitare.
Sì.
È come se mi trovassi dall'alto di una posizione privilegiata, da un attico, sono distaccato ma non assente.
Non è la giornata che tutti sperano di affrontare, il cielo è grigio, c'è vento, ci sono a terra  le tracce della pioggia notturna, mozziconi e cartoni bagnati ammiccano sfrontati ricordando a tutti che la città è capace di sporcare anche le cose preziose e pure cadute dal cielo.
Vengo urtato da una signora carica di borse della spesa, non si scusa nemmeno. La perdono, in fondo sono io a essere in mezzo ai piedi. 
Mentre la osservo attraversare la strada borbottando  la riconosco, è la signora Vicenta. Anni e anni in Italia per fare la donna delle pulizie nelle case di molti abitanti del mio quartiere. Dall'alba al tramonto, tutti i giorni della settimana. Una donna sfatta e sfiancata, sempre sorridente ma con gli occhi tristi. 
Ha fatto arrivare dall'Ecuador suo figlio per permettergli di studiare. Tutti sanno che il ragazzo a scuola ci va poco perché preferisce fumare eroina. L'ho sorpreso anche io nel mio portone mentre era indaffarato con il suo bel pezzo di carta stagnola, cannuccia tra le labbra intanto che il suo amico scaldava tutto con l'accendino da quattro soldi. Avrei lasciato perdere se solo non mi avesse guardato con aria di sfida, come se stesse facendo la cosa più normale del mondo e io fossi un idiota che non capisce. Quel giorno feci saltare con una mano tutto l'ambaradam, lo presi per un orecchio e lo trascinai fuori dall'androne del mio palazzo mentre l'amichetto in fuga mi insultava in spagnolo e il figlio della signora Vicenta mi guardava impaurito gemendo dal dolore. Non ero arrabbiato, soltanto triste. Ricordavo altre situazioni simili, momenti così vecchi da risalire a prima della nascita dello stupido che avevo tra le mani. Come un cretino facevo fatica a respingere il groppo in gola. Più il turbamento aumentava e più strizzavo l'orecchio di quel poveretto. 
Facevo pagare a lui le colpe di un altro stupido che da anni è andato a far da concime per i vermi. Anzi, oramai sarà polvere. Forse è per questo che ne sento ancora la presenza. La polvere si infila dovunque e non va mai via del tutto.
Il clacson tonante di un autobus mi riscuote da quel ricordo. Torno a concentrarmi sulla scena che stavo osservando. Mi accendo una sigaretta e, come se mi trovassi a una festa invece che in mezzo alla strada, mi appoggio comodamente al palo del semaforo. Con la coda dell'occhio noto il barbaglio dell'acqua piovana sulle strisce pedonali bianche e lucide. Chissà come mai quelle gocce sfavillanti mi rincuorano e mi mettono allegria.
Guardo verso l'improbabile coppia senza riuscire a reprimere un sorriso ebete che mi si stampa sulla faccia.
Si stanno avvicinando ma ancora non mi hanno visto.
Mia madre e mio figlio.
Mano nella mano chiacchierano, petulanti, complici. La mia vecchia ogni tanto si china verso il bimbo per ascoltarlo meglio. No, non è esatto, è come se gli andasse incontro con tutta se stessa, anima e corpo. Sono geloso, con me è stata una madre dura, severa, distaccata, sempre triste o arrabbiata. Sempre distratta dai problemi della vita. Sola.
Mio figlio è effervescente, come al solito. Bellissimo. Vitale. Vibrante. Risplendente. Accoglie con soddisfazione le espressioni di stupore e meraviglia della nonna. Chissà quali avventure le starà raccontando. Racconti minuti, gesti innocenti, gioia piena e inconsapevole. O forse no, forse è proprio lui ad aver capito tutto, ciò che conta davvero. Gli adulti hanno poca memoria, sono troppo impegnati per dedicarsi alla vita. Esistono, indaffarati, distratti, pieni di progetti che allontanano dalla vera essenza dell'io più profondo. I bambini amano, gioiscono, soffrono, direttamente dall'anima che ancora non si è costruita barriere.
Mi vedono.
Mia madre mi guarda e ricomincia la recita, lo sguardo è di colei che vuole farmi capire quanto è vecchia e stanca, si incupisce.
Bugiarda.
Quando il nipote le tira la mano per richiamare la sua attenzione, le torna lo sfavillio negli occhi.
Mio figlio mi chiama festante. Trascina la nonna e insieme caracollano verso di me.
In quel gesto mi ritrovo a essere più figlio di quanto non lo sia mai stato da bambino. Più padre che mai.
Mentre Il bambino mi abbraccia le gambe festoso, bacio sulla guancia mia madre e la ringrazio.
 La città è sempre la stessa, bigia, ventosa, rumorosa, sporca. Soltanto noi siamo di volta in volta diversi, alle volte migliori, più spesso semplicemente consapevoli.
Alle volte mi pongo delle domande stupide, non sono legate a quesiti su quanto posso essere bravo nel mio lavoro, su quante capacità relazionali possiedo, su quanti progetti sono stato in grado di portare a termine, se in me è ancora vibrante la giusta determinazione per rincorrere il successo.
Soltanto domande stupide.
Per fortuna accade raramente.
Mi ricordo delle cose che mi diceva la mia nonna, di come lei, molto semplicemente, si augurava soltanto che io diventassi un brav'uomo, molto banalmente desiderava questo. Non le importava cosa avrei fatto nella vita, sperava di crescere un nipote destinato a essere una brava persona. Tutto lì. Questo perché lei sapeva che la vita è una gran bastarda, io ancora dovevo scoprirlo del tutto.
Ecco quindi affiorare le domande sciocche.
Ma io sono un brav'uomo? Sono degno del dolore di chi mi ha messo al mondo? Sono degno di crescere e aiutare un essere che da me si aspetta tutto, e che guarda a me come l'unico in grado di permettergli di camminare da solo nel mondo, forte e indipendente?
Quesiti stupidi come dicevo.
Adesso però, non ho tempo per darmi quel tipo di risposte, devo rispondere a domande ancora più fondamentali e pressanti, mio figlio mi sta chiedendo se ho voglia di andare a casa con lui a giocare con i lego. Io odio i lego. Mi farò forza e cercherò di trovare l'entusiasmo per mettermi a costruire casette.
Ecco, ci pensa un bambino di cinque anni a darmi le risposte giuste. Che cretino che sono.



© 2017 di Massimiliano Riccardi

domenica 5 febbraio 2017

#imieiprimipensieri Scrittura di getto... della domenica



Va bene, ma sì, mi lancio. Partecipo anche io al gioco di Chiara Solerio #imieiprimipensieri.
Piccolo pezzo scritto in poco più di dieci minuti, non corretto e sull'onda dell'improvvisazione pura. Scusate i refusi, gli errori più o meno gravi, ma soprattutto abbiate pietà per il contenuto. Non ho voluto correggere nulla perchè sarebbero caduti i presupposti di questa iniziativa. Abbiamo tutti occasioni diverse per dimostrare la sapienza nel comporre articoli o post che dir si voglia. 
Pronti, partenza, e via…


L'amore vola

È sempre rischioso aprire il cassetto della memoria. Spesso trovi solo disordine e nulla più, oppure ricordi dolorosi.
Alle volte la nostalgia ti porta a pensare a colei che hai amato sopra ogni cosa. L'assoluto, il tuo assoluto. L'amore puro che non chiede nulla in cambio se non pochi segni di considerazione e cura.
Eri veloce, forte. Accarezzarti mi dava brividi che mai ho provato con nessun'altra. Sempre pronta. Per me.
Certo, ho discusso a lungo con falsi amici che dietro la loro finta complicità in segreto mi criticavano perché tu eri nera. Non mi importava. Che cosa stupida giudicare in base al colore.
Godevo nel sentirti vibrante sotto di me. Dio solo sa quanto godevo.
Ciò che più mi faceva male erano considerazioni legate a al tuo aspetto, non solo al colore. Frasi volgari del tipo: «Ma che tristezza, sembra un cancello, è messa male, non ha forme».
Io nulla, niente. Non replicavo mai. Ti amavo ma sapevo che il solo accennare a una difesa ti avrebbe offeso, perché tu eri superiore, altezzosa, una Dea.
Come un animale ti montavo, sì, non mi vergogno, come un animale, mi perdevo negli spazi infiniti dell'estasi. Senza una meta, senza uno scopo. Soltanto il desiderio di farmi trasportare nel tuo mondo fatto di vento e gioia mista a paura.
Ora non ci sei più. Piuttosto che lasciare ad altre mani il piacere e il privilegio di accarezzarti ho preferito distruggerti. Un po' sono morto anche io.
Ora di te mi rimangono soltanto poche fotografie. Le guardo con tristezza, a volte piango. Il dolore è così forte da lasciarmi senza fiato. Tremo, tremo dentro di me.
Non ti dimenticherò mai … mia amata Suzuki SV 1000. Eri nera e fiammante, 130 cavalli di emozione pura. Naked, nuda e cruda, senza carrozzeria. Vera. Bastava solo cambiarti l'olio e controllare le gomme, dissetarti con tutti gli ottani del mondo.
Sei stata mia.

Ti amo.



© 2017 di Massimiliano Riccardi

lunedì 30 gennaio 2017

Insieme raccontiamo 17



Ancora una volta si gioca e si condivide il piacere di scrivere, leggere, partecipare.
Aderisco nuovamente, con gioia, alla bellissima iniziativa di Patricia Moll:





Adesso, bando alle ciance. Partiamo.


Ecco l’incipit di Patricia:
Era l’alba. Gli piaceva scendere in spiaggia a quell’ora. In giro non c’era ancora nessuno perché i vacanzieri erano andati a dormire da poco.
Il silenzio interrotto solo dalla voce del mare lo rasserenava.
Girovagando, aveva oltrepassato il promontorio. In una piccola baia seminascosta l’aveva trovata.


Ecco qui il mio finale:

La vide immediatamente. Quasi un corpo estraneo per quello che sapeva essere un posto sconosciuto ai più. Una donna seduta sul bagnasciuga accanto al vecchio relitto rugginoso eletto a monumento dall'incuria umana. Una donna nera. Indossava una veste multicolore, inzuppata d’acqua. La modernità del giubbotto di salvataggio arancione stonava con quel volto di antica bellezza africana.
La donna piangeva. Un pianto quasi silenzioso ma non meno disperato. Piangeva come solo una madre può piangere. 
L’uomo rimase quasi stordito, quel pianto lo riportava a qualcosa di ancestrale, in quel lamento così prolungato, inconsolabile, c’era il dolore della prima madre, di tutte le madri. Cercò di attirare l’attenzione della donna, quasi timoroso. Il gesto di appoggiarle la mano sulla spalla fu respinto da un movimento violento del capo, da un tremito del corpo. L’uomo rimase imbambolato a guardare la sua mano robusta dalle dita nodose galleggiare nell'aria, sentì che toccarla era stata quasi una profanazione.
Si tolse la giacca e delicatamente le avvolse le spalle. Decise che avrebbe rimandato il momento di chiedere aiuto. Si sedette accanto alla donna, così, semplicemente. Fissò insieme a lei l’orizzonte, le dita rossastre dell’alba a disperdere i nembi, il mare sino a poche ore prima in tempesta. Non era difficile immaginare perché stesse piangendo. Ad un tratto fu silenzio, soltanto il rumore della risacca e il canto dei gabbiani. L’uomo sentì il proprio braccio stretto con forza da una mano stranamente calda. Voleva aiutarla, in fretta, ma aveva deciso di lasciare a lei la decisione di muoversi da lì. Un nuovo rumore a interrompere la quiete della piccola baia, il respiro profondo di due esseri umani uniti da qualcosa di vecchio come il mondo, che cambia nome in base alla terra di origine ma che da lo stesso fremito dovunque e in ogni tempo.



© 2017 di Massimiliano Riccardi