scrivere per vivere vivere per scrivere

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La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. (René Descartes) ********************************************************************************************** USQUE AD FINEM

sabato 20 maggio 2017

Edgar Allan Poe - Quando l'inquietudine e il tormento si trasformano in arte


Voglio riproporre e riprendere un vecchio post pubblicato nel 2015 agli inizi del blog. Credo meriti, non fosse altro per il protagonista dell'articolo: Edgar Allan Poe.
Gli amanti della letteratura conoscono sicuramente questo grande scrittore, poeta e novellista americano. Chi non lo ha mai letto può comunque averlo incidentalmente incontrato attraverso le numerose riduzioni cinematografiche dei suoi racconti dell'orrore tanto in voga negli anni '60 spesso interpretate dal grande Vincent Price. Per non parlare dei cortometraggi, dei telefilm, delle serie tv, in questo caso superiamo  i 150 liberi adattamenti.
Voglio riassumere brevemente gli aspetti fondamentali della vita di questo personaggio che amo molto, senza alcuna pretesa da biografo improvvisato. Desidero soltanto mettere in evidenza una delle figure più emblematiche che hanno caratterizzato la passione per la letteratura della mia giovinezza. Diciamo che si tratta di un atto d'amore, sic et simpliciter.
Edgar Allan Poe, come dicevamo, fu un uomo inquieto, tormentato, vittima di se stesso e di un'epoca puritana che lo mantenne sempre ai margini, letto con interesse pruriginoso ma mai apertamente apprezzato. Ci volle il grande Charles Baudelaire, primo traduttore delle sue opere e ammiratore in Europa, perché questo immenso scrittore fosse conosciuto a livello mondiale. Altri artisti contemporanei di Poe, o di epoche immediatamente successive, trassero ispirazione dalla sua arte: Mallarmé (che divenne uno studioso di Poe); Jules Verne; lo scrittore e critico letterario giapponese Taro Hirai che addirittura assunse lo pseudonimo di Ranpo Edogawa versione fonetica anagrammata del nome di Poe; Lovecraft.
Il suo stile gotico produsse anche quella che può considerarsi la matrice primaria della letteratura gialla e poliziesca. Addirittura considerato precursore del metodo deduttivo che caratterizzò personaggi letterari della caratura di Sherlock Holmes.
Edgar (Allan) Poe nasce a Boston nel 1809, figlio di una coppia di attori girovaghi in perenni difficoltà economiche.
I primi anni della vita di Poe furono caratterizzati dalla miseria e dai disagi. Perse presto entrambi i genitori a causa della tubercolosi. Venne adottato, anche se in maniera non ufficiale, da John Allan, un ricchissimo mercante della Virginia. Successivamente la famiglia Allan si trasferì in Inghilterra, questo permise al giovanissimo Poe di accedere a studi regolari, rivelandosi immediatamente un lettore compulsivo e uno sfrenato amante della poesia e della musica.
Nel 1821  ritornò negli Stati uniti e frequentò l'Accademia di Richmond da cui venne cacciato nel 1825 a causa delle sue numerose intemperanze. Gli anni della gioventù furono caratterizzati da uno stile di vita dissipato, dal gioco d'azzardo, dal bere, dagli amori femminili tumultuosi. Fu decisivo l'anno 1826: la rottura con il padre adottivo, che si rifiutò di corrispondere ai debiti di gioco contratti da Poe durante il percorso formativo all'università della Virginia, portò al trasferimento a Boston dove pubblicò a sue spese "Tamerlano e altre poesie" che gli conferì  una prima fama.
Gli anni dal 1827 al 1932 sono poco documentati. Poe si arruola nell'esercito raggiungendo il grado di sergente maggiore, poi, in virtù del suo percorso scolastico, riesce a entrare all'accademia militare di West Point, ma anche in quel caso viene espulso per il poco rispetto della disciplina militare.
Intraprende la carriera giornalistica come redattore del "Gentleman's Magazine", pubblica articoli sull'"Evening Mirror", pubblica a puntate, su vari giornali, la maggior parte dei racconti che conosciamo. Tra alti e bassi, più bassi a dire il vero, la carriera di Poe prosegue offrendoci una vastissima produzione distribuita tra racconti, racconti brevi, poesie (ad esempio The Raven-Il corvo), romanzi. Tutte le sue opere sono pregne di riferimenti di volta in volta shakespeariani, di stampo metafisico, legati all'occultismo, cosmologici.
Tra i romanzi citiamo "Storia di Arthur Gordon Pym", "Il diario di Julius Rodman".  Racconti memorabili come: I delitti della Rue Morgue; Il mistero di Marie Roget; La lettera rubata; Lo scarabeo d'oro.
Significativi, e archetipi del romanzo gotico moderno, sono i racconti del terrore come: La caduta della casa degli Usher; Una discesa nel Maelström; Manoscritto trovato in una bottiglia; L'uomo finito; Mai scommettere la testa del diavolo; Ombra; Morella; Berenice; Re peste; Silenzio, e tanti altri.
Abbiamo anche la possibilità di gustarci le raccolte "Racconti del grottesco e dell'arabesco" 1840, "Racconti in prosa" 1843, "Racconti" 1845. Vasta è anche la produzione poetica e saggistica. 
Tutto l'impegno profuso e il lavoro, non portarono mai al giusto merito e all'agognata indipendenza economica.
La vita di Poe fu un susseguirsi di vicende dolorose, come la morte della giovane moglie a causa della tisi, la costante presenza di forme depressive che sfociarono addirittura in un tentativo di suicidio nel 1848.
Il vizio del gioco, l'alcolismo, la dissolutezza dei costumi, minarono la salute dell'uomo. Il culmine della vicenda umana di Edgar Allan Poe, assolutamente in linea con il personaggio, fu il ritrovamento dello scrittore in stato pre agonico in una stradina buia di Baltimora. Giorni convulsi, la città era protagonista di una movimentata e violenta campagna elettorale per nominare un rappresentante per lo Stato del Maryland al Congresso. Poe morì il 7 ottobre 1849 dopo quattro giorni di coma. Le cause della morte, attribuite a volte all'alcol piuttosto che alla sifilide o alla rabbia, non furono mai del tutto chiarite. Non fu mai eseguita un'autopsia, neppure sommaria.
Contribuì a creare un'aura di mistero il fatto che al momento del ritrovamento non indossasse vestiti suoi, addirittura di qualche taglia più grossa rispetto alla corporatura dello scrittore, e che le poche parole pronunciate prima di perdere definitivamente i sensi furono l'invocazione di un certo e mai identificato "Reynolds". Ulteriore stranezza è legata al fatto che Poe non avrebbe nemmeno dovuto trovarsi a Baltimora, in quanto atteso a Philadelphia per la revisione di un libello di poesie commissionato da una famiglia facoltosa di quella città. Viste le precarie condizioni economiche mai avrebbe rinunciato al lauto compenso per quel lavoro.
Malattia? Tumore cerebrale? Sifilide? Delitto? In questo caso probabilmente commesso da bande di reclutatori che esercitavano il "cooping", pratica criminale diffusa all'epoca per cui si rapivano ignari passanti e che, costringendoli con le minacce o dopo averli fatti ubriacare o drogare, venivano portati nei vari seggi per votare a ripetizione. Generalmente i malcapitati venivano abbandonati in qualche vicolo in stato di incoscienza.
Ancora oggi non è possibile  stabilire la verità.

Una piccola curiosità che ho scoperto, è legata alla critica feroce che Poe pubblicò sulla rivista Lady's Book nei confronti del letterato, patriota, musicista e scrittore Piero Maroncelli, compagno di sventure di Silvio Pellico allo Spielberg ed esule negli Stati Uniti, dove l'eroe del Risorgimento viene definito: " un poveraccio che arranca per le strade di New York". 


Un mistero moderno legato alla figura di Edgar Allan Poe è quello che riguarda "The toaster",  "Il brindatore". Un personaggio elegantemente vestito con il volto celato da una maschera. Ogni anno, Dal 1949 sino al 2009, la strana figura scivolava nel buio delle prime ore del mattino del 19 gennaio, giorno del compleanno di Edgar Allan Poe, compiendo una sua precisa routine: prima si versava un bicchiere di cognac e faceva un brindisi (in inglese una delle varianti del termine brindare è “toast”, da qui il suo soprannome “The Toaster”) alla memoria dello scrittore, e poi organizzava tre rose rosse in uno specifico ordine sulla pietra tombale, per poi svanire nella notte, lasciando la bottiglia di liquore mezza vuota. Nel 1993 lasciò un inquietante biglietto con scritto: "La torcia verrà passata". 

Già, la torcia verrà passata. Che significato ha questa frase? A chi verrà passata? Perché?


Non voglio approfondire. Sicuramente un virtuale passaggio del testimone è avvenuto per tutti coloro che scoprendo i suoi scritti hanno incominciato ad amare la letteratura anche grazie alle opere dell'autore dei più memorabili racconti dell'orrore, del grottesco, del mistero.



P.S.
Questo non è il genere di post cui è abituato chi mi segue abitualmente, lo dedico al blogger Nick Parisi in attesa che torni con il suo Nocturnia a trattare questo tipo di argomenti in modo sicuramente più professionale di me.

© 2017 di Massimiliano Riccardi

sabato 13 maggio 2017

Padri e figli



Tentativo di narrazione. Forse per un racconto lungo da inserire in una raccolta, oppure parte di un romanzo con attinenza in fase di progettazione. Boh, bozza nuda e cruda esposta al pubblico giudizio. Nulla di definitivo, tutto ancora da scrivere, correggere e migliorare... o cancellare.


… Riesco a immaginare la tua rabbia, ma ancora di più il tuo smarrimento. Perché di questo si tratta, in fondo. 
La violenza è spesso figlia della desolante paura di chi si sente in balia del mondo. C'è un confine, sottile ma profondissimo, che separa l'umana coscienza dall'animalesco dibattersi annichiliti dal terrore.
Dicevo di essere in grado di capire, ed è vero. Sono io stesso il risultato di quelle paure e turbamenti. Non ho dimenticato cosa significhi l'incertezza, il senso di inadeguatezza di fronte a una vita che si rivela piena di incognite.
Quando si è giovani esiste solo l'assoluto. Tutto ti schiaccia o ti esalta.
Tutto scorre, anche questo è vero. Non voglio però sminuire la questione raccontandoti che il tempo aggiusta sempre le cose.
Occasionalmente ci sentiamo come aggrappati a un masso mentre il turbinare delle acque ci passa sopra. Ci attraversa. Urliamo al cielo, non necessariamente per chiedere aiuto. Spesso semplicemente perché non vorremmo essere lì, non ci interessa nuotare e navigare quel fiume. Il desiderio di salvezza ci è estraneo. Ed è un urlo doloroso, che spacca i polmoni e risucchia i visceri, rende sordi. 
Sì, può capitare di desiderare il nulla. Non esistere. 
In questo non posso aiutarti. Io, se scaraventato sul ciglio del più profondo dei precipizi cercherei di restare aggrappato anche al più aguzzo e tagliente spunzone di roccia. Sono fatto così.
Ho osservato il tuo volto e ascoltato ciò che avevi da dire, più che fare attenzione alle accuse vomitate e alle parole dette con la bava alla bocca mi sono soffermato sul suono soffocato delle ultime sillabe, sullo scricchiolio della gola che cercava di deglutire, sulla sofferenza che c'era nelle vocali spezzate pronunciate, sul lamento monocorde e quasi impercettibile che scuoteva il mio cuore tra lo spazio dell'ultimo suono udibile e il roteare dei tuoi occhi che avrebbero voluto piangere, dire altro. C'era speranza inconfessata nei tuoi gesti. A questo mi aggrappo.
Avrei voluto abbracciarti. Non l'ho fatto. Ho lasciato vincere il tuo rifiuto. Ho scelto di essere odiato. Mi sono fatto agnello sull'altare di qualche dio bastardo che chiede sangue. Ora hai bisogno di questo? Ebbene io te lo offro. Usami come valvola di sfogo per tutta la desolazione che porti nel cuore.
Io ti sono padre. Il tuo dolore è il mio.
Non puoi capire adesso, lo so. Ora madre e padre hanno la consistenza di quella polvere maledetta che ti distrae da te stesso. Quello che non capisci è che mille volte verrai abbandonato e altre mille ritroverai quei genitori artificiali e infami che ti guardano beffardi, illusioni di benessere chimico. Oppure lo sai bene, e questo è il tuo modo per gridarci in faccia quanto siamo stati inadeguati con te. Allora che odio sia. Prenditela con me, non distruggere ciò che sei e che potrai ancora essere.
Se far parte della tua vita comporta ricevere sputi in faccia, allora ben vengano, se dare il mio nome al tuo furore è necessario per trovare una strada, fallo. Io ci sono, anche da lontano. Io ti sono padre. Ho le spalle larghe e le braccia forti, posso abbracciarti senza nemmeno toccarti. Si chiama amore.



© 2017 di Massimiliano Riccardi

sabato 29 aprile 2017

Insieme raccontiamo 20: La Caina


Ennesimo appuntamento con Insieme raccontiamo. Appuntamento numero 20. 
Per  chi non conoscesse l'iniziativa, si tratta di un gioco che prevede un incipit scritto da Patricia, e la creazione di un finale, con un limite di parole e a tema libero, scritto dai partecipanti.
QUI trovate il post di lancio della madrina Patricia Moll



Spero di divertirvi come mi sono divertito io a giocare con le parole e la fantasia.


L'incipit di Patricia

Porca miseria! Era in ritardo e si era pure persa. Non essere capace a leggere le cartine era grave e non avere il gps era pure peggio.
Da quello che ricordava non doveva attraversare un bosco ma una città. Menomale che ne stava uscendo e forse così avrebbe incontrato qualcuno a cui chiedere informazioni. E magari far benzina… accidenti! Il serbatoio era quasi vuoto. Ma non aveva fatto il pieno prima di partire? Forse l’auto aveva qualche problema o sbagliando strada l’aveva allungata....
“E come mai è così buio ?” si chiese.
Lasciata l’oscurità creata da quegli enormi castagni così alti da non lasciarle intravedere il cielo, aveva sperato nel sole e invece…. “Ci mancava ancora il temporale!”
Tuoni e fulmini a raffica e là, nel prato alla sua sinistra… la casa… quella che aveva sognato la notte precedente e quella prima ancora. Da settimane la sognava ormai.
Vecchia, in pietra, con una torretta su un lato… costruita su un terreno incolto a fianco di un fosso pieno di acqua… sotto un cielo nero che illividiva a causa dei lampi violenti come esplosioni nucleari.
E quella finestra a piano terra illuminata...
L’auto inchiodò improvvisamente come se avesse premuto di colpo il freno ma lei non lo aveva nemmeno sfiorato.

Il mio finale

Scese.
Dovette alzare il bavero della giacca nell'illusione di proteggersi dal vento. Alzò gli occhi al cielo e vide che un banale temporale si stava trasformando in qualcosa di peggio. Sussultò a causa di un tuono vicinissimo.
Tornò a guardare in alto, il cielo era oramai completamente coperto da spesse nubi nere. Macchie di luce dai colori cangianti mulinavano, a tratti sembravano quasi contrarsi e dilatarsi, come gigantesche bocche il cui fondo era più buio che mai.
Cadde improvvisa una pioggia fitta e violenta.
Corse prendendo come riferimento la luce giallognola e tremolante della finestra al primo piano. Sentiva il cuore scoppiare nel petto, faceva fatica a contrastare il muro d'acqua e il vento, la luce pareva allontanarsi sempre di più a ogni passo. La forza d'impatto della pioggia le impediva di tenere gli occhi aperti. Fu presa dal terrore. Immagini  le balenarono alla mente: la sorellina che venticinque anni prima aveva lasciato morire in quello specchio d'acqua senza soccorrerla e senza chiedere aiuto. Ricordava il puro godimento di quegli attimi fomentato dalla brutale invidia che la spingeva a desiderare di vederla morta. Adesso, per la prima volta, quei sentimenti la sconvolgevano. Non era pentita, ma  terrorizzata senza capire il perché.
Scivolò a terra battendo la testa su di una pietra. Perse i sensi.
Quando si riprese vide che aveva smesso di piovere.
Il panorama era cambiato, della casa soltanto macerie, tutt'intorno nebbia, terreno ghiacciato e scivoloso. Nessun suono se non quello dei suoi ansiti.
Paura.
Poco più avanti la foschia parve diradarsi. Vide la sua auto accartocciata contro l'unico albero di quello che prima era un bosco.
La nebbia si dissolse. Si guardò intorno. Nulla intorno a lei. Una terra desolata e fredda. Una distesa di ghiaccio che si estendeva a perdita d'occhio.
Tornò a guardare verso la macchina, si fece ancora più vicina. All'interno un corpo senza vita: il suo.
Urlò. Un grido che partiva dal profondo ma che non aveva voce.
Sola.



© 2017 di Massimiliano Riccardi

sabato 22 aprile 2017

Epistula non erubescit, figuratevi io. Facezie oltremodo inutili




Molto bene, è il caso di dirlo. L'aver diradato la pubblicazione dei post è servita. Magari non ne ha beneficiato questo blogghetto ma sicuramente ha giovato al detentore dello stesso, il sottoscritto, ovviamente.
Ho avuto modo di seguire le mie vicende personali con più attenzione e ho avuto modo di leggere gli articoli degli amici blogger con calma e senza fretta. Per fortuna ci sono loro, il web è altrimenti impestato di personaggi inquietanti, davvero.
Un milione di Blog e siti, e altrettante vaccate in rete. Nulla di male, rientra tutto nel quadro dell'economia generale. Ho letto di scrittura, di come si dovrebbe scrivere, di cosa è giusto scrivere, sull'opportunità di scrivere o non scrivere, di quanto siano tutti assolutamente inadeguati rispetto ai grandi della letteratura. Addirittura ho letto critiche feroci e prese di posizione da parte di autonominati guru della penna e del calamaio che mai si sono cimentati o che non sono mai stati pubblicati. I guru, per intenderci, sono quelli che non fanno ma insegnano, che ti spiegano la vita senza viverla realmente. Dei Buddha, anzi soltanto ciccioni come Buddha, anzi personaggi che di ciccione hanno solo l'ego smisurato. Li adoro. Mi riconciliano con il mondo quando mi trovo a pensare che la vita è uno schifo, mi dico: "Beh, non sono ancora sceso così in basso, faccio cose, muovo il culo, agisco, non vivo di vetrine virtuali dispensando massime e interpretazioni personali spacciandole per sacrosante verità."
Tra i blogger che seguo (alcuni sono nel mio blog roll e altri nell'elenco di letture dei blog seguiti offerta da blogspot), ho trovato spunti interessantissimi. Ho letto con vero piacere la splendida Marina Guarneri (c'è sempre da imparare da lei, fidatevi); mi sono gustato gli articoli di quel gran paraculo sagace e intelligente blogger che risponde al nome di Salvatore Anfuso 😇 (anche da lui c'è da imparare, fidatevi nuovamente di me), in grado di toccare tasti dolenti come pochi sanno fare; ho seguito il percorso del Jolly raccontato così bene da Chiara Solerio. Questo breve elenco per citare soltanto alcuni blogger che si sono occupati di scrittura, ma ce ne sono altri ovviamente. Tralascio tutti gli altri blogger che seguo, per alcuni provo sincero affetto e lo sanno (nevvero Patricia Moll?), soltanto perché, come me, diversificano maggiormente le tematiche dei post. Durante queste giornate emotivamente pesanti mi sono anche divertito, e in qualche occasione ho trovato spunti di riflessione, di questo li ringrazio, tutti.
Come sapete io scribacchio, e incidentalmente pubblico, ma di scrittura non ne parlo mai, non esprimo giudizi e non fornisco indicazioni di sorta. Scribacchio, sì. Lo faccio per piacere personale ma anche nella speranza di diventare abbastanza bravo da lasciare un giorno testimonianza del mio passaggio su questa terra. Inutile nascondersi, è giusto dirlo. Chi scrive per se stesso si prendesse un cazzo di diario personale da riporre nel cassetto e non rompesse le palle, direbbe la mia vicina di casa. Non ho consigli da dare, non ho nulla da insegnare, non sono in grado di indicare la giusta via per diventare scrittori. Come i primi uomini, sono armato soltanto di pietra focaia e tento di accendere un fuoco. Lavoro sodo per cercare di controllarlo, questo benedetto fuoco. Diciamo che sono in itinere, figuriamoci se mi permetto di salire in cattedra. Vedremo, chissà, boh.
Una cosa però posso dirla, ma riguarda indicazioni di massima che attengono tanto alla scrittura come alla vita di tutti i giorni: lavorate sodo, sperimentate, rischiate esponendovi con i vostri lavori al pubblico, non giudicate ciò che non siete in grado di fare o di capire. Insomma non rompete le scatole agli altri e scrivete, scrivete punto e basta, se è ciò che amate fare. Qualcosa succederà.
Nella scrittura c'è vita, diversa, diversificata, migliore, peggiore, c'è tutto e non c'è niente. Può essere totalizzante o alienante. Ma c'è vita. Scrivere non è soltanto riportare fatti, descrivere emozioni, non è soltanto cronaca del mondo o costruzione di altri mondi, è di più. Qui mi tocca citare un tipo strambo, ma strambo davvero eh: “La scrittura e le cose non si somigliano. Tra esse, Don Chisciotte vaga all’avventura.
Va bene, ho concluso la tiritera. Che due palle vero? Hahahaha, piatto del giorno: Cabbasisi scaramellati, come direbbe un mio amico siciliano.
Buon proseguimento e state sereni, c'è posto e spazio per tutti, puntare il dito è facilissimo, è nel capire e comprendere il prossimo che sta la differenza. Nel capire se stessi la difficoltà maggiore.

Ok, ora vi lascio, vado a ubriacarmi e a prendere pessime decisioni 😉



                                               Somewhere over the rainbow, way up high... 

© 2017 di Massimiliano Riccardi

lunedì 3 aprile 2017

Inutili facezie. Cazzeggio in merito ai colori della nostra vita


Il blog è fermo da circa un mese, pazienza. Nessuna analisi da proporre, nessuna disamina sui massimi sistemi. Propongo soltanto un paio di riflessioni nel mio consueto modo sgrammaticato. Armatevi di pazienza e comprensione e vogliatemi bene. È stato un periodaccio 😃
Giornate intere passate a fare cose, risolvere problemi. Può capitare anche, ad esempio, di tornare a casa dopo dodici ore di notte trascorse a sentire urla, contenere gli impeti di un anziano che perde il senno a causa dell'ospedalizzazione, tranquillizzare un giovane uomo terrorizzato perché colpito da infarto. Ore passate a "fare cose", interminabili ore. Somministrare farmaci, combattere contro la voglia di urlare a causa dell'allucinante e ipnotico cicaleggio dei monitor, delle pompe infusionali che si bloccano e chiedono attenzione come se fossero vive e in grado di chiamarti. Sempre con gli occhi sulle tracce elettrocardiografiche attenti a eventuali modifiche. Tralasciamo il sangue, la merda, la morte, il dolore, la noia, la delusione, sono dettagli sempre compensati dalla consapevolezza di aver fatto tutto al meglio per la salute dei tuoi pazienti. Può capitare di essere stanchi di tutto ciò, cazzarola, la notte è fatta per dormire. 
Così si dice. 
Dentro di te c'è del buio, spesso e consistente, assonnato, puzzolente, rabbioso.
Torni a casa e il tuo nano è già sveglio, pronto per andare all'asilo. Inganna il tempo prima di incominciare la sua giornata. Vorresti soltanto andare a dormire, ma ti imponi di dedicargli del tempo. È giusto. Fa bene al cuore. Lo guardi.

Gesti minuti. Sguardi stupiti. Risate argentine. Gioia.
I movimenti sono goffi, senza un vero scopo preciso, così sembra. Manipolazione della materia, contatto con il reale.
Ti guardo giocherellare con le formine e i pennarelli. Sono stupito da come oggetti solidi e con uno scopo preciso si trasformino in mezzo per creare altro. I colori fluiscono come pensieri lasciati liberi, finalmente. C'è confusione e apparente disarmonia. L'improbabile è solo nei miei occhi di adulto, ovviamente.
Le immagini hanno un senso, alla fine. Figure di case, abbozzi di alberi, persone. È rassicurante per un adulto riconoscere qualcosa di famigliare.
Il flusso potente è però nei colori. Il rosso e il giallo, dinamico e caldo sfondo. Il tratteggio di nero che spicca lontano, come un confine violato dal resto della follia cromatica. Verde, arancione, blu, rosa, azzurro, e nuovamente rosso arancione e giallo. Arcobaleni che non hanno linea e direzione attraversano le immagini. Il vero senso del disegno, forse.
Scoperta. Speranza. Sogni. Fiducia. Tutto appare chiaro. Non c'è limite. 
Il foglio bianco sembra non essere in grado di contenere la marea montante delle emozioni. Spruzzi e sprazzi di colore tentano di lasciare la superficie. Non sono tratteggi timidi. Forzano lo spazio, lo superano. Travalicano l'ordine costituito dai bordi del foglio. Il fulcro del disegno è il centro. L'esplosione di cromatismi che si irradia. C'è senso di libertà in tutto ciò. Tutto appare possibile. In effetti, tutto è possibile quando si hanno cinque anni e i colori sono semplicemente particelle di anima, sentimento, risate e pianto. Pensieri che prendono forma e impalpabile lucentezza. Non c'è soddisfazione al termine dell'opera, c'è voglia di passare ad altro. Moto continuo, moto perpetuo. Voglia di esplorare, sperimentare, osare.
Vorrei avere la tua visione, ritornare a quel periodo dove tutto partiva dal centro, da noi stessi. Quando i confini erano ancora da definire, anzi, quando i confini apparivano qualcosa di sconosciuto. Prima che la vita, il lavoro, le regole, le convenzioni sociali, il "si fa così", ingabbiassero il naturale desiderio di essere un tutt'uno con la luce, l'aria, il sole, il cielo, la vita. Conserverò quel disegno, come tutti gli altri del resto, ma già catalogarlo e conservarlo è fargli torto. La tua tavolozza è molto più grande, quelli che conservo sono solo tasselli di un disegno più vasto. L'immaginifico e il concreto si confondono. Quello che è vero non è vero, e per questo ancora più reale. Non si tratta di semplice fantasia, c'è del lavoro dietro. La costruzione di un mondo che parte dal profondo e che attraverso il gesto di piccole mani ancora goffe, cerca di toccare altri mondi, infiniti mondi ancora da scoprire.

Luce.



© 2017 di Massimiliano Riccardi

mercoledì 15 marzo 2017

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO



Voglio scusarmi con tutti i lettori del blog e con gli amici blogger per la latitanza di questi giorni, purtroppo per motivi legati alla salute di mia moglie continuerò ad essere assente ancora per un po'. Non sono riuscito a trovare stimoli per scrivere alcunché, mi dispiace. Domani lei subirà un piccolo intervento chirurgico e il problema verrà risolto.
A presto, spero già la prossima settimana, con le facezie di "infinitesimale".

Massimiliano

mercoledì 1 marzo 2017

Insieme raccontiamo appuntamento 18



Nuovo appuntamento con l'iniziativa di Patricia Moll e il suo INSIEME RACCONTIAMO.
18° appuntamento



I minuti scorrono, la fine di questo umile raccontino è svelata cliccando sull'ultimo orario di questa azzardata follia cronologica.


L'incipit di Patricia

Battisti nelle cuffiette cantava “c’è un treno che parte alle 7,40...”
Forse non erano proprio le 7,40 però il treno era lì, fermo come un cannibale vorace pronto a inghiottire chiunque gli si avvicinasse troppo. Pauroso, eppure invitante.
Doveva smettere di guardarlo e prendere una decisione. Salire o no?


Il mio finale

Il destino non riguarda i sogni

ore 10
L'orologio della stazione era preciso, lo sapeva, nonostante ciò continuava a confrontarlo con quello da polso.
Ancora niente. Lei non si decideva ad arrivare.
Mesi di preparazione. Un nuovo lavoro, una nuova casa, una vita piena di promesse e speranze.
Dovevano soltanto salire su quel maledetto treno. L'ancona- Chiasso sarebbe rimasto lì fermo ancora per poco, presto sarebbe ripartito. Basilea sarebbe stata l'ultima meta, un posto nuovo dove ricominciare.
ore 10,15
La sera prima, dopo aver fatto l'amore, lei aveva pianto. Aveva paura di lasciare la casa dei genitori. Lui non aveva detto nulla, si era limitato a stringerla forte. Non voleva pensare che quella sarebbe potuta essere l'ultima volta. Soltanto quando l'ebbe riportata a casa le disse un semplice e sommesso: "Ti aspetterò, so che verrai".
ore 10,20
Per tutti l'afa era opprimente, ma lui non riusciva a smettere di sentire freddo. Che sensazione strana in una mattina di agosto. Sapeva che la colpa era del timore che lei non si facesse viva. Si accese l'ennesima sigaretta. Per la prima volta  sentiva che il destino avrebbe giocato in suo favore se solo lei non si fosse tirata indietro. Una nuova esistenza con l'amore della sua vita.
La lancetta dei minuti si muoveva veloce, ogni scatto simile a uno schiaffo in pieno volto. Distolse lo sguardo.
Improvvisamente la vide varcare la soglia della sala d'attesa. Bellissima, radiosa, sorridente. Riflessi dorati le accarezzavano i capelli mentre gli correva incontro. Occhi negli occhi si dissero più di quanto le parole erano mai riuscite a dire. Lui allargò le braccia pronto ad accoglierla. Dio quanto l'amava.




Post scriptum
Chiedo scusa a coloro che possono essere rimasti turbati, mi scuso per il colpo basso e per l'amaro in bocca che posso aver lasciato, io stesso ho riflettuto sull'opportunità di pubblicare una cosa del genere. Oggi non avevo voglia di risultare piacevole per nessuno, mi dispiace. 
Il calcio nelle palle non è per chi ha voluto perdere il suo tempo nel leggermi, è più che altro rivolto a me stesso, nasce dal desiderio di mantenere saldo nella memoria il concetto di quanto l'amore, la vita, ciò che di bello c'è nel mondo, può essere distrutto se si permette all'egoismo di vincere la sua battaglia contro il senso comune di fratellanza. Purtroppo la realtà è sempre più spaventosa di qualunque narrazione, le trame più orribili sono state realizzate senza la carezza e l'afflato amorevole della fantasia e dell'immaginazione. Quei fatti risalenti a quasi quarant'anni fa sono legati indissolubilmente a ciò che attiene al senso critico di ognuno di noi. Le stragi, il terrorismo, la strategia della tensione, l'odio, il razzismo, spesso non hanno una matrice scaturita da chissà quali "massimi sistemi", alle volte trovano terreno fertile nel semplice gesto di girare il capo per non vedere le piccole ingiustizie, dall'indifferenza, dal desiderio di non farci coinvolgere. Osservando ciò che accade ancora oggi in molte parti del mondo, sembra chiaro che l'uomo dal passato non ha imparato nulla.