scrivere per vivere vivere per scrivere

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La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. (René Descartes) ****************************************************************************************************************** USQUE AD FINEM

domenica 21 agosto 2016

55 giorni a Pechino, ovvero Il signor Rossi nel far west 2. Caxxeggio semiserio, pseudo storico



Tempo di estate tempo di…
No, non di estaté, piuttosto di svago, caxxeggio, leggerezza. Problemi personali, drammi umanitari a parte.
Riprendo un discorso iniziato con il post intitolato "Il signor Rossi nel Far West, caxxeggio semiserio, pseudo storico" che trovate QUI. Voglio nuovamente occuparmi della presenza storica di Italiani nei posti più impensati e resi celebri dalla cinematografia americana. Presenza storica ignorata o citata sommessamente dai cineasti americani. Ovviamente la parte frivola è quella dedicata al film di cui vi parlerò, massimo rispetto invece per i veri protagonisti della vicenda che combatterono e morirono in terre lontane.
Nel 1963 esce il film " 55 giorni a Pechino" un Kolossal dai toni epici con attori del calibro di Charlton Heston, Ava Gardner, David Niven, John Ireland, e molti altri. Le musiche furono composte da Dimitri Tiomkin, compositore con all'attivo quattro premi oscar e almeno una decina di nominations.
Una piccola curiosità che segnalo per gli amanti del mondo Nippo è la presenza nel cast di un giovane attore e futuro regista: Juzo Itami, che sotto lo pseudonimo di Ichizo Itami interpreta il colonnello Goro Shiba. Per gli amanti delle arti marziali abbiamo il cinese Yuen Siu Tien maestro dei film di Kung Fu anni '70.
Il film, sicuramente sensazionale per quei tempi, di grande presa emotiva per le scene di massa e gli scontri cruenti e con l'immancabile intermezzo rosa dei protagonisti principali, riscosse molto successo.

 La storia prende il via da un fatto realmente accaduto nel 1900 nella Cina dominata dalla decadente dinastia Qing anche nota come dinastia Manciù: la rivolta dei Boxer.
L'influenza straniera, espressa dal colonialismo più becero, rischiava di ridurre la Cina come già erano ridotte l'africa e i restanti Paesi sotto il dominio delle nazioni europee. Uno scenario che vede l'imperatrice vedova Ci-Xi intimorita dalla potenza militare occidentale e resa debole dalle lotte intestine tra fazioni, totalmente succube e inizialmente connivente. La totale ingerenza negli appalti per la costruzione di infrastrutture, monopolio delle miniere, richieste sempre più pressanti di vaste zone territoriali gestite autonomamente dai Vari governi occidentali, disprezzo assoluto delle tradizioni e della cultura cinese con autentiche invasioni di missionari cristiani che addirittura pretendevano lo status attribuito ai cinesi di altissimo rango, come ad esempio la richiesta del 1899  di equiparazione dei vescovi cattolici ai Governatori Generali. La linfa vitale della Cina, il commercio interno e l'esportazione poco a poco stava passando nelle mani degli imperi e delle nazioni europee. Tutto ciò favorì il malcontento e la nascita di movimenti che cercavano di contrastare l'arroganza del "barbaro straniero".
La base sociale di questa presa di coscienza avvenne nelle scuole di Kung Fu, diffusissime e attive nella salvaguardia, tutela ed educazione del popolo. Le prime organizzazioni si dettero il nome di Yihetuan, ovvero "Gruppi della giustizia e dell'armonia". Questi gruppi di autodifesa, per altro già attivi da tempo immemore, con un'azzardata traduzione dei cronisti e dei missionari occidentali vennero assimilati a dei banali centri di addestramento pugilistico, il passo per ridurre tutto alla denominazione di Boxer fu semplice.
Il disagio sociale e le rivendicazioni del popolo sfociarono in vere e proprie rivolte armate con eccidi di europei, sabotaggi di industrie gestite da occidentali, omicidi di cinesi convertiti al cristianesimo, sino ad arrivare all'uccisione per le strade di Pechino del plenipotenziario tedesco barone Klemens Freiherr von Ketteler e  all'assalto e conseguente assedio del quartiere delle ambasciate a sud della "Città Proibita" centro nevralgico del potere Imperiale. Per la prima volta l'esercito imperiale, con il tacito consenso dell'imperatrice, si schiera con i rivoltosi capeggiati dai temibili Boxer.

Battaglie cruente e massacri fecero della capitale del "celeste impero" un luogo di sangue e di morte. Questo è in buona sostanza l'antefatto di questo kolossal.
Il film è comunque godibile, seppur narrato dal punto di vista occidentale, dove i "bianchi", come al solito sono i buoni.
Cosa c'entrano gli Italiani? Perché sostengo che la cinematografia americana ci ha sempre snobbato, per lo meno nei film prima degli anni '70? Perché cavoli, oserei dire stracavoli, in quelle vicende storiche così lontane c'era anche il signor Rossi, anzi, moltissimi signor Rossi. Nel film vediamo solo aitanti Marines, gentiluomini inglesi, baronesse russe, granitici tedeschi, ecc.. E noi? Qualche fugace apparizione, una fanfara dei bersaglieri alla fine sullo sfondo, come se niente fosse … e sticazzi, direbbe un fine dicitore, non fummo solamente comparse, oibò, perdinci e pure per Giove. Dati alla mano:
- un battaglione di fanteria
-un battaglione di Bersaglieri
-una batteria di mitragliatrici
- un ospedale da campo
-un distaccamento del Genio Militare
-un drappello di Carabinieri
- Forze di marina sbarcate dalla Torpediniera "Calabria" e dall'incrociatore "Elba"
Si stima che i combattenti dei battaglioni a ranghi ridotti e delle altre forze ammontassero a 83 ufficiali e a 1882 tra sottufficiali e truppa, queste le cifre del corpo di spedizione inviato dal governo Italiano in soccorso alle Ambasciate.
Gli scontri iniziali e l'immediato contatto con il nemico videro come protagonisti  i marinai delle navi all'ancora e dirottati velocemente a protezione degli europei.
Gli Italiani si distinsero, oltre che nella tutela delle Legazioni straniere anche nella difesa della cattedrale di Pe-Tang dove si erano rifugiati circa 3500 civili. Rimasta isolata, lontana dal resto delle truppe europee e accerchiata da soverchianti forze nemiche, 41 marinai resistettero, insieme a centinaia di civili abili alle armi. Combatterono ferocemente, respingendo a più riprese gli attaccanti sino all'arrivo dei soccorsi.
I caduti furono: Vincenzo Rossi, sottocapo; Filippo Basso, cannoniere scelto; Cesare Sandroni, cannoniere; Alberto Autuori, cannoniere; Ovidio Painelli, trombettiere; Ermanno Carlotto, sottotenente di vascello; Leonardo Mazza, marinaio; Francesco Zola, cannoniere; Giuseppe Boscarini, marinaio; Francesco Melluso, cannoniere scelto; Antonio Milani, sottocapo cannoniere; Francesco Manfron, cannoniere; Pietro Marielli, sottocapo cannoniere; Damiano Piacenza, cannoniere scelto; Adeodato Roselli, cannoniere scelto; Luigi Fanciulli, cannoniere; (?) Danese, marinaio; Giovanni Colombo, marinaio.




















Bene, spero che questo intermezzo storico cinematografico vi sia piaciuto. 
Ovviamente ho dovuto necessariamente condensare e riassumere. Confido di essere riuscito a rendere interessante questo post coniugando un film finito quasi nel dimenticatoio e un fatto storico oramai lontano nel tempo e riposto in un cantuccio remoto della memoria collettiva del nostro Paese.

Buon proseguimento e buona estate a tutti.




© 2016 di Massimiliano Riccardi

domenica 31 luglio 2016

Insieme raccontiamo 11. Come dire di no a Patricia? Impossibile


Prendo la palla al balzo per farmi perdonare le altre defezioni e partecipo alla bella iniziativa di Patricia Moll. QUI trovate il link all'iniziativa e QUI al suo blog
Ho scritto un finale dell'incipit di Patricia, utilizzando un brano, rimaneggiato appositamente, di un romanzo che ho nel cassetto da molto tempo. Chiuso nel cassetto in quanto tratta di un argomento che risulta desueto ai più. Quindi nulla di nuovo, seguendo l'esempio del buon Ivano Landi ho ripescato un vecchio scritto che ho adattato al gioco di Insieme Raccontiamo.

Il senso del racconto originale è stato stravolto per accentuare l'attenzione non tanto sullo scenario storico, ma piuttosto sulla difficoltà di chi convive con il dramma del''alzheimer. Spero che risulti comunque piacevole, va da sé che trattare certi argomenti richiede più approfondite analisi che il semplice giocare con le parole di uno scribacchino qualunque. La fantasia viaggia, e ognuno approda ai lidi che la sorte gli destina. 
Quando la memoria delle cose svanisce, è come se ogni giorno fosse un giorno nuovo, alle volte tenebroso, oppure caldo e confortevole, sicuramente chi non ha più memoria è come se ci aspettasse ogni giorno, e ancora, ancora, spesso sorpresi nel non riconoscere chi gli sorride e gli offre una mano tesa.
 Dedico questo inutile post agli amici e alle amiche che potranno ritrovare elementi malinconicamente noti nelle righe sgrammaticate che seguono:

L'incipit di Patricia

Odore di muschio. Di foglie in decomposizione.
Nel bosco, sotto a quel guazzabuglio di querce olmi e acacie, alte da sembrare volerlo solleticare e spesso da oscurarlo, il cielo era sparito.
Si chinò ad annusare lo stesso odore di allora quando....


Il mio finale


… improvvisamente un rumore lo fa voltare. Di nuovo i ricordi.

Quella mattina d'autunno del 1944, diciassette anni, la corsa forsennata, la paura. Il rumore di rami calpestati e il volto giovane del tedesco. Si fissano. Occhi negli occhi. Armi puntate, ma immobili. Nello sguardo dell'altro il suo stesso terrore. Poi lo sparo, il tedesco che cade senza un lamento. Giorgio lo aveva raggiunto, vista la situazione era intervenuto.
«Belina, cosa fai? Rimaniamo imbottigliati dal rastrellamento, corri dai, corri cazzo …»

Di nuovo il presente. Era solo una lepre. Tutto è confuso, ha perso l'orientamento, non sa nemmeno perché si trova lì. Sente lo stomaco contorcersi dall'ansia.
Altre urla. Grida di voci familiari.
« Nonnoooo!»
«Papàaaa!»
Un ragazzino si avvicina ansimando, gli prende la mano in silenzio. Il vecchio lo lascia fare. Lo guarda mentre il giovane posa la testa sul suo torace stringendolo forte.
Un uomo si avvicina, non lo riconosce ma quel volto gli da sicurezza.
«Tutto bene papà. Ti sei solo perso. Ora siamo qui. Torniamo a casa.»








© 2016 di Massimiliano Riccardi

venerdì 22 luglio 2016

Raccontare, scribacchiare, ricordare. Ennesime facezie sgrammaticate




Raccontino estivo.


Mi sento sfiorare la pelle, un tocco leggero. Apro gli occhi, non perché stessi dormendo, ma piuttosto scocciato dall'immobilità obbligata. Una buona scusa la carezza involontaria del mio bambino. Il letto matrimoniale, per quanto grande, diventa una gabbia se ci sono quasi 30 gradi e l'umidità ti stringe la gola. Alzo il capo e vedo al di là del corpicino di mio figlio il sorriso di mia moglie. Dico sorriso ma in realtà non posso saperlo, è buio. Non posso farne a meno, la immagino sempre sorridente. Accogliente.
«Non dormi?»
«No amore, che palle … »
Bisbigliamo, se il delinquente minorile si sveglia è la fine. Quando apre gli occhi anche la notte più buia diventa una giornata in piena ora di punta, per noi che ci alziamo alle cinque e mezza è la fine.
« Ancora quei pensieri?»
« Anche, sì. Sono stanco, sarà per questo. Cazzo. Sono passati venticinque anni, alle volte mi sembra di essere ancora lì.»
« Non so come aiutarti. Posso solo esserci.»
«È già tanto. È tutto per me. Ti amo.»
Con cautela mi alzo da letto, metto i cuscini di traverso sul bordo per evitare che il bambino rotolando cada. Lei non mi segue, capisce che voglio stare solo. Lei capisce sempre. Capisce cose di me prima ancora che io stesso le possa realizzare.
Vado in cucina e aprendo il frigo rimango imbambolato a guardare la luce, mi ferisce gli occhi, strizzo le palpebre ma non distolgo lo sguardo, ho bisogno di quel dolore.
Sono stati giorni intensi, le ultime notizie parlano di un colpo di stato in Turchia. Ogni volta è la stessa storia. Colpi di cannone, spari, esplosioni, mi riportano a vecchie detonazioni, antiche urla, vociare di lingue slave. Fantasmi.
Non è cambiato nulla. Non cambierà mai nulla.
Non ho svegliato il bambino ma il canarino sì. Il suo canto mi scuote e mi mette in allarme. Copro la gabbietta con un panno e chiudo il frigo. Mi siedo, illuminato dalla sola lucina della cappa del forno, sorseggio una bibita. Una coca sgasata. Molto appropriata, visto l'umore.
Non tento nemmeno di contrastare la marea montante dei ricordi, ho imparato con il tempo che basta lasciarli fluire perché se ne vadano da soli.
Non voglio mettermi a scrivere, di solito in notti come queste lo faccio, ma l'ansia del turno mattutino che mi aspetta non lascia scampo.
Torno ad aprire il frigorifero per riporre la bottiglia. La luce non mi ferisce più gli occhi. Mi sono abituato. Già, non è forse così per tutte le cose? Il tempo trascorso, la distanza, sono cure formidabili, ci si abitua a tutto.

O forse no.




© 2016 di Massimiliano Riccardi

mercoledì 1 giugno 2016

Anni di Piombo







Domani sarà la festa della Repubblica. Una festa importante. Si festeggiano di conseguenza l'uscita da una guerra mondiale devastante, la fine della guerra civile, la caduta della monarchia, e l'inizio di un futuro che agli italiani del 1946 appariva radioso e pieno di promesse. Non voglio entrare nel merito degli accadimenti politici che sarebbero avvenuti nei decenni successivi. Non è nemmeno giusto ridurre tutto a semplice post per un blogghetto qualsiasi come il mio. Si potrebbero spendere mille parole per commemorare la scelta che portò i nostri padri a darci il tipo di democrazia che, nel bene o nel male, permette a tutti noi di vivere come viviamo.
Ho deciso quindi di pubblicare un raccontino già uscito per un altro blog e che mi sono divertito oggi pomeriggio a rimaneggiare e ripubblicare. Probabilmente chi è troppo giovane rimarrà del tutto indifferente, chi invece ha superato di molto i quarant'anni e magari negli anni '70 è vissuto in città come Genova, Torino, Milano, Roma, dove i morti ammazzati erano all'ordine del giorno e le manifestazioni violentissime, beh, per loro qualche ricordo affiorerà.
Nulla di che, solo un raccontino, appunto. Nulla di esaltante, nessuna valenza politica, solo lo scribacchiare di un ex bambino di quegli anni che di cose ne ha viste. Uno spaccato dell'Italia del 1979, per ricordarci che il cammino per la democrazia è passato anche attraverso quei tempi duri, uno dei tanti periodi foschi, violenti, ma anche entusiasmanti, che la nostra Repubblica ha attraversato. La strada è ancora lunga.



Non sento freddo.
Fisso un cartellone pubblicitario della famosa gomma del ponte senza guardarlo realmente. Hanno fatto più danni alla causa quelle cazzo di gomme da masticare  e la Coca-Cola che mille cariche della celere.
Immobile.
Cupo.
Non sento freddo. Il pizzicore sulle guance e la condensa del mio fiato direbbero il contrario.
Immobile.
Chiudo gli occhi e cerco di immaginare le mosse successive. Ho un compito da svolgere.
Ho già ucciso. Più volte. Tocco la tasca del cappotto e percepisco la solidità rassicurante della mia pistola. Apro gli occhi. Devo decidermi. È il momento di entrare nell'edificio.
Su, al terzo piano, c'è l'ufficio di quell'infame che devo ammazzare. È giusto che paghi con la morte per quello che scrive.
Reazionario di merda, giornalista servo. Mi guardo intorno. Nessuno.
Troppo freddo ed è l'ora di pranzo. Il bersaglio non mangia mai a casa, rimane nel suo studio a scrivere, si accontenta di un panino e di una birra. Bastardo.
Salgo le scale con calma, ho deciso di non prendere l'ascensore. Troppo rumore. Meglio lasciare che il palazzo rimanga nel silenzio ovattato di un mezzogiorno invernale. Pochi e lontani suoni di posate e piatti che si scontrano, qualche risata distante, un cane che abbaia.
Il mio bersaglio sa di essere nel mirino. Più volte lo abbiamo avvisato con lettere minatorie. Stronzo ostinato.
Impugno la mia arma e suono il campanello. Tre volte, velocemente. È lo scampanellio di quelli di famiglia, dei collaboratori. Pedinamenti e appostamenti servono.
Un uomo mi apre, fissa la canna della pistola con rassegnazione. Non parla. Non parlo. Alzo il cane del revolver.
Immobili.
Improvvisamente rumore, una porta che si apre, vociare di bimbo, passi di saltelli sulle scale, una madre, forse, che urla.
In pochi secondi un ragazzino è di fianco a me. Mi fissa spaventato, percepisco il  suono del fiato mozzo, lo immagino.
Io e il bersaglio rimaniamo immobili.
Nella mia testa una voce: "non ti voltare, fregatene, fai quel che devi e scappa."
Mi volto.
Con la coda dell'occhio vedo l'uomo armeggiare dietro la cintola. In pochissimi secondi accade l'inevitabile. «Tutto bene bambino, non avere paura.» Gli sorrido.
Poi lo sparo. Sono a terra.
Immobile.
Nelle orecchie Dust, dei Midnight Oil
Sorrido ancora.
Buio.








© 2016 di Massimiliano Riccardi

lunedì 23 maggio 2016

La vita è dura nei dettagli. - Consigli per la lettura



Voglio raccontare di un bel romanzo che ho letto. Non sono un recensore, non ho le competenze per esserlo, voglio solo raccontarvi le mie impressioni.
Il libro di cui parlo è La vita è dura nei dettagli, del bravissimo Roberto Bonfanti.

Avete presente un metronomo? L' inesorabile marcatura del tempo prima di un esercizio al pianoforte? Leggendo la prosa di Roberto ho avuto l'impressione di trovarmi di fronte  a un opera dove tutto inizia con l'orchestra che accorda gli strumenti, note dei singoli strumenti che lanciano accordi in maniera apparentemente casuale, sincopata.
Preparatoria.
Scrittura necessariamente lenta, minimalista, trascinante. Poco a poco, il lavoro di costruzione della frase musicale esplode. La narrazione è ritmata da date, visioni oniriche, immagini, flashback. Ipnotica, assolutamente ipnotica.
Devi proseguire nella lettura, l'autore ti trascina, volente o nolente.
Lo stile di Roberto è originalissimo.
Incalzante.
La vicenda incomincia a dipanarsi attraverso la visione di ogni singolo personaggio. Piccole vicende, sprazzi di riflessioni sul contingente.
Sogni.
Dettagli.
Dettagli della vita dei protagonisti, inconsapevolmente incastrati in una vicenda più grande. Difficile raccontare il libro con la paura di svelare troppe cose. Il romanzo è un crescendo.
Profondo.
Profondo come può esserlo solo lo sguardo di un osservatore che coglie i particolari e le sfumature delle vicende umane. Sorprendentemente vi troverete per le mani un noir inconsueto, assimilabile ai romanzi di formazione. La storia è già nel titolo.
Molto emozionante. Mi sono goduto ogni singola riga. Consiglio a tutti questa esperienza di lettura.


Fate un salto QUI,oppure sugli altri numerosi book store, e acquistatelo.
Se vi garba, visitate anche il blog di Roberto: Chiacchiere e distintivo   



© 2016 di Massimiliano Riccardi

giovedì 19 maggio 2016

Immersus emergo. Inutili facezie in merito al ricordare


Ci sono cose che ti rimangono addosso, ti attraversano e passano, ma qualcosa lasciano. Brandelli emozionali: sfilacciati, sopiti, eco celate dal frastuono del contingente.
Alle volte rifletti su ciò che fai ogni giorno, ripensi al quotidiano, ti sembra  tutto normale. Ti senti normale. Poi ti ritrovi a parlare con amici e colleghi e ti rendi conto che di normale c'è ben poco. Magari ti capita di sederti a mangiare dopo che quella mattina hai visto morire una persona, dopo che hai respirato l'odore del sangue, della merda, del piscio. Sì, perché alle cose bisogna dare il giusto nome. Ti ritrovi a parlare con un parente che ti sottopone a una tirata di lamentele per delle inezie mentre sino a un'ora prima hai sudato e sfiatato come un mantice mentre massaggiavi un torace per far ripartire un cuore fermo.  Tutto normale? Un pezzo di cazzo.
Eppure tiri avanti, te la senti menare dalla stampa, dai cittadini indignati per i casi di malasanità, ascolti filippiche sul ruolo inutile e stratutelato dei dipendenti pubblici. Poi pensi ai sacrifici che hai fatto per raggiungere livelli eccellenti di professionalità, al lavoro quotidiano in mezzo alla morte, alla sofferenza, al dolore, alla disperazione. Alla gioia nel vedere che sei riuscito a fare qualche cosa di buono, che qualcuno sta meglio grazie a te. Allora ti butti alle spalle le amarezze. Te ne fotti, ti racconti che fare del proprio meglio, sempre e comunque, è sufficiente a ripagarti. Perché il dovere è un valore in sé, non ha bisogno di riconoscimenti o premi.
Alle volte sei a passeggio con tuo figlio e ti accorgi che non ascolti nemmeno quello che ti dice, perché magari hai fatto la notte, hai il "cotone nella testa", sei ancora stordito dai suoni ossessivi degli allarmi monitor, l'adrenalina non ti ha ancora mollato del tutto e non hai dormito bene dopo il fine turno. Oppure notizie televisive, o semplici situazioni occasionali, ti portano alla memoria cose che hai visto e vissuto. E in quasi 25 anni di sanità prevalentemente in aree critiche di cose ne hai viste.
Avete mai visto il corpo di un defenestrato, con le sue belle ossicine che spuntano da tutte le parti? Il corpo di una persona arrotata da un'auto, devastata e irriconoscibile? Ferite di arma da taglio tali da esporre i visceri? Un cranio sfondato? Un ustionato così mal messo che mentre lo tocchi ti rimangono brani di carne in mano? Oppure di assistere all'agonia di un malato terminale, essere lì, con lui sino alla fine, e guardarlo mentre la vita lo abbandona?
In qualche modo devi sopravvivere a tutto ciò. Devi andare avanti, continuare a rapportarti con persone che certe immagini le hanno viste solo nei film, e sforzarti di considerare importanti tutte le cazzate che la vita ti propina, perché la vita è fatta anche di cazzate, di cose superficiali, di leggerezza, e non è colpa di nessuno se hai scelto un lavoro che ti massacra la mente e l'anima.
 Che ti cambia.
Profondamente.
Allora ti può capitare di tornare a casa la sera, e portare a fare la nanna il tuo bambino che prima di addormentarsi ti racconta delle sue avventure quotidiane, delle piccole gioie innocenti che ha provato. Poi, nel buio, la sua manina che ti accarezza sente bagnato sulle tue guance, e ti senti chiedere: «papà, piangi? Ti ho fatto arrabbiare?»
Non gli puoi certo dire che sei felice di essere lì, di poterlo toccare, accarezzare, perché quel pomeriggio hai visto morire un ragazzo di diciannove anni con dolori così lancinanti da non trovare pace nemmeno con la morfina, che implorava e invocava la sua mamma. Ti inventi delle palle, trovi scuse, è troppo piccolo, lo tranquillizzi, gli dici che va tutto bene. Che sei solo commosso dal bene che gli vuoi.
Tutta sta manfrina perché oggi, passeggiando in un centro commerciale, ho visto due anziani che camminavano mano nella mano come fidanzatini. Non riuscivo a smettere di guardarli. L'uomo si è accorto che lo fissavo, come si conviene tra persone perbene, come usava una volta, mi ha sorriso e mi ha salutato. Alle volte a segnarti e a scandire l'orologio della memoria sono gli avvenimenti meno importanti, quelli apparentemente insignificanti. Nulla di strano, ma come dicevo, ci sono cose che ti rimangono addosso. Dentro.
Anni fa, negli anni di servizio in Pronto Soccorso, mi è capitata una di quelle situazioni apparentemente banali, routine:
Ero in triage, la solita calca. Una di quelle notti che ti sembrava di essere in pieno centro, di giorno, all'ora di punta. Arriva l'ennesima ambulanza, scende per primo un milite che conosco, mi guarda e scuote la testa. Capisco, mi scuso con il paziente che stavo trattando per un trauma distorsivo e con il mio collega mi avvicino alla barella che intanto era stata scaricata. Ci vuole meno di un secondo per constatare la gravità: un paziente molto anziano con un'importante crisi respiratoria. Semiseduto sulla barella, con una mano avvinghiata alla mano della moglie. Lei, con una mano lo teneva e con l'altra lo accarezzava mormorandogli qualcosa. Il mio collega mi dice di occuparmi della burocrazia, nella sala dei codici rossi ci sarebbe andato lui. Le decisioni sono sempre repentine e non si discute mai, si agisce. L'ho odiato, preferivo di gran lunga l'azione piuttosto che quello che mi attendeva. Mentre si allontanava con il paziente mi ha guardato come a volersi scusare per la fregatura. Ho mormorato un vaffanculo tra i denti.
Porto con me la signora, la faccio sedere. Le chiedo i dati anagrafici del marito. Il mio tono è pacato, lei piange. Non la guardo, non so perché ho paura. Io non ho mai paura. È strano. Mi poggia una mano sul braccio. Sento il calore del contatto, la ruvidezza della sua pelle. Alzo lo sguardo verso di lei.
«Mio marito ce la farà. È un uomo forte. Ha fatto la guerra. Ha lavorato una vita intera.»
Sento la stretta sul mio braccio farsi più intensa. Come a voler comunicare ben altro delle semplici parole. Con la coda dell'occhio mi rendo conto che, a parte il pianto, è tranquilla, composta. Dignitosa. Mi osserva mentre raccolgo informazioni sui precedenti e sulle patologie note del marito.
La guardo anche io. Finalmente la vedo, veramente. Una donna anziana che si fa forza. Una combattente. Un viso intagliato, solchi nella carne che raccontano di vita vissuta. Di figli cresciuti con sacrificio. Di lavoro. Di nipoti da amare. Rughe che parlano di antichi sorrisi, di pianti, di gioie e di amarezze. Capelli soffici, bianchi, che ti viene voglia di accarezzare.
Mentre si asciuga le lacrime mi dice: «lei è stanco. Mi dispiace per tutto questo disturbo.» Il tono è quello di una madre, la stessa dolcezza che solo le madri possono avere.
La fisso, questo è troppo. Mi sale un groppo alla gola che ricaccio indietro a fatica. Lotto.  Combatto. Dentro di me penso: " ma tu che cazzo ne sai, sono stanco, sì. Ora vorrei essere in Sala Rossa a insufflare ossigeno, a compiere tutte le manovre necessarie per riprendere tuo marito. E invece sono qui. A guardare te. Dolcissima. Addolorata. Che nel tuo dramma trovi il tempo di preoccuparti di uno sconosciuto che sta solo facendo il suo lavoro. Vieni qui e mi scuoti l'anima con la tua bellezza, la bellezza che solo i vecchi che hanno visto tutto possono avere. Mi scuoti con la tua bontà."
Terminati gli aspetti burocratici, la invito a seguirmi. In prossimità della sala rossa mi accerto di com'è la situazione. Un collega a bassa voce mi dice che il paziente è stabile. Faccio segno alla donna di avvicinarsi. Le dico che può entrare a salutare il marito prima che organizziamo per il ricovero. Lei tentenna. Mi guarda. Poi mi prende per mano. Entriamo insieme. Roberto, il mio collega, scosta la tenda e riusciamo a vedere il paziente. La donna lascia la mia mano, quasi in punta di piedi porta la sua sul mio volto e mi da una carezza. Non dice nulla, muove solo il capo su e giù. Leggo nel gesto un grazie che mi scalda. La lascio andare dal suo uomo. Me ne torno in triage.
Vengo accolto da un sonoro vaffanculo da parte di un ragazzotto accompagnato dagli amici, alterato forse dall'alcol o chissà da cos'altro.
 «Che cazzo, è tre ore che aspetto, qui si può anche morire.»
Sorrido a quell'imbecille. Con un tocco sulla spalla ringrazio la collega che nel frattempo mi ha sostituito. La giostra riprende. Quella, come molte altre, sarà una lunga notte. Non ripenso più a ciò che è accaduto. Solo dopo, a distanza di tempo, come per molti altri episodi, ho raggiunto una nuova consapevolezza.
Ecco, solo un piccolo sfogo, oppure un racconto di fantasia, magari ricordi, chissà, comunque nulla di che.

Piccole tessere di un mosaico colorato, macchiato qua e là, ma non tanto. Tasselli che disegnano vite, sogni, speranze, gioie.



© 2016 di Massimiliano Riccardi

venerdì 6 maggio 2016

Liebster Award... ho vinto qualche cosa?







Mai avrei pensato a una cosa del genere. Mi è arrivata una nomination per il Liebster Award. Va bene, grazie a Roberto Bonfanti, blogger e scrittore, che ha voluto farmi questa bella sorpresa (mi ha incastrato, ma la pagherà, aah se la pagherà). Qui finisce che il mio blogghetto diventa una cosa seria. Mah!


Piccoli cenni rubati ad altri perché non saprei cosa dire:
il Liebster Blog Award è una sorta di riconoscimento che i blogger conferiscono ad alti blogger con un numero di followers inferiore ai 200, è stato istituito nel 2011, per saperne di più basta cercare in internet.  È un’opportunità per farsi conoscere tramite il passaparola.
Una volta ottenuta questa menzione, se accettata, bisogna scrivere un post sul proprio blog usando il logo del Liebster Award e fare le seguenti cose:
1) Ringraziare i blog che ti hanno nominato e assegnato il premio.
2) Scrivere qualche riga (max 300 parole) sul blog che preferite (ovviamente non il vostro). Spiegare perché vi piace il blog, mettere il link.
3) Rispondere alle 11 domande poste dal blog o dai blogger che ti hanno nominato.
4) Scrivere, a piacere, 11 cose di te.
5) Premiare a tua volta 11 blog con meno di 200 follower.
6) Formulare le 11 domande per i blogger che si nomineranno.
7) Informare i blogger del premio assegnato.

Ok, pronti, partenza… Via!


1- Grazie a Roberto Bonfanti e il suo Chiacchiere e distintivo per la nomination.

2-  Qui è dura perché i blog che amo sono più di uno, coloro che apprezzo e stimo sanno di avere tutta la mia attenzione, dovendo sceglierne uno in particolare cito il blog che tra tutti offre più interazione e che favorisce con il massimo delle condivisioni la coesione tra gli altri blogger: la nostra Libreria, Glò, PiGreco (Paolo), Michele, Fabry.

3-  Risposte alle domande  di chi mi ha premiato. Qui stava per intervenire il mio amico Magnus ma l'ho fermato in tempo: 

1) Perché hai deciso di tenere un blog?
Tutto è nato per caso, non sapevo nemmeno quello che stavo facendo, poi…

2) Il tuo blog riguarda il tuo principale interesse?
No, meglio ancora, riguarda molti dei miei principali interessi.

3) Hai avuto difficoltà nel creare il blog? Di natura tecnica, riguardo all’organizzazione delle sezioni, la grafica, ecc.
Sì, ho chiesto aiuto a un blogger che seguivo da tempo come lettore, Ferruccio Gianola. Ho trovato una porta aperta e molti buoni consigli. Un gigante del blogging.

4) Quanto tempo dedichi al tuo blog?
Non tantissimo, sono più attivo come commentatore sui blog altrui.

5) Leggi regolarmente altri blog?
Assolutamente sì, anche se su alcuni lascio pochi commenti rispetto ad altri.

6) Su quali social network sei più attivo?
Dipende dai periodi, Linkedin, facebook, con twitter ho dei buoni riscontri e interazioni.

7) Sei l’unico autore dei post che pubblichi oppure il tuo blog è aperto anche a collaborazioni esterne?
Sì, sono l'unico autore, anche se ho ospitato altri blogger lasciandogli campo libero per i loro post.

8) Quali progetti non hai ancora realizzato e in quali pensi ti impegnerai in futuro?
Vivo alla giornata, certamente vorrei finire il secondo romanzo e continuare a scrivere.

9) Come valuti le tue competenze informatiche?
Scarse.

10) Come hai scelto il nome per il tuo blog?
Aaah è stato un percorso, leggete QUI.

11) Che ne pensi del Liebster Award?
Una cosa carina, un buon passaparola.

4-  Undici cose su di me?
1) Dicono gli altri che sono fuori come un poggiolo, ariete del '68, fate voi.
2) Sono un bestione di 1,98 cm
3) Leggo in maniera compulsiva di tutto.
4) Sono un collezionista di fumetti e film
5) Sino a che non sono stato messo in riga dalla mia Signora e padrona, ho collezionato storie su storie con tutte le donne che ho potuto. Ammetto che l'età e la natura hanno influito nel mitigare gli eccessi.
6) Mi piacciono e ho coltivato le Arti Marziali.
7) Nella vita di tutti i giorni sono molto duro con chi mi si mette contro, ma ho anche imparato a essere prodigo di complimenti e di rinforzi positivi con chi se lo merita e me ne strafotto di apparire stucchevole. Se hai i coglioni di mollare un cazzotto devi anche averli per dare le carezze senza sentirti in imbarazzo.
8) Ho il romanzo definitivo già pronto in un cassetto, aspetto che i tempi siano maturi. Roba pesante di amore e guerra, malavita e giovinezza. Uff, roba pesante, va la,va la.
9) Darei 10 anni di vita per poter rivedere i miei nonni
10) Darei la mia vita per la mia Donna
11) Posso anche commuovermi di fronte a un piatto di gnocchi al pesto fatti in casa.


5- Nomino e premio questi blog, in ordine alfabetico:












6- 11 domande per i blogger nominati
1) Definisciti in una parola
2) Il libro che ti ha cambiato la visione del mondo
3) Quando hai capito di essere cresciuto/a?
4) Cosa ami di te stesso/a?
5) La parola o la frase che non vorresti mai aver pronunciato
6) La storia che vorresti raccontare ma che ancora è uno spiritello vagante
7) Perché scrivi?
8) Sei credente?
9) La parolaccia che ti piace di più pronunciare?
10) Tre ingredienti del romanzo perfetto, solo tre.
11) Quanto ti sei rotto/a le palle nel rispondere a queste domande assurde?

Va bene, fine del gioco. Ora tocca ai nominati. Godetevi il premio e diffondete.
Ci sono moltissimi altri blog da encomiare, la lista di undici è scarna quindi più siamo e meglio è.

Buona blogosfera a tutti.