scrivere per vivere vivere per scrivere

scrivere per vivere vivere per scrivere
La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. (René Descartes) ****************************************************************************************************************** USQUE AD FINEM

venerdì 10 febbraio 2017

Metropolitan Suite... in crescendo. Ritorno dei post inutili



Può capitare di restare imbambolati a osservare una scena rapiti dalle dinamiche tra due protagonisti. Catturati dai movimenti, dai cenni, dagli sguardi, dal significato profondo di cose non dette.
Lo sfondo è metropolitano, c'è caos: Il solito rombare di auto e mezzi pubblici; il via vai di gente distratta; una coppia di fidanzatini che si baciano sulla panchina nella piazzetta di fronte, zaini a terra in un orario che fa capire che oggi si marina la scuola; il matto che parla da solo e inveisce contro i passanti.
Può capitare.
Sì.
È come se mi trovassi dall'alto di una posizione privilegiata, da un attico, sono distaccato ma non assente.
Non è la giornata che tutti sperano di affrontare, il cielo è grigio, c'è vento, ci sono a terra  le tracce della pioggia notturna, mozziconi e cartoni bagnati ammiccano sfrontati ricordando a tutti che la città è capace di sporcare anche le cose preziose e pure cadute dal cielo.
Vengo urtato da una signora carica di borse della spesa, non si scusa nemmeno. La perdono, in fondo sono io a essere in mezzo ai piedi. 
Mentre la osservo attraversare la strada borbottando  la riconosco, è la signora Vicenta. Anni e anni in Italia per fare la donna delle pulizie nelle case di molti abitanti del mio quartiere. Dall'alba al tramonto, tutti i giorni della settimana. Una donna sfatta e sfiancata, sempre sorridente ma con gli occhi tristi. 
Ha fatto arrivare dall'Ecuador suo figlio per permettergli di studiare. Tutti sanno che il ragazzo a scuola ci va poco perché preferisce fumare eroina. L'ho sorpreso anche io nel mio portone mentre era indaffarato con il suo bel pezzo di carta stagnola, cannuccia tra le labbra intanto che il suo amico scaldava tutto con l'accendino da quattro soldi. Avrei lasciato perdere se solo non mi avesse guardato con aria di sfida, come se stesse facendo la cosa più normale del mondo e io fossi un idiota che non capisce. Quel giorno feci saltare con una mano tutto l'ambaradam, lo presi per un orecchio e lo trascinai fuori dall'androne del mio palazzo mentre l'amichetto in fuga mi insultava in spagnolo e il figlio della signora Vicenta mi guardava impaurito gemendo dal dolore. Non ero arrabbiato, soltanto triste. Ricordavo altre situazioni simili, momenti così vecchi da risalire a prima della nascita dello stupido che avevo tra le mani. Come un cretino facevo fatica a respingere il groppo in gola. Più il turbamento aumentava e più strizzavo l'orecchio di quel poveretto. 
Facevo pagare a lui le colpe di un altro stupido che da anni è andato a far da concime per i vermi. Anzi, oramai sarà polvere. Forse è per questo che ne sento ancora la presenza. La polvere si infila dovunque e non va mai via del tutto.
Il clacson tonante di un autobus mi riscuote da quel ricordo. Torno a concentrarmi sulla scena che stavo osservando. Mi accendo una sigaretta e, come se mi trovassi a una festa invece che in mezzo alla strada, mi appoggio comodamente al palo del semaforo. Con la coda dell'occhio noto il barbaglio dell'acqua piovana sulle strisce pedonali bianche e lucide. Chissà come mai quelle gocce sfavillanti mi rincuorano e mi mettono allegria.
Guardo verso l'improbabile coppia senza riuscire a reprimere un sorriso ebete che mi si stampa sulla faccia.
Si stanno avvicinando ma ancora non mi hanno visto.
Mia madre e mio figlio.
Mano nella mano chiacchierano, petulanti, complici. La mia vecchia ogni tanto si china verso il bimbo per ascoltarlo meglio. No, non è esatto, è come se gli andasse incontro con tutta se stessa, anima e corpo. Sono geloso, con me è stata una madre dura, severa, distaccata, sempre triste o arrabbiata. Sempre distratta dai problemi della vita. Sola.
Mio figlio è effervescente, come al solito. Bellissimo. Vitale. Vibrante. Risplendente. Accoglie con soddisfazione le espressioni di stupore e meraviglia della nonna. Chissà quali avventure le starà raccontando. Racconti minuti, gesti innocenti, gioia piena e inconsapevole. O forse no, forse è proprio lui ad aver capito tutto, ciò che conta davvero. Gli adulti hanno poca memoria, sono troppo impegnati per dedicarsi alla vita. Esistono, indaffarati, distratti, pieni di progetti che allontanano dalla vera essenza dell'io più profondo. I bambini amano, gioiscono, soffrono, direttamente dall'anima che ancora non si è costruita barriere.
Mi vedono.
Mia madre mi guarda e ricomincia la recita, lo sguardo è di colei che vuole farmi capire quanto è vecchia e stanca, si incupisce.
Bugiarda.
Quando il nipote le tira la mano per richiamare la sua attenzione, le torna lo sfavillio negli occhi.
Mio figlio mi chiama festante. Trascina la nonna e insieme caracollano verso di me.
In quel gesto mi ritrovo a essere più figlio di quanto non lo sia mai stato da bambino. Più padre che mai.
Mentre Il bambino mi abbraccia le gambe festoso, bacio sulla guancia mia madre e la ringrazio.
 La città è sempre la stessa, bigia, ventosa, rumorosa, sporca. Soltanto noi siamo di volta in volta diversi, alle volte migliori, più spesso semplicemente consapevoli.
Alle volte mi pongo delle domande stupide, non sono legate a quesiti su quanto posso essere bravo nel mio lavoro, su quante capacità relazionali possiedo, su quanti progetti sono stato in grado di portare a termine, se in me è ancora vibrante la giusta determinazione per rincorrere il successo.
Soltanto domande stupide.
Per fortuna accade raramente.
Mi ricordo delle cose che mi diceva la mia nonna, di come lei, molto semplicemente, si augurava soltanto che io diventassi un brav'uomo, molto banalmente desiderava questo. Non le importava cosa avrei fatto nella vita, sperava di crescere un nipote destinato a essere una brava persona. Tutto lì. Questo perché lei sapeva che la vita è una gran bastarda, io ancora dovevo scoprirlo del tutto.
Ecco quindi affiorare le domande sciocche.
Ma io sono un brav'uomo? Sono degno del dolore di chi mi ha messo al mondo? Sono degno di crescere e aiutare un essere che da me si aspetta tutto, e che guarda a me come l'unico in grado di permettergli di camminare da solo nel mondo, forte e indipendente?
Quesiti stupidi come dicevo.
Adesso però, non ho tempo per darmi quel tipo di risposte, devo rispondere a domande ancora più fondamentali e pressanti, mio figlio mi sta chiedendo se ho voglia di andare a casa con lui a giocare con i lego. Io odio i lego. Mi farò forza e cercherò di trovare l'entusiasmo per mettermi a costruire casette.
Ecco, ci pensa un bambino di cinque anni a darmi le risposte giuste. Che cretino che sono.



© 2017 di Massimiliano Riccardi

domenica 5 febbraio 2017

#imieiprimipensieri Scrittura di getto... della domenica



Va bene, ma sì, mi lancio. Partecipo anche io al gioco di Chiara Solerio #imieiprimipensieri.
Piccolo pezzo scritto in poco più di dieci minuti, non corretto e sull'onda dell'improvvisazione pura. Scusate i refusi, gli errori più o meno gravi, ma soprattutto abbiate pietà per il contenuto. Non ho voluto correggere nulla perchè sarebbero caduti i presupposti di questa iniziativa. Abbiamo tutti occasioni diverse per dimostrare la sapienza nel comporre articoli o post che dir si voglia. 
Pronti, partenza, e via…


L'amore vola

È sempre rischioso aprire il cassetto della memoria. Spesso trovi solo disordine e nulla più, oppure ricordi dolorosi.
Alle volte la nostalgia ti porta a pensare a colei che hai amato sopra ogni cosa. L'assoluto, il tuo assoluto. L'amore puro che non chiede nulla in cambio se non pochi segni di considerazione e cura.
Eri veloce, forte. Accarezzarti mi dava brividi che mai ho provato con nessun'altra. Sempre pronta. Per me.
Certo, ho discusso a lungo con falsi amici che dietro la loro finta complicità in segreto mi criticavano perché tu eri nera. Non mi importava. Che cosa stupida giudicare in base al colore.
Godevo nel sentirti vibrante sotto di me. Dio solo sa quanto godevo.
Ciò che più mi faceva male erano considerazioni legate a al tuo aspetto, non solo al colore. Frasi volgari del tipo: «Ma che tristezza, sembra un cancello, è messa male, non ha forme».
Io nulla, niente. Non replicavo mai. Ti amavo ma sapevo che il solo accennare a una difesa ti avrebbe offeso, perché tu eri superiore, altezzosa, una Dea.
Come un animale ti montavo, sì, non mi vergogno, come un animale, mi perdevo negli spazi infiniti dell'estasi. Senza una meta, senza uno scopo. Soltanto il desiderio di farmi trasportare nel tuo mondo fatto di vento e gioia mista a paura.
Ora non ci sei più. Piuttosto che lasciare ad altre mani il piacere e il privilegio di accarezzarti ho preferito distruggerti. Un po' sono morto anche io.
Ora di te mi rimangono soltanto poche fotografie. Le guardo con tristezza, a volte piango. Il dolore è così forte da lasciarmi senza fiato. Tremo, tremo dentro di me.
Non ti dimenticherò mai … mia amata Suzuki SV 1000. Eri nera e fiammante, 130 cavalli di emozione pura. Naked, nuda e cruda, senza carrozzeria. Vera. Bastava solo cambiarti l'olio e controllare le gomme, dissetarti con tutti gli ottani del mondo.
Sei stata mia.

Ti amo.



© 2017 di Massimiliano Riccardi

lunedì 30 gennaio 2017

Insieme raccontiamo 17



Ancora una volta si gioca e si condivide il piacere di scrivere, leggere, partecipare.
Aderisco nuovamente, con gioia, alla bellissima iniziativa di Patricia Moll:





Adesso, bando alle ciance. Partiamo.


Ecco l’incipit di Patricia:
Era l’alba. Gli piaceva scendere in spiaggia a quell’ora. In giro non c’era ancora nessuno perché i vacanzieri erano andati a dormire da poco.
Il silenzio interrotto solo dalla voce del mare lo rasserenava.
Girovagando, aveva oltrepassato il promontorio. In una piccola baia seminascosta l’aveva trovata.


Ecco qui il mio finale:

La vide immediatamente. Quasi un corpo estraneo per quello che sapeva essere un posto sconosciuto ai più. Una donna seduta sul bagnasciuga accanto al vecchio relitto rugginoso eletto a monumento dall'incuria umana. Una donna nera. Indossava una veste multicolore, inzuppata d’acqua. La modernità del giubbotto di salvataggio arancione stonava con quel volto di antica bellezza africana.
La donna piangeva. Un pianto quasi silenzioso ma non meno disperato. Piangeva come solo una madre può piangere. 
L’uomo rimase quasi stordito, quel pianto lo riportava a qualcosa di ancestrale, in quel lamento così prolungato, inconsolabile, c’era il dolore della prima madre, di tutte le madri. Cercò di attirare l’attenzione della donna, quasi timoroso. Il gesto di appoggiarle la mano sulla spalla fu respinto da un movimento violento del capo, da un tremito del corpo. L’uomo rimase imbambolato a guardare la sua mano robusta dalle dita nodose galleggiare nell'aria, sentì che toccarla era stata quasi una profanazione.
Si tolse la giacca e delicatamente le avvolse le spalle. Decise che avrebbe rimandato il momento di chiedere aiuto. Si sedette accanto alla donna, così, semplicemente. Fissò insieme a lei l’orizzonte, le dita rossastre dell’alba a disperdere i nembi, il mare sino a poche ore prima in tempesta. Non era difficile immaginare perché stesse piangendo. Ad un tratto fu silenzio, soltanto il rumore della risacca e il canto dei gabbiani. L’uomo sentì il proprio braccio stretto con forza da una mano stranamente calda. Voleva aiutarla, in fretta, ma aveva deciso di lasciare a lei la decisione di muoversi da lì. Un nuovo rumore a interrompere la quiete della piccola baia, il respiro profondo di due esseri umani uniti da qualcosa di vecchio come il mondo, che cambia nome in base alla terra di origine ma che da lo stesso fremito dovunque e in ogni tempo.



© 2017 di Massimiliano Riccardi

martedì 24 gennaio 2017

La vibrante protesta


Con questo post susciterò lo sdegno di molti, l'ilarità di tanti, e perderò più della metà dei commentatori che carinamente mi vengono a trovare. Vorrò loro bene ugualmente.
E se giuro che non lo faccio più? Può bastare a farmi perdonare😃

Ho assistito alle manifestazioni anti Trump. Sono cose che aprono il cuore, la libertà/dovere di manifestare contro uno stato di cose che non si ritiene giusto è un atto sacro. Il dissenso, l'indignazione, sono tutte espressioni di libertà. Nulla da dire, solidarietà a chi ha la forza, il tempo, il coraggio di esprimere la propria opinione. 
Piccola parentesi, QUI trovate il link di una valente autrice e traduttrice (Silvia Pareschi) che in prima persona ha testimoniato con la sua presenza fisica il disgusto nei confronti del nuovo corso. 
Questo personaggio, il Trumpone, è pericoloso, oltre che a essere evocativo di ben altri tempi bui e sconfortanti. È giusto sancire il modo che ha scelto di presentarsi.
Ok, stop.
Adesso fermiamoci e proviamo a dimenticarci di Trump. Sgraviamoci della naturale avversione nei confronti di personaggi simili. Siamo sicuri di essere sempre presenti a noi stessi? Vigili nel condannare e segnalare atti o comportamenti esecrabili? Sempre? Oppure ci facciamo trascinare dall'onda delle campagne contro Tizio e contro Caio tralasciando, dimenticando, ignorando le malefatte di chi è riconoscibile e accettato come "uno de noartri"?
Adesso voglio provare a lanciare un sassetto sul vetro della finestra della stanza dove si riuniscono quelli bravi, quelli che fanno sempre la cosa giusta, i politicamente corretti, e qui arriveranno gli insulti o ancor peggio gli sberleffi. L'unica cosa che chiedo e di non attribuirmi schieramenti pro o contro qualche personaggio, in questo caso sentitevi pure mandati a prendere da tergo quel certo non so che di consistenza parenchimale 😎 
Mi divertirò soltanto ad aggiungere una piccola nota polemica, un banale pour parler tra amici. Esco per qualche istante dal coro. Non credo ci sia nulla di male, ogni tanto fa bene. Ed è pure giusto. Siamo tra persone ragionevoli no?
Noto che l'opinione pubblica in generale è sin troppo reattiva quando si tratta di contrastare un nemico evidente, appariscente, ben identificato. Quindi non me la prendo con chi nello specifico ha voluto manifestare disgusto per quello che è accaduto, anche a me sono tremati i polsi all'idea di sapere a capo di una delle superpotenze nucleari un personaggio di tal fatta.
Quello che osservo è il torpore nei confronti di situazioni consolidate, assolutamente negative, che possono minare coloro che sono considerati dei beniamini o alterare lo stato di calma relativa. Sì perché se sale al governo un democristiano che però è diventato segretario del PD non posso mica stare tanto a menarla, sono comunque di sinistra … quindi … ok, non sarà il massimo però …
E se mi eleggono un presidente americano democratico dopo quel minchione di Bush? Per di più di origini afro? Cazzo, e mi nomina pure la Clinton. Aricazzo, la moglie di Bill, il democraticissimo Bill amico di tutte le fellatrix del mondo. Perbacco, una donna come Segretario di Stato … non si può che gioire.
Infatti io ho gioito quando Obama ha vinto le elezioni.
Poi, però …
Come sempre c'è un però.
Vediamo un po' al netto degli accadimenti di questo ultimo periodo: otto anni di guerra sotto il mandato di Obama nei vari teatri bellici del mondo, in primis Iraq e Afghanistan. Sono un po' tanti per poter affermare che ci lasciamo alle spalle un periodo di pace per andare incontro a chissà quale devastazione. Ma anche lì … non l'ha mica iniziata lui la guerra. Però nemmeno l'ha fermata.
Quindi?
Quindi niente, sorvoliamo, e che stamo a fa le pulci stamo? 😀
Io sono convinto che Trump sia un emerito imbecille, un pericolosissimo emerito imbecille, ma credo anche che tutta la genia di radical chic ai vertici dell'informazione, della politica e della stampa, abbia lasciato correre su troppe cose. Come dire, bisogna rompere i coglioni, giustamente, al brutto e cattivo ma le marachelle degli amichetti...
Spero che si sia capito che parlare di Trump è servito solo per affrontare ben altro tema. Mi piace parlare di coerenza senza usare toni ieratici, preferisco stuzzicare il toro che da del cornuto al cervo. Mi sarebbe piaciuto tanto rivolgere una domanda ad alcuni amici:"ma perché, cazzarola, per riconoscere il demonio c'è bisogno che si vesta da diavolo con tanto di forcone ed emanazioni di zolfo? Per smuovervi bisogna farvi un disegnino affinchè possiate capire? Sì, perché Trump è pericoloso, ma è un pericoloso che ci mette la faccia, tutto lì. E' uno stronzo, lo vedi e lo rifiuti. E il resto? Tutto ciò che è mascherato da democrazia e ci sta fottendo da anni a botte di social, di telegiornali fuffa, di partite di calcio, di distrazioni televisive soporifere? Mentre pezzo per pezzo si sono sgranocchiati il nostro Paese mettendo sul lastrico milioni di famiglie, eliminando diritti conquistati con lacrime e sangue, infami Jobs act e quant'altro, dove erano i girotondi di Morettiana memoria, le adunate oceaniche al Circo Massimo (io c'ero) come quelle antiberlusconiane?".

Io penso che la sinistra, tutta, i democratici tutti, debbano compiere una profondissima riflessione, credo fermamente che dietro le bandiere al vento della pace, della libertà e della democrazia ci sia un miliardo di persone, di lavoratori, di disoccupati, di oppressi, che hanno potuto soltanto guardare il culo di questi alfieri che portavano insegne e stendardi. Lo abbiamo visto in Italia con gli accadimenti di questi ultimi anni, lo abbiamo visto in Francia con l'aumento del disagio sociale nelle banlieue, per non parlare degli stessi Stati Uniti e dei milioni di nuovi disoccupati. Vedo ondate di rivolta che si manifestano a targhe alterne. Milioni in piazza contro Berlusconi (io c'ero), poi, per le stesse porcherie, quattro gatti contro Renzi; tutti contro Bush per la guerra in Iraq e poi messaggi contradditori durante gli otto anni della presidenza Obama, e soprattutto critiche sottotono in merito al lavoro della Clinton in relazione ai bombardamenti con i droni e alle operazioni militari oltremare durante i suoi 4 anni di mandato come Segretario di Stato. Vogliamo anche parlare del sostegno dato ai ribelli islamisti per abbattere Gheddafi? Del sostegno in Siria al Fronte al-Nusra affiliato ad al-Qāʿida e il futuro Stato Islamico? Per cosa? Per dare contro a un dittatore come Assad (che comunque esercitava il potere già dal 2000, e sullo stesso stile il suo paparino prima di lui), che aveva commesso l'errore di permettere ai russi di controllare le forniture di gas all'Europa impedendo agli americani di passare sul suo territorio sfruttando il progetto dei nuovi impianti che sarebbero dovuti partire dal Qatar sino alle coste del mediterraneo; l'errore di aver sempre appoggiato Hamàs e di aver sempre mantenuto una politica anti israeliana. Guai a chi tocca Israele.
Voglio dire, sicuramente Trump merita di essere contrastato per gli evidenti scenari che ci prospetta, dico soltanto che mi piacerebbe vedere lo stesso livore di fronte alle porcherie fatte dagli amici della parrocchietta.
Non può essere che i bombardamenti NATO siano giusti e quelli russi no, non può essere che le riforme di Berlusconi siano sbagliate e diventino improvvisamente giuste se le propone Renzi, non può essere che la destra italiana sia il nemico da abbattere e criminalizzare, ma se serve per contrastare i cinque stelle si facciano le larghe intese (io ho vomitato quel giorno). Non può essere.
Forse è il momento di non lasciarsi imbambolare dai rintocchi delle varie campane e informarsi bene su chi detiene il martelletto, ma soprattutto sul perché si diverte a suonare.
Vogliamo dire che Trump è un pezzo di merda razzista? Bene, diciamolo. È lui che ha vicinanze con il Ku Klux Klan, mica la zia Peppina. Ma il resto? Tutto il casino, la recessione economica, le innumerevoli guerre e massacri? Non credo si siano verificati con intervalli di otto anni e solo durante la presidenza di capi di Stato sporchi e malvagi. A guardare bene è piovuta merda anche durante l'esercizio di mandato di cosiddetti democratici e liberali. Come mai in questi casi c'è stato un calo della giusta e sacrosanta indignazione? Come mai Madonna non ha offerto pompini gratuiti, come durante la campagna elettorale della Clinton, a tutti coloro che si sarebbero mossi per andare a urlare a Obama di smettere con le operazioni militari in Medio Oriente? Come mai le star di Hollywood in quel caso non si sono fatte sentire? Cavoli, hanno avuto otto anni per farlo, la gente li ascolta, li segue, avrebbero potuto mettere su un bel movimento di opinione. Misteri della fede, oppure dello star system. Vai a sapere.
Io vedo tanta buona fede in chi manifesta, ma anche tanta ingenuità. Vedo poca buonafede in chi millanta compassione nei confronti dei poveri e degli oppressi dall'alto degli attici di New York, di Roma, Milano, Parigi. Chissà come mai i soldi non conoscono schieramenti politici. Chissà come mai vedo un unico sistema gestito alternativamente da squadre diverse. Chissà come mai chi si deve alzare tutte le mattine alle 5 per andare a lavorare ce l'ha sempre nel culo, chissà come mai chi non ha un lavoro o chi lo perde vede il futuro ugualmente nero a prescindere da chi sventola la bandiera.
Solo domande, ho voluto pormi soltanto domande.
Ma è proprio vero che ci sono le squadre dei buoni e quelle dei cattivi?
Che i macrosistemi economici non esistono e i politici credono veramente in quello che sostengono? Che sono veramente i politici a detenere il vero potere e che non ci sono dietro lobbies che semplicemente puntano sul più probabile vincitore?
Va bene. Però non mi criticate quando dico che io credo in Babbo Natale.
Duro da digerire questo sproloquio che guasta il bel quadretto di attenti critici del mal costume ... altrui, vero? Sono proprio una merda.
Sono anche abbastanza stanco di seguire l'onda delle emozioni schierandomi dalla parte del più fotogenico o di quello che la racconta meglio.
Sì, perché c'è anche da dire che molto spesso i personaggi vengono costruiti a tavolino, si sottolineano solo le cose che non ci piacciono o che ci garbano di più. Si chiama propaganda. È già accaduto no?
Dai, vi ricordate di quel tizio che era dalla parte del popolo e faceva arrivare i treni in orario, amava l'olio di ricino e i manganelli? O di quell'altro che voleva l'uguaglianza e la dittatura del popolo e poi apriva i gulag e "purgava" milioni di compatrioti? Di quelle brave persone che andavano sempre a messa e avevano pure uno scudo crociato come simbolo ma poi erano amici dei mafiosi? Oppure di quell'altro, meno sanguinario, che ci ha regalato la Milano da bere e i manager rampanti, intanto se magnava tutto e poi è inciampato in tangentopoli? E di quegli altri che ce lo hanno dipinto come un mostro e poi si sono rivelati peggio? 👼

Bene, ora abbiamo il cattivo di turno. Il nuovo presidente degli Stati Uniti, eletto con un sistema elettorale che va avanti da due secoli. Piaccia o non piaccia. Qualcuno a cui dare addosso. Intanto quelli di prima, gli stessi di prima, continueranno a gestire le banche, l'informazione, l'economia.
E noi? Ah beh, noi saremo troppo impegnati con la nostra vibrante protesta per accorgerci che è tutto uguale, che non è cambiato niente. Perché in fondo scaricare lo sdegno su un unico bersaglio ci impedisce di ragionare su quanto sarebbe meglio cambiare il comportamento di noi stessi. Siamo davvero così limpidi, aperti al dialogo, pronti ad accettare "l'altro da me"? Oppure lo siamo ma solo con chi ci garba? Non è che molti illuminati democratici sono democratici solo con chi la pensa come loro? No, perché con tutta la merda che abbiamo dovuto ingoiare in questi ultimi anni il dubbio viene. Fine della tiritera populista e mugugnona. Colpa della gastrite 😏

A proposito … quando inizia San Remo?




© 2017 di Massimiliano Riccardi

martedì 17 gennaio 2017

Dialogo surreale, inutile dirlo, le solite facezie






«Duttile? Ma che duttile. Frastagliato, inconcludente. Un piano interrotto da spigoli, anzi da mozziconi, monconi di materia rotta».
«Ma cosa dici. Cerco di essere propositivo, non per codardia, piuttosto per cogliere il cambiamento. Plasmarlo».
«Non capisco. Non ti capisco. Quanti rapporti hai interrotto? Mogli, compagne, figli sparpagliati come semi in un campo. Sei un puttaniere! Non c'è niente di romantico in questo, non sei il personaggio di una canzone di de Andrè».
«Non giudicarmi».
«Non ti giudico. Osservo».
«Non posso farci niente. È nella mia natura. Questo cazzo di senso di provvisorietà mi tormenta da sempre. Si ripercuote su tutto».
«Non si vive come se non ci fosse un domani. È un modo come un altro per giustificare qualunque bastardata».
«Io non sono un bastardo. Forse un po', alle volte».
«No! Non sei un bastardo. Però sei egoista. Egocentrico. Hai visto e fatto tutto: amore, guerra, lutti, grandi gioie. Ma hai vissuto ogni cosa come l'attore inondato di luce sul palcoscenico».
«Io ti amo».
«Non te la cavi così. Anche io ti amo».
«Ok. Sono un bastardo».
«Sì!».
«Tutto questo casino perché non ho ritirato la roba stesa?»
«No! È perché ne hai ritirato solo la metà. Il punto è questo».
«Tutto ciò che è intenso è destinato a morire rapidamente».
«Non ci credo, guarda che sei forte eh. E questo che cavolo c'entra?»
«La mediocrità del quotidiano mi devasta. Voglio morire e risorgere ogni giorno».
«Ok, non sei un bastardo, sei un deficiente».
«Ti amo».
«Appunto».
«Ci beviamo un the caldo?»
«Tanto zucchero».
«Lo so!»
«Lo so che lo sai».
«Ti amo».
«Ci devo pensare».
«Non ci pensare».
«Stupido».
«Ti amo».
«Cretino».
«Ti amo».
«Lo so».

«Lo so che lo sai».













© 2017 di Massimiliano Riccardi

venerdì 23 dicembre 2016

Auguri di Buon Natale. Ultimo post inutile del 2016


Nessun vento è favorevole in senso assoluto, ma per noi sarà preziosa anche una semplice brezza.
Non è farina del mio sacco, ho parafrasato la citazione di un Grande adattandola a quello che è il mio sentire attuale.
Il 2016 sta finendo, spero che sprofondi all'inferno. Un nuovo anno è prossimo. Sono ottimista. Sempre. Anche contro ogni evidenza.
Inutile starsela a menare con atteggiamenti di rivalsa nei confronti del Santo Natale, motteggi da crisi post adolescenziale di rifiuto delle festività canoniche. Inutile direi. È Natale, quindi, come si fa tra personcine perbene voglio fare gli auguri a tutti. Ai visitatori del blog, ai commentatori, agli improvvidi sostenitori delle cose inutili che pubblico, agli amici. Certo, come tutti gli adulti in faccende affaccendati vivo il Natale prevalentemente in funzione dei piccolini che allietano le nostre esistenze. Il Natale è per loro. Però, e sticazzi, però… quel bambinello nella culla…
Ho letto un post stilato dalla Glò de"la nostra Libreria", devo dire che l'immagine di quel bambino può essere sicuramente un bel messaggio per tutti, credenti e non credenti. Forse non tanto per la similitudine che ci ha voluto indicare Gloria, ma piuttosto per festeggiare il bambinello innocente che è in noi, magari sepolto, magari affossato nei meandri più reconditi del nostro inconscio, però vivo e vitale, soltanto un po' spaventato dagli adulti che siamo diventati. Così lontani dall'ordine naturale delle cose, distanti dal vivere comune, dalla fratellanza, con vite così funzionali al sistema e poco addentro all'armonia della natura.
Certo è ovvio che non basta il Natale a cambiare le cose e a far diventare tutti più buoni, quindi potete smettere di grattarvi i coglioni se pensavate che volessi arrivare a questa conclusione.
Il Natale è un rito, e i riti non sono solo noia e ripetitività, sono degli istanti di limbo indecifrabile dove per poco, pochissimo, ci si può permettere il lusso di fermarsi e fare più o meno finta che il vivere comune sia altro dal quotidiano e dal contingente. Bestemmiando, imprecando, criticando, facendo finta di ignorare,  mettendo su tutto il solito teatrino di moderni e razionali avversari della pantomima consumistica, possiamo godere e bearci di piccoli gesti, di delicati doni, di parole di affetto.
Per molti il Natale è foriero di malinconie sopite pronte a esplodere, di tristezza al pensiero di chi non c'è più, di nostalgia verso chi è lontano, anche di tristezza pensando a chi è malato. Io lavorerò il 24, il 25, il 26 e sarò proprio al fianco di chi se ne strabatterebbe volentieri la minchia di fare il "contro a tutti i costi" e vorrebbe soltanto essere a casa a festeggiare con i suoi cari, omaggiando entusiasticamente tutti i luoghi comuni del mondo pur di star bene.
Quindi, eeeh quindi, in virtù di tutto ciò che ammorba il mondo, dello schifo che ci sovrasta e che puntualmente osserviamo tramite i telegiornali o direttamente con i nostri occhi, dico Buon Natale. Guardo il mio bambino felice e dico Buon Natale, ricevo gli auguri da amici ed estranei e dico Buon Natale. Mi godo le gioie semplici perché so che sono l'ultimo rifugio degli spiriti complessi.
Quindi, dicevo, dico Buon Natale a tutti gli amici Blogger con cui ho condiviso molto, con alcuni ho scoperto un nuovo significato di amicizia (un pensiero a Patricia Moll), agli oltre centomila visitatori del blog. Buon Natale anche a te che leggi queste righe sgrammaticate con il sorriso beffardo ridendo della mia banalità. Buon Natale a chi crede e a chi non crede. Buon Natale a tutti, a prescindere e in ogni caso.
Ora voglio cromarvi definitivamente le palle con una citazione, miei cari amici:
"… egli era abbastanza saggio da sapere che su questo globo niente di buono è mai accaduto, di cui qualcuno non abbia riso al primo momento.
E sapendo che in ogni modo la gente siffatta è cieca, pensò che non aveva nessuna importanza se strizzavano gli occhi in un sogghigno, come fanno gli ammalati di certe forme poco attraenti di malattie.
Il suo cuore rideva e questo per lui era perfettamente sufficiente.
Non ebbe più rapporti con gli spiriti; ma visse sempre, d’allora in poi, sulla base di una totale astinenza; e di lui si disse sempre che se c’era un uomo che sapeva osservare bene il Natale, quell’uomo era lui.
Possa questo esser detto veramente di noi, di noi tutti! E così, come osservò Tiny Tim, che Dio ci benedica, tutti!"
Canto di Natale, Charles Dickens

Alla domanda su quelli che saranno i buoni propositi per il 2017 rispondo: " farò quello che posso, sono solo un essere umano". Un bacio a Marina Guarneri che mi ha ispirato.

Buon Natale a tutti.



© 2016 di Massimiliano Riccardi

venerdì 9 dicembre 2016

Di amore, volontà, e altre facezie. Tornano i post inutili


Questa volta nessun post declamatorio, illustrativo, descrittivo, insomma abbasso gli ivo e gli orio. Soltanto un raccontino. Così per gioco, tanto per raccontare qualcosa senza raccontare nulla. Spero possa essere comunque di gradevole lettura.



Fronte poggiata sul vetro della finestra.
Gelo.
Il ragazzino gode al contatto. Dietro di lui gli adulti chiacchierano.
In realtà è solo la sua percezione, li sente così distanti.
Tutti.
Se fosse più interessato si accorgerebbe che invece stanno urlando, litigano.
Con il fiato si diverte a rendere opaco quel vetro così lucido. È un gioco, vuole vedere se riesce a far risalire la condensa che si forma ai lati della bocca su su sino a coprire anche la visuale. Non vuole limitarsi a non sentire, desidera anche non vedere. Nessuno bada a lui, sono tutti troppo presi dai loro discorsi da adulti.
È una giornata importante. Si decidono cose che cambieranno la sua vita. Al bambino non interessa. Sente che quello che veramente conta è già cambiato. Meglio che i grandi non sappiano quanto ha capito di tutta quella storia.
Il senso di provvisorietà che lo ha sempre accompagnato è diventato la sua forza. All'inizio gli faceva male, piangeva spesso, di nascosto. Vedeva sua madre disperata, con ancora i segni sul volto delle botte prese, e si macerava dentro. All'uscita della scuola osservava i padri dei suoi compagni e in ognuno di loro vedeva il proprio padre. Il dolore per l'assenza si trasformava in odio, avrebbe voluto vedere tutti soli. Come lui era solo. Con il tempo aveva scoperto che il senso di provvisorietà, di indefinita collocazione, era come una barca: galleggiava, si dondolava quieta. Poteva osservare il mondo circostante senza necessariamente dover andare in nessun posto. Poteva riflettere senza essere disturbato da cose impellenti che distraggono.
Sino a quel giorno.
Alle sue spalle sente la voce di suo padre. Voce potente, irosa. Gli tremano le gambe. Spicca tra le altre voci che gli sembrano dei cicalii indistinti. Sua madre, gli avvocati, tutti gli altri, tutti quanti vengono percepiti come un brusio indistinto.
Percepisce nitide e violente quelle parole:
«Lui non è mio figlio! Non è più mio figlio».
Stringe con forza la balaustra della finestra, il fiato gli si blocca in gola. Un urlo prepotente esplode nella sua testa, lo sente solo lui, fa ancora più male. Non si volta.
Forse se non guarda non sta succedendo davvero.
La condensa si dissolve e torna a vedere il panorama al di fuori del tribunale dei minori. Torna nuovamente a farsi distrarre dal mondo circostante. Vede le persone che passeggiano imbacuccate da cappotti e giubbotti invernali. Sono tutti felici. Almeno così sembra. Le insegne dei negozi sono addobbate, pronte per il Natale che si sta avvicinando, in attesa che arrivi il 1980. Un nuovo decennio, forse un nuovo tutto.
Non si accorge nemmeno che alle sue spalle il brusio è terminato. Non sente neppure la voce di sua madre che lo chiama. Continua a dare le spalle a tutti.
Un macigno gli si posa sulla spalla, il bambino sussulta spaventato, poi il peso si fa subito lieve. È la mano enorme di suo nonno. Il ragazzino si volta alzando lo sguardo. Era necessario alzare lo sguardo, quando si è soltanto dei ragazzini un metro e novanta sembra un'altezza da giganti. L'uomo con una mano tiene il bocchino della pipa tra le labbra. Anche lui guarda oltre. O forse no.
«Sai, alle volte, quando ero in montagna, mentre i tedeschi sparavano e i miei compagni rispondevano urlando e imprecando, mi capitava di rifugiarmi in un piccolo mondo tutto mio, nella mia testa. Non era vigliaccheria o voglia di scappare. Prendevo tempo. Davo tempo alla mia anima di prendere atto di tutto quell'orrore».
L'uomo abbassa lo sguardo e fissa le sue pupille di brace nera negli occhi del bambino. La stretta sulla spalla si fa di nuovo più forte. Questa volta è calda, avvolgente.
Il bambino vorrebbe piangere, riesce a non farlo. Sente il groppo in gola sciogliersi, gli occhi si riempiono di lacrime. Tira su col naso e trattiene tutto.
«Capisci fieul? Non c'è da vergognarsi a desiderare di essere altrove».
«Non ho paura nonno. È solo che non capisco».
«Ooh, sono sicuro che hai capito tutto, è che sei un bocia, e certi bocconi hai solo bisogno di masticarli per bene».
L'uomo con calma ripone nel taschino della giacca la pipa, poi con tutte e due le mani prende le spalle del nipote sino a farlo voltare completamente verso di se. I due si guardano a lungo. Senza parlare.
Non avevano mai avuto bisogno di chiacchiere per capirsi. Avevano fatto tante cose insieme, quell'uomo gli aveva insegnato tutto quello che sapeva, le cose belle. Erano riusciti a camminare per ore in montagna senza parlarsi, solo indicando di volta in volta le sorprese che la natura riservava loro durante il cammino. Fermarsi nei rifugi e condividere pezzi di pane e formaggio tagliati direttamente con il coltello da caccia del nonno gli era sempre sembrato il fatto più incredibile e bello del mondo. I suoi compagni di scuola certe cose non le avevano mai sperimentate, quelli erano gli unici momenti in cui il bambino si sentiva fortunato.
«Sai cosa facciamo? Domani andremo per boschi. C'è la neve, sarà faticoso. Si affonda, ci vogliono buone gambe, forza di volontà e pazienza. Te la senti?».
Il bambino poggia la testa sulla pancia del nonno abbracciandolo.
«Bada bene, non bisogna far tutto da soli, nei punti dove la neve è più alta ci mettiamo le ciaspole. Hai capito? C'è sempre un modo, sempre».
I due tornano a guardarsi. Si sorridono. Inspiegabilmente, almeno per il bambino questo fatto sembrava assurdo: il nonno aveva ha occhi lucidi.
L'uomo diede due o tre rudi  buffetti sulla testa del nipote.
«Valà, valà che di questo bocia alla fine ne facciamo un bell'Alpino. Cuore saldo e gambe forti, non serve mica altro sai?».





© 2016 di Massimiliano Riccardi