scrivere per vivere vivere per scrivere

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La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. (René Descartes) ****************************************************************************************************************** USQUE AD FINEM

lunedì 29 dicembre 2014

Guest Post: Memoria e resurrezione degli io nell’opera letteraria di Marcel Proust e Henry Miller di Ivano Landi

Il progetto è arrivato alla sua conclusione e oggi si tirano le somme, io, per puro piacere personale ripropongo il post di Ivano Landi, al di fuori di tutto, resta un lavoro magistrale.


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Guest Blogger: Ivano Landi - Memoria e resurrezione degli io nell’opera letteraria di Marcel Proust e Henry Miller


Con vero piacere accolgo l'invito lanciato da "Blogger and Blog" 

e ospito come Special guest Blogger Ivano Landi. All'iniziativa partecipo a mia volta come guest blogger nel sito di Cercatore di favole, il mio post lo trovate QUI.
La tematica è importante e devo dire che rientra nel mio personale gusto letterario. Trattazione lucidissima. Ivano ha volato alto come solo le menti libere possono fare, ringrazio per questo post meraviglioso. In fondo di cosa si tratta? Siamo quattro amici che chiacchierano e dissertano su libri e autori, bene o male non importa. Questa è cultura, quella vera. Fuori dai circuiti accademici che se la cantano e se la suonano tra loro. 
Non aggiungo altro, lascio che sia lui a parlare. Gustatevi questo articolo interessantissimo.
Massimiliano Riccardi

Memoria e resurrezione degli io nell’opera letteraria di Marcel Proust e Henry Miller 
di Ivano Landi


Il solo tipo di memoria che desidero conservare è la memoria di tipo proustiano. Mi basta sapere che esiste questa memoria infallibile, totale, esatta.
(Henry Miller, I libri nella mia vita)


Ciò che si disperde quando la memoria apre porte e finestre è quel che non è mai esistito tranne che nel terrore e nell’angoscia.
(Henry Miller, Ricordati di ricordare)


Non essendo io un grande fruitore di critica letteraria non faccio molto testo, ma non ricordo che mi sia mai capitato di trovare accostati tra loro i nomi di Marcel Proust e Henry Miller. Eppure che il romanziere francese sia stato uno dei modelli letterari dello scrittore americano, come testimonia anche la prima delle due citazioni riportate sopra, è fuori discussione. Per questo, nel presente articolo, ho scelto di porre la mia attenzione più sull’affinità essenziale tra i due scrittori che sulle numerose differenze di superficie. Per cominciare, entrambi loro condividono una prima forte consapevolezza: lo scrigno del tesoro è nascosto nel passato, e non in chissà quale passato storico ma nel passato individuale di ognuno. Una consapevolezza che ha il duplice effetto, da un lato di “costringerli” ad adottare il punto di vista autobiografico nella scrittura, dall’altro di metterli fin da subito davanti a un problema che deriva proprio da questa obbligatorietà, ossia alla conseguenza di doversi occupare di cose abbastanza lontane da quella che era, ai loro occhi, la realtà più autentica.
  
Ho cominciato la mia carriera di scrittore col proposito di dire la verità su me stesso. Che compito fatuo! Che cosa può esserci di più fittizio della storia della propria vita?

Così scriveva Henry Miller nel 1950, all’apice della sua maturità di scrittore. E tuttavia, una volta assodato che lo scrigno del tesoro è nascosto nel proprio passato, se si vuole disseppellirlo non c’è altra scelta che scavare. E quale strumento di scavo si può utilizzare se non la memoria?
Sembra una conclusione ovvia, ma ecco che insorge subito un nuovo problema. E stavolta do la parola a Proust:

E’ fatica inutile cercare di evocare il passato, in quanto tutti gli sforzi della nostra intelligenza sono vani.
E allora le oltre tremila pagine del romanzo Alla ricerca del tempo perduto, tutte dedicate al passato, da dove saltano fuori? Come le ha concepite Proust, se ogni sforzo dell’intelligenza di evocare il passato è destinato a un inevitabile insuccesso?
Cercherò di mostrarlo, ma per gradi, cominciando proprio dalla ricerca di alcune analogie tra le creazioni letterarie più importanti dei due scrittori protagonisti dell’articolo.

Tra le opere di Miller, la trilogia della Crocifissione rosea è senza dubbio quella che osa avvicinarsi di più, anche per corposità, alla Recherche proustiana. Ma le accomuna anche il loro essere, entrambe, opere incompiute. Proust non ebbe il tempo di riscrivere, come avrebbe voluto, gli ultimi due volumi del suo monumentale romanzo, e riuscì solo a dettare, dal proprio letto di morte, il racconto di un’altra morte, quella dello scrittore Bergotte. Miller, da parte sua, non portò mai a termine, com’era nei suoi piani, la seconda parte di Nexus. Fu forse troppo precipitoso nel dare alle stampe la prima parte, che si presenta in effetti come un’opera dimezzata nelle proporzioni rispetto ai primi due volumi della trilogia? Precipitoso allo stesso modo di Proust che, tre decenni prima, aveva dimostrato un’eccessiva fretta di morire?  
Un’altra caratteristica che accomuna le due opere è che entrambi gli scrittori le consideravano un tutto unico e solo le esigenze editoriali li avevano costretti a pubblicarle divise in più parti.
Miller testimonia il fatto in una lettera all’amico scrittore Lawrence Durrell:

Non dipende da me se questi volumi vengono stampati separatamente. Io avrei voluto tenerli fino a quando avrei finito di scrivere l’ultima pagina. Ma Girodias mi supplicò e io cedetti.

Ma, come ho detto, a dispetto di questa e altre dichiarazioni di buona volontà, Miller non appose mai la vera parola fine alla sua trilogia.
 Vale inoltre la pena di trascrivere qui un’altra parte della stessa lettera milleriana, molto importante ai fini di questo articolo; non prima di avere però specificato che Durrell aveva da poco espresso, in una lettera indirizzata all’amico, un giudizio molto duro sul primo volume della trilogia, Sexus, l’unico pubblicato fino a quel momento.
Ecco una parte della replica di Miller a propria difesa:

Ho cercato di catturare una miseria e una sterilità che pochi uomini hanno conosciuto. Sarebbe stato molto meglio essere un avanzo di galera! Ma io avevo solo questa vita da raccontare. Quella passione che secondo te manca è presente, ma al negativo; mi ero proposto di raccontare quella vita di “attività insensata” che i saggi hanno sempre condannato, perché equivalente alla morte. Ma, come dico io stesso verso la fine del secondo libro [Plexus], soffrii della mia stessa ignoranza, e per me fu una bella lezione. Tirando le somme, forse la mia vita somiglierà a un’enorme piramide costruita sotto un segno negativo. Eppure, nonostante tutto, una piramide; e forse la si comprenderà meglio quando sarà capovolta.

Miller parla qui di una piramide. Mentre Proust aveva paragonato Alla ricerca del tempo perduto a una cattedrale. C’era stato addirittura un momento in cui lui aveva pensato di intitolare le varie parti secondo una nomenclatura architettonica: Portico IPortico IIAbside, ecc. E proprio alla sua natura di opera-cattedrale, Proust aveva attribuito la quasi impossibilità di portare a conclusione il suo romanzo.
Entrambi gli scrittori usano quindi una metafora architettonica, sebbene chiamando in causa due forme tra le più lontane tra loro possibili (come lontani erano del resto lo stile e la personalità dei due autori). Ma è soprattutto la parte in cui Miller parla della necessità di arrivare al momento finale, in cui la piramide sarà capovolta, a rendere fortissima l’analogia. Miller poteva solo avere in mente qualcosa di paragonabile agli eventi descritti da Proust nel Tempo ritrovato, quando la memoria inonda finalmente di luce, in retrospettiva, l’intera cattedrale della Recherche e Marcel – il protagonista del romanzo - acquista la piena consapevolezza del senso della sua intera vita, e del destino che vi si è manifestato, perché, lo si dica una volta per tutte, ogni cosa è destino. Tradotto in termini psicologici, la cattedrale illuminata dalla memoria è l’inconscio, e tornerò presto su questo, ma qui è implicito anche un altro grande passaggio, che è quello dalla dimensione della vita alla dimensione dell’arte. Un passaggio che si traduce, alla fine dell’ultimo volume della RechercheIl tempo ritrovato, nella decisione di Marcel di consacrarsi completamente alla scrittura di un grande romanzo – che altro non è che il romanzo che il lettore ha appena terminato di leggere. Perché la struttura dell’opera è esattamente circolare come il tempo, e non potrebbe essere altrimenti essendo il suo soggetto proprio il disvelamento del segreto del tempo.


Ma perché Marcel, una volta arrivato alla Comprensione, quella con la c maiuscola, fa questa scelta di “esilio”, che rispecchia naturalmente quella compiuta dallo stesso Proust?

È lo scrittore a dircelo:

La vera vita, la vita finalmente scoperta e compresa, la sola vita realmente vissuta, è la letteratura.

Una dichiarazione che sarà ribadita, alcuni decenni dopo e con altre parole, da Miller:

La narrativa è sempre più vicina alla realtà che non i fatti stessi.

Certo, in Proust la sostituzione della vita con l’arte si tradusse in termini molto più letterali che in Miller: il dandy che dopo una brillante vita mondana si seppellì (sebbene meno di quel che lasci trapelare la leggenda) in una stanza foderata di sughero. Ma qui entrano in gioco i temperamenti, quasi in tutto opposti tra loro, dei due scrittori: tanto estenuato, lunare e passivo era quello del francese, quanto sanguigno, solare ed estroverso era quello dell’americano. Ad accomunarli è invece il distacco da loro stessi, che li mette in condizione di gettare uno sguardo lucido e disincantato su ogni cosa e in primis sull’uomo e sul consorzio umano.

Detto questo, possiamo tornare adesso alla nostra domanda fondamentale: Se ogni sforzo dell’intelligenza di evocare il passato è destinato al fallimento, cosa c’è all’origine della scrittura di Proust e Miller?
La risposta è che c’è un diverso tipo di memoria, non collegata all’intelligenza, che ha un nome che non è mai stato un segreto e sarà quindi già noto ad alcuni di voi: la memoria involontaria.
E anche qui si tratta di una sostituzione, altrettanto decisiva di quella della vita con l’arte. Ma è anzitutto una sostituzione necessaria, se si vuole scavare alla ricerca del tesoro sepolto poiché, scrive ancora Proust:

Le informazioni che dà la memoria volontaria non trattengono nulla del passato. Sono vuote come l’io a cui sono pertinenti.
Ecco un altro passo fondamentale. Alla oscura diade memoria volontaria-intelligenza, si aggiunge ora un terzo elemento, l’«io», che condivide con i due precedenti la caratteristica di una sostanziale irrealtà.
Diventa così chiaro perché Miller definisca “fittizia” la storia della nostra vita; non potrebbe essere altrimenti, essendo tale storia pertinente all’«io», cioè a qualcosa per sua natura fittizio.
Siamo davvero arrivati stavolta a un punto cruciale: la memoria involontaria si rivela adatta al compito proustiano (e milleriano) della memoria perché è sia estranea al dominio dell’«io» e dei fatti che vi sono collegati, sia al dominio dell’intelligenza.
Ma a cosa è collegata allora la memoria involontaria? Qual’è il regno da cui proviene e in cui si muove? E’ adesso il turno di Miller di rispondere:

Vi sono giorni nei quali il ritorno alla vita è penoso e doloroso. Si abbandona il regno del sonno contro la propria volontà. Non è accaduto nulla, tranne la consapevolezza che la realtà più profonda e più vera appartiene al regno dell’inconscio.

Quanto sia fondamentale il regno del sonno per la genesi e lo sviluppo della Recherche è noto, e questa frase potrebbe benissimo averla scritta Proust. Ma la conclusione che più mi interessa trarre qui è che il regno della memoria involontaria altro non è che la “realtà più profonda e vera” del regno dell’inconscio. È “dall’oscurità e dal silenzio” di questo regno che secondo Proust provengono i veri libri, le vere opere d’arte, mentre dal mondo “dalla piena luce e dalla conversazione” che attiene all’intelligenza e all’io, possono provenire solo opere mediocri.
Una delle “scoperte” fondamentali di Proust fu proprio quella dell’illusorietà della continuità del nostro «io» – un’illusione prodotta dall’asservimento della nostra memoria alla tirannia dei fatti. In realtà, la nostra esistenza è costituita dalla contemporaneità e/o successione di una moltitudine di io, che nascono e muoiono senza sosta:

Capivo che morire non è qualcosa di nuovo, ma che, al contrario, sin dalla mia infanzia, ero già morto più di una volta.

Il destino di ognuno di questi io è di precipitare, alla sua morte, in una sorta di cimitero interiore, un Ade situato in noi ma al di là del tempo e dello spazio, dove rimangono come addormentati, in attesa di un loro eventuale risveglio provocato da un intervento esterno casuale – cioè estraneo alla nostra volontà. Mentre la memoria volontaria in tutto questo è solo di impaccio, poiché guardare volontariamente indietro non significa nient’altro che, così come era stato per Orfeo con Euridice, imbattersi in un fantasma. La memoria volontaria ha inoltre la caratteristica della fissazione ossessiva tipica dell’«io»:

Gli occhi del ricordo finiscono per non vedere più niente, quando li si fissa troppo  - scrive Proust.

La memoria involontaria dipende invece dal tempo e dai suoi meccanismi, che dopo aver cancellato le nostre impressioni per mezzo dell’oblio può “decidere” di farle risorgere. E ogni volta che si risveglia in noi il ricordo di un’impressione, si risvegliano contemporaneamente tutte le impressioni che vi sono collegate e formano il nucleo di quel particolare io. 
L’intenzione iniziale di Proust era proprio quella di scrivere un libro che fosse tutto composto di queste impressioni risvegliate, imbevute in modo indelebile della luce dell’eternità, frutto dell’estasi extratemporale oestasi metacronica. Il problema principale era però costituito dalle intermittenze: come era possibile scrivere soltanto con delle “gocce di luce”? Si chiese Proust. Alla fine comprese che ogni cosa, come nei miti orfici, poteva solo avere inizio dalla notte (Per molto tempo, sono andato a letto presto…)con tutto quel che vi era di collegato incluso il male più abissale. Ma si era anche illuso di finire presto, di restare recluso solo per pochi mesi, un anno al massimo. Poi avrebbe ripreso a vivere, a frequentare la bella società…

Il primo contatto di Marcel – il protagonista della Recherche - con la memoria involontaria è talmente noto da essere diventato una sorta di emblema del romanzo di Proust.

Mentre rientra a casa, in una sera d’inverno, la madre offre a Marcel una tazza di tè con una madeleine, con questo risultato (mi permetto qui, per un’unica volta, un comodo copia-incolla da Wikipedia):

Appena riconosciuto il sapore del pezzo di madeleine imbevuto nel tè caldo che una volta, molti anni addietro, era d'uso preparargli sempre la zia quando si trovavano a Combray, intere sezioni di memoria cominciano a venire a galla "proprio come nel giuoco in cui i giapponesi si divertono a mettere in ammollo in una ciotola di porcellana piena d'acqua piccoli pezzi di carta i quali, fino ad allora rimasti indistinti, cominciano a prender forma diventando fiori, case, personaggi coerenti e riconoscibili".

La memoria involontaria nasce quindi dall’interazione, che è una sovrapposizione, di un momento presente con un momento passato, il cui risultato è la resurrezione dell’io che ha vissuto l’esperienza originale e la contemporanea liberazione del ricordo, prima imprigionato nelle cose. L’insorgenza della memoria involontaria dipende infatti sempre dall’intervento di oggetti concreti, accessibili ai sensi: una pietra mal squadrata che oscilla, il suono di un cucchiaio contro un piatto, un tovagliolo premuto contro le labbra. Questo perché anche i veri ricordi sono frutto di un’interazione. E più esattamente, come scrive Proust: 

un precipitato dell’interazione tra la sempre mutevole coscienza personale e l’incessante mutamento del mondo.

Ma anche se la memoria involontaria è messa in moto dal caso, si tratta sempre e comunque di un caso necessario, governato dalla onnipresente legge del destino. Così che alla fine è proprio la casualità a essere la miglior garante della sua fondatezza nella verità: 

…la maniera fortuita, inevitabile, con cui la sensazione era stata incontrata, controllava la verità del passato che essa resuscitava, la verità delle immagini che metteva in movimento, giacché sentivo il suo sforzo di risalire verso la luce e la gioia del reale ritrovato.

Mentre il tessuto o la sostanza stessa che forma il continuum della memoria (anche se qui sarebbe forse il caso di scrivere “Memoria”) e fa da fluido connettivo (fondu, in gergo proustiano) tra i veri ricordi, è la luce.
E a proposito della luce, penso che chiunque abbia letto a fondo Henry Miller conosca, o dovrebbe conoscere, le voragini che si aprono improvvise nelle pagine dei suoi libri, quando un momento del passato, casualmenterichiamato dalla legge dell’analogia, si sovrappone al momento presente. Sono abissi altrettanto densi di luce di quelli evocati da Proust, e non fa quindi meraviglia che lo stesso Miller, parlando della rilettura del suoSexus durante la correzione delle bozze, scriva a Durrell di essere “rimasto abbagliato”.  
Sempre Miller scrisse una volta che non sarebbero bastati duemila libri a trascrivere il contenuto di una vita umana. Il compito della memoria proustiana si esaurisce infatti solo nel momento in cui l’intero regno dell’ombra è riportato alla piena luce, nel momento in cui tutti gli io sono divenuti oggetto di resurrezione. Deve essere tuttavia chiaro che il movimento qui proposto è esattamente rovesciato rispetto a quello operato dalla psicanalisi di stampo freudiano, che cominciava a diffondersi proprio all’epoca in cui Proust stava scrivendo. Non sono le parti inconsce a dover essere integrate nell’io così come noi lo percepiamo, ma è quest’ultimo che deve essere assorbito nel meccanismo del tempo, divenendo così soggetto alle sue leggi di morte nell’oscurità dell’oblio e resurrezione nella luce immutabile ed eterna della Memoria. Allora, in questo altro, nuovo regno della piena luce, perfino gli avvenimenti più dolorosi del passato cessano di gettare la loro ombra.
E voglio concludere ancora con Miller, con una citazione da Ricordati di ricordare che mi sembra costituire il cappello perfetto di questo articolo:
Uomini deboli, uomini accorti, uomini tristi, uomini di mondo hanno tentato di farci credere che la nostra vita è vana e inconsistente, che viviamo senza uno scopo, consigliandoci al tempo stesso di godercela finché possiamo. Ma quando s’apre una prospettiva importante, l’influenza di costoro evapora come sudore.
* * *
Opere in cartaceo consultate:
Alla ricerca del tempo perduto, Rizzoli 1985. A cura di Giovanni Bogliolo e Piero Toffano. Traduzione di Maria Teresa Nessi Somaini.
Alla ricerca del tempo perduto, I. Dalla Parte di Swann. Newton & Compton, 1990. A cura di Paolo Pinto e Giuseppe Grasso.
Pietro Citati, La colomba pugnalata. Proust e la Recherche. Mondadori 1995.
Henry Miller, La crocifissione in rosa (Sexus-Plexus-Nexus). Mondadori 1991-1993.
Henry Miller, Ricordati di ricordare. Einaudi 1965. Traduzione di Vincenzo Mantovani.
Henry Miller, I libri nella mia vita. Einaudi 1976. Traduzione di Giorgio Agamben.

domenica 28 dicembre 2014

Discorso tipico dello schiavo - Silvano Agosti



" Lo schiavo non è solo colui che porta le catene al piede ma quello che non è più capace di immaginarsi la libertà "

Ognuno tragga le sue conclusioni. Resta il fatto che questo filosofo, poeta, regista, sceneggiatore, offre uno spunto di riflessione difficile da comprendere per i più. Sono convinto che molti "schiavi senza catene" avranno da ribadire in merito all'assurdità, percepita come tale per autodifesa, di certe affermazioni. Il concetto essenziale verte sull'indipendenza intellettuale e la ricerca delle qualità imprescindibili dell'uomo a dispetto di valori imposti dal potere che sono altro rispetto all'umanità.
Massimiliano Riccardi

mercoledì 24 dicembre 2014

E' Natale, siamo tutti più buoni


E' Natale, siamo tutti più buoni. Nessuno farà cattivi pensieri, Non ci saranno azioni malvagie. Finalmente concordia tra gli uomini. Finiranno le guerre di religione. Stop all'odio razziale. Per la prima volta  qualcuno prenderà in mano un libro scoprendo che la maggior parte delle cose sono già state scritte o dette e si sentirà meno originale. Finalmente la cultura, la bellezza, l'arte, l'amore, prenderanno il posto della volgarità, della bruttezza morale, dell'ipocrisia. La cattiveria verrà bandita. Respiriamo quest'aria di fratellanza. Siamo tutti fratelli sotto questo cielo. 
A giudicare dagli scandali, dalla corruzione, dalla quantità di omicidi, dalle stragi, dalla quantità di perfidia e malevolenza, fratelli della stessa Puta Madre.

martedì 23 dicembre 2014

TERRAFERMA - Un film che è un dito puntato contro l'egoismo e l'ipocrisia

Regia Emanuele Crialese

Un film dal forte impatto emotivo. Molto efficace la decisione di caratterizzare i personaggi grazie  all'uso del dialetto.
Viene posta una domanda fondamentale: cosa succede quando ti viene chiesto di rischiare tutto, spesso il poco che hai, per salvare chi non ha niente?  La risposta viene spontanea per chi osserva "la legge del mare", che poi è la legge dell'uomo. Quel semplice concetto è cosi radicato nei nostri protagonisti da essere un modo di vivere, dove agire con giustizia è una condizione imprescindibile. Un vecchio pescatore, povero, che non parla neanche l'italiano, ci ricorda cosa vuole dire essere uomini in un mondo fatto di uomini, a ogni costo, anche contro le leggi dello Stato se vanno contro il proprio codice che dice che non si abbandona nessuno in mare. Un codice che ci ricorda che solo tendendosi la mano, guardandosi negli occhi, si riesce ad andare avanti. Bravi tutti gli attori, belle le atmosfere, ti sembra di sentire il calore del sole della Sicilia e il salino incrostato sulla pelle, veramente un bellissimo film.


© 2014 di Massimiliano Riccardi

La Stamberga dei Lettori: Consigli natalizi - 2014 [Seconda parte] Articolo di Valletta

In tempo per chi ancora di voi dovesse terminare (o, diononvoglia vista la ressa decuplicata nei negozi, iniziare) lo shopping natalizio, vi veniamo in soccorso con la seconda parte dei consigli per i vostri regali di natale libreschi. La scorsa settimana vi avevamo proposto dei titoli adatti a bambini, ragazzi e papà o suoceri, stavolta vi consigliamo dei regali adatti a mamme o suocere, consigli più generici per amici, cognati o colleghi di ambo i sessi, e infine la nostra amatissima sezione trash.

Iniziamo proprio dalla dolente categoria madre/suocera. Sarebbe proprio una buona idea evitare l'ennesimo accessorio per la casa che andrà a beneficio dell'intera famiglia nel migliore dei casi o a prendere polvere su una mensola nel peggiore. Ecco dunque alcuni libri che potreste regalare: per la suocera anziana che ogni Natale preconizza che sarà l'ultimo (salvo poi seppellire tutti i presenti), Piccoli suicidi tra amici di Arto Paasilinna (Iperborea), che con lieve umorismo segue le vicende di un gruppo di persone che hanno deciso costituire un gruppo per il suicidio di massa: forse il miglior modo per apprezzare la vita è decidere di morire!
Per la mamma appassionata di terre lontane Niketche, una storia di poligamia di Paulina Chiziane (La Nuova Frontiera), che svela i diversi modi di essere donna, madre e compagna nell’Africa Orientale, o Metà di un sole giallo di Chimamanda Adichie (Einaudi), il racconto della breve esistenza della Repubblica del Biafra (stato secessionista nel sud-est della Nigeria) e della guerra civile che dal 1967 al 1970 portò a un disastro umanitario. Una vicenda che le nostre madri & co. hanno seguito direttamente attraverso i telegiornali e che ha fatto diventare il termine “Biafra” sinonimo di “morte per denutrizione”. Restando sul tema guerra, potrebbe essere una buona idea regalare La valle dei sette innocenti di Duong Thu Huong (E/O), che offre un punto di vista femminile sulla guerra del Vietnam: Duong Thu Huong, la maggiore scrittrice vietnamita che a soli vent'anni partì per il fronte con un gruppo di quaranta volontari comunisti di cui solo tre rimasero in vita. E infine Timira. Romanzo meticcio di Wu Ming 2 e Antar Mohamed (Einaudi), la ricostruzione della vicenda coloniale italiana attraverso il racconto di Isabella Marincola, un’italiana di madre somala vissuta tra l’Italia e la Somalia.
Per cambiare totalmente genere, vi consigliamo Vita dopo vita di Kate Atkinson (Nord): l'autrice inglese ha fatto bingo con questo originalissimo romanzo che racconta le avventure di una donna destinata a rivivere la propria vita all'infinito scegliendo ogni volta strade diverse. Un fenomeno editoriale dello scorso anno che le vostre mamme non possono lasciarsi sfuggire.
Se invece avete a che fare con una persona che non si spaventa di fronte a romanzi voluminosi e impegnativi, è il momento di farle scoprire Hilary Mantel, autrice vincitrice di due Man Booker Prize con Wolf Hall e Anna Bolena, un affare di famiglia (Fazi), due romanzi storici originalissimi che riportano il lettore in una delle corti medievali più amate e conosciute, quella di Enrico VIII, raccontata questa volta dal suo fedele consigliere Thomas Cromwell. Si tratta dei primi due libri di una trilogia, il cui ultimo volume uscirà l'anno prossimo. Restando nell'ambito dei romanzi storici, dato anche il periodo quale miglior regalo de Il testamento di Maria di Colm Tóibín (Bompiani)? Si tratta di un breve romanzo raccontato dal punto di vista di una Maria anziana e addolorata, che rievoca con grande umanità le gesta di un figlio distante e perduto, un ragazzo vulnerabile sostenuto e quasi plagiato da cattive amicizie. Privo di forti cariche sovversive, Il testamento di Maria andrà bene anche per la madre religiosa.
Ancora: Una donna di Sibilla Aleramo (Feltrinelli): una delle autrici italiane più famose della prima metà del Novecento racconta la sua travagliata giovinezza in un romanzo così avanti rispetto ai tempi da sembrare scritto non più di pochi anni fa. Il bisogno di affrancarsi come donna in una società maschilista non può che far riflettere chi lo legge e regalarlo alla vostra mamma/suocera/collega emancipata vi farà guadagnare molti punti ai loro occhi. E per la mamma in carriera, soprattutto se impegnata nell'ambito dei servizi sociali o forensi a tutela dei minori, non potrà non rimanere commossa da La ballata di Adam Henry, l'ultima fatica di Ian McEwan (Einaudi), che mette Fiona, un giudice dell'Alta Corte di Londra, davanti a una scelta complessa: un ragazzino rischia di morire a causa del credo religioso dei genitori testimoni di Geova, i quali vietano ai medici di sottoporlo alle trasfusioni che gli salverebbero la vita. Cosa decidere per il bene del minore? Si tratta della millenaria questione religione VS scienza, e a farne le spese potrebbe essere il giovane Adam.

Più vari e generalisti sono i consigli che vi diamo in questa sezione dedicata ad amici, colleghi, cognati o quel che volete di entrambi i sessi.
Le serie tv sono il must di questi ultimi anni. Se avete amici o colleghi sempre al passo con le ultime novità in fatto di telefilm, non potete farvi scappare Svaniti nel nulla di Tom Perrotta (E/O), dal quale è stata tratta la serie televisiva The Leftovers andata in onda qualche mese fa su Sky Atlantic. Per chi ancora non lo sapesse, il libro di Perrotta, dal titolo Svaniti nel nulla, immagina un mondo in cui migliaia di persone svaniscono nel nulla in pochi secondi, senza alcuna spiegazione plausibile, e si occupa delle conseguenze di questo catastrofico, inspiegabile evento.
Orfani di Lost? Regalate loro S. La nave di Teseo di V. M. Straka, di J.J. Abrams e Doug Dorst edito da Rizzoli Lizard. Si tratta di un romanzo particolare, il diario di due personaggi uniti da un libro: una giovane bibliotecaria trova un romanzo enigmatico su cui un misterioso lettore ha appuntato a margine delle note; lei gli risponderà con altre note a margine le quali genereranno un dialogo tra i due. Il libro di J.J. Abrams non è una storia canonica, dunque, ma il testo di un romanzo fittizio di cui il lettore potrà leggere anche le note a margine dei personaggi, una storia - dunque - dentro (o meglio fuori) la storia.
Per gli appassionati di True Detective, Il re giallo di Robert W. Chambers, recentemente ristampato da Vallardi. Si tratta di una raccolta di dieci racconti tra il thriller e l'horror, alcuni dei quali correlati dal "Re Giallo", una fantomatica tragedia che induce alla follia tutti coloro che la leggono. La serie tv ha molti riferimenti e citazioni ispirati all'opera di Chambers.
All'amic* appassionat* di Irlanda: TransAtlantic di Colum McCann (Rizzoli), tre diverse vicende e una misteriosa lettera che passa duna una sponda all’altra dell’Atlantico, seguendo le vicende irlandesi e statunitensi dell’ultimo secolo, o Il maschio irlandese in patria e all'estero di Joseph O'Connor (Guanda): una serie di divertenti storie brevi, reportage e articoli sull'Irlanda e sugli irlandesi in tutte le loro sfaccettature. Commovente e irriverente, la prosa di O'Connor è di quelle che lasciano il segno anche con poche parole. Da regalare per natale con una bella carta regalo verde smeraldo.
Per chi apprezza gli autori italiani di ultima generazione proponiamo invece Collettivo Zampalù di Federico Bagni (Autodafé): un libro che parla di disagio e di riscatto senza cadere nel sentimentalismo, uno stile lineare e senza fronzoli che arriva dritto al cuore.
Avete invece un amico, o più probabilmente un'amica, che stravede per Jane Austen e ha ormai esplorato tutto il materiale disponibile tra seguiti, spin-off, trasposizioni cinematografiche e riletture con gli zombie? Bene. Li ricordate i librigame degli anni Ottanta? Qualcuno (Emma Campbell Webster) ha pensato di replicare l'esperienza inserendo tutti i romanzi della grande scrittrice inglese in un frullatore dal titolo Lost in Austen. Crea la tua personale avventura dai romanzi di Jane Austen (Hop!), dando la possibilità al lettore di creare la sua storia. Un po' vintage e certamente non un capolavoro, ma un'idea originale e molto divertente.
C'è poi sempre l'amico/a gattofilo/a: finalmente anche in italiano arriva Come capire se il tuo gatto sta cercando di ucciderti di Matthew Inman alias The Oatmeal (Fabbri), oppure per chi ha appena preso un gatto e si strugge tentando di capire come si faccia ad evitare che distrugga divani e poltrone, un comodo "manuale d'istruzioni", scritto proprio come quello dello smartphone (che sicuramente non hai letto): Il gatto. Manuale d'istruzioni di David Brunner (Kowalski).
Riportato in auge dalla vittoria al Nobel, vi consigliamo per l'amica sensibile alle atmosfere parigine Viaggio di nozze di Patrick Modiano (Sperling&Kupfer), la storia di un uomo giunto a un punto di rottura con la sua vita che decide di mettersi sulle tracce del passato di una sua connazionale francese morta suicida a Milano.
Due simpatiche proposte indirizzate soprattutto ai colleghi: avete mai sognato di sparire letteralmente per evitare maggiori impegni e responsabilità sul lavoro? Leggete come ha risolto la cosa il protagonista di Ninja in ufficio di Lars Berge (Bompiani), che riesce letteralmente a scomparire all'interno degli uffici della propria azienda pur di non essere promosso. E sempre in tema di divertimento l'alternativa è senz'altro una raccolta di strisce di Dilbert, Il piacere del lavoro secondo Dilbert di Scott Adams (Garzanti), presenza obbligatoria sui muri e le scrivanie dei cubicoli di tutti gli uffici.
Le ultime proposte invece sono soprattutto per le amiche/colleghe appartenenti al gentil sesso: partiamo con Le brave ragazze vanno in paradiso e le cattive dappertutto di Ute Ehrhardt (Corbaccio), un libro carino che percorre la strada delle Bad girls come movimento di potere attivo e vincente nella vita... da regalare all’amica sfigata, a cui non gliene va dritta una, che attende il principe azzurro mentre le altre le fregano regolarmente il ragazzo, che si fa portare via la promozione dalla stronza di turno: insomma un messaggio chiaro: le brave ragazze vanno in paradiso, quelle cattive dappertutto. Seconda proposta Sei perfetta e non lo sai (Rizzoli), di Cristina Parodi, indirizzato all’amica/collega sciatta, sempre fuori moda per ispirarla ad esempi eccelsi: come dire... sei un disastro ma c’è rimedio anche per te. E per continuare con le Parodi Sisters: Molto bene di Benedetta Parodi (Rizzoli): regalatelo a chi non sa fare nemmeno un uovo sodo. Vi odierà e se non vi odierà troverà spunto per ricette facili e veloci. Se riescono bene alla Benedetta, le possono fare tutti.
E chiudiamo la categoria con I love shopping di Sophie Kinsella (Mondadori): tutte abbiamo un’amica intellettuale, un amico che si loda e s’imbroda, che si crede er mejo, laureato col massimo dei voti, so tutto io. Regalategli i liberi della Kinsella: gli farete male, molto male.

Veniamo ora alla nostra bonus track annuale: i libri trash, quelli che riserviamo alle persone che non amiamo particolarmente ma alle quali siamo costretti a fare un regalo, ricorrendo a scelte che spesso sono più un dispetto che un favore.
La prima proposta, fresca fresca di stampa, è l'attesissima (?) autobiografia dell'ex leader dei Bluvertigo Marco Castoldi, in arte Morgan, dall'emblematico titolo Il libro di Morgan. Io, l'amore, la musica, gli stronzi e Dio (Einaudi). La proposta non è un giudizio sulla persona di Morgan, che come musicista ha fatto grandi cose e quando parla di musica non si può fare altro che prendere appunti, quanto un segno dell'esasperazione per l'ennesima autobiografia di un personaggio più o meno famoso che ha tanta autostima dal ritenere che tutti debbano conoscere le sue fondamentali opinioni sulla vita e l'universo.
Bruno Vespa, ahinoi, non ci fa mancare nemmeno quest'anno una sua pregevole opera sull'Italia e sugli italiani: ed ecco le librerie traboccanti di copie di Italiani voltagabbana. Dalla prima guerra mondiale alla Terza Repubblica sempre sul carro dei vincitori (Mondadori). Senza plastico incluso, nel caso in cui ci speravate.
Impossibile poi non citare in questa categoria la nuova regina del filone young adult/new adult: Jaime McGuire, il cui ultimo libro appena arrivato in Italia è Uno splendido sbaglio (Garzanti), terzo volume di una trilogia di sdolcinatezze in stile Harmony iniziata con Uno splendido disastro. Se veramente odiate la malcapitata o avete una bassissima stima delle sue capacità intellettive regalatele l'intera trilogia, non potrà che esservene grata!
Con un po' di dispiacere aggiungiamo nella categoria l'ennesimo libro di Luciana Littizzetto, L'incredibile Urka (Mondadori): non ce ne vogliano i fan della comica ma Lucianina negli ultimi anni appare un po' spompata. Sempre le stesse battute, sempre le stesse osservazioni... dell'ennesimo libro di perle sulle paturnie delle donne, le incapacità degli uomini e l'assurdità dei Vip proprio avremmo fatto a meno.

E con questo, cari lettori, vi auguriamo buone feste!Per chi volesse approfondire: le nostre recensioni a Piccoli suicidi tra amici, Niketche. Una storia di poligamia, Metà di un sole giallo, Wolf Hall, Anna Bolena. Una questione di famiglia, Una donna, La ballata di Adam Henry, Svaniti nel nulla, TransAtlantic, Collettivo Zampalù.
 
Articolo di valletta dal Blog La Stamberga dei Lettori
http://www.lastambergadeilettori.com


lunedì 22 dicembre 2014

Papa: ecco i 15 mali della Chiesa

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Papa: ecco i 15 mali della Chiesa

In un forte discorso alla Curia per gli auguri di Natale, il Pontefice ha elencato e analizzato 15 malattie sempre in agguato. Tra queste quella di "sentirsi immortale", "il cuore di pietra e il duro collo", "l'Alzheimer spirituale" e il "terrorismo delle chiacchiere"

12:24 - In un discorso alla Curia per gli auguri di Natale, il Papa ha elencato e analizzato 15 malattie sempre in agguato per ogni chiesa e per la Curia. Tra queste quella di "sentirsi immortale", "il cuore di pietra e il duro collo", l'"Alzheimer spirituale", la "schizofrenia esistenziale", il "terrorismo delle chiacchiere". "E' bello pensare alla curia romana - ha aggiunto Papa Francesco - come piccolo modello di chiesa".
La malattia del sentirsi immortale - "Una Curia che non fa autocritica, che non si aggiorna, che non cerca di migliorarsi è un corpo infermo". Il pensiero è rivolto alle persone che "forse pensavano di essere immortali, immuni e indispensabili" e a color che "si trasformano in padroni e si sentono superiori a tutti e non al servizio di tutti. Essa deriva spesso dalla patologia del potere, dal complesso degli eletti, dal narcisismo". Il Papa suggerisce una "ordinaria visita ai cimiteri, dove vediamo i nomi di tante persone che si consideravano immuni e indispensabili".

La malattia del martalismo - La secondo è la "malattia del martalismo, che viene da Marta, la malattia della eccessiva operosità, di coloro che si immergono nel lavoro trascurando inevitabilmente la parte migliore, il sedersi ai piedi di Gesù". "Trascurare il necessario riposo - ha ammonito - porta allo stress e alla agitazione un tempo di riposo da trascorrere con i familiari è necessario", come necessario è "rispettare le ferie come momenti di ricarica spirituale e fisica", ricordando quanto dice il libro del biblico del Quelet, 'c'è un tempo per ogni cosa'".

La malattia dell'impietrimento mentale e spirituale - E' di quelli che "perdono la serenità interiore, la vivacità e l’audacia e si nascondono sotto le carte diventando macchine di pratiche e non uomini di Dio", incapaci di "piangere con coloro che piangono e gioire con coloro che gioiscono!".

La malattia dell’eccessiva pianificazione - "Quando l'apostolo pianifica tutto minuziosamente" e crede che "le cose effettivamente progrediscono, diventando così un contabile o un commercialista. Preparare tutto bene è necessario ma senza mai cadere nella tentazione di voler rinchiudere e pilotare la libertà dello Spirito Santo. sempre più facile e comodo adagiarsi nelle proprie posizioni statiche e immutate".

La malattia del mal coordinamento - È quella dei membri che «perdono la comunione tra di loro e il corpo smarrisce la sua armoniosa funzionalità» diventando «un’orchestra che produce chiasso perché le sue membra non collaborano e non vivono lo spirito di comunione e di squadra».

La malattia dell’Alzheimer spirituale - C'è "un declino progressivo delle facoltà spirituali" che "causa gravi handicap alla persona". Quest'ultima vive in "uno stato di assoluta dipendenza dalle sue vedute spesso immaginarie" e "dipende dalle proprie passioni, capricci e manie", costruendo "intorno a sé dei muri e delle abitudini".

La malattia della vanagloria - "Quando l’apparenza, i colori delle vesti e le insegne di onorificenza diventano l’obiettivo primario della vita. È la malattia che ci porta a essere uomini e donne falsi e a vivere un falso misticismo e un falso "quietismo".

La malattia della schizofrenia esistenziale - Chi ha "una doppia vita, frutto dell’ipocrisia tipica del mediocre e del progressivo vuoto spirituale che lauree o titoli accademici non possono colmare. Si limitano alle faccende burocratiche, perdendo così il contatto con la realtà, con le persone concrete. Creano così un loro mondo parallelo, ove mettono da parte tutto ciò che insegnano severamente agli altri". Hanno una vita "nascosta" e spesso "dissoluta"».

La malattia dei pettegolezzi - "Si impadronisce della persona facendola diventare seminatrice di zizzania (come satana)". La persona diventa "omicida a sangue freddo" della fama dei propri colleghi e confratelli. "È la malattia delle persone vigliacche che non avendo il coraggio di parlare direttamente parlano dietro le spalle. Guardiamoci dal terrorismo delle chiacchiere!".

La malattia di divinizzare i capi - Sono coloro che "corteggiano i superiori" per "carrierismo e dell’opportunismo". "Vivono il servizio pensando unicamente a ciò che devono ottenere e non a quello che devono dare. Sono persone meschine". Questa malattia può coinvolgere anche i superiori "quando corteggiano alcuni loro collaboratori per ottenere la loro sottomissione, lealtà e dipendenza psicologica, ma il risultato finale è una vera complicità".

La malattia dell’indifferenza - "Quando ognuno pensa solo a se stesso e perde la sincerità e il calore dei rapporti umani. Quando il più esperto non mette la sua conoscenza al servizio dei colleghi meno esperti. Quando, per gelosia o per scaltrezza, si prova gioia nel vedere l’altro cadere invece di rialzarlo e incoraggiarlo".

La malattia della faccia triste - Sono le persone "burbere e arcigne, le quali ritengono che per essere seri occorra dipingere il volto di malinconia, di severità e trattare gli altri – soprattutto quelli ritenuti inferiori – con rigidità, durezza e arroganza". "La severità teatrale e il pessimismo sterile sono spesso sintomi di paura e di insicurezza di sé. L'apostolo deve sforzarsi di essere una persona cortese, serena, entusiasta e allegra che trasmette gioia. Quanto bene ci fa una buona dose di sano umorismo".

La malattia dell’accumulare - "Quando l'apostolo cerca di colmare un vuoto esistenziale nel suo cuore accumulando beni materiali, non per necessità, ma solo per sentirsi al sicuro".

La malattia dei piccoli gruppi - "L'appartenenza al gruppetto diventa più forte di quella al Corpo e, in alcune situazioni, a Cristo stesso. Anche questa malattia inizia sempre da buone intenzioni ma con il passare del tempo schiavizza i membri diventando un cancro".

La malattia del profitto mondano - "Quando l'apostolo trasforma il suo servizio in potere, e il suo potere in merce per ottenere profitti mondani o più poteri. È la malattia delle persone che cercano insaziabilmente di moltiplicare poteri e per tale scopo sono capaci di calunniare, di diffamare e di screditare gli altri, perfino sui giornali e sulle riviste. Naturalmente per esibirsi e dimostrarsi più capaci degli altri . Fa molto male al corpo perché porta le persone a giustificare l’uso di qualsiasi mezzo pur di raggiungere tale scopo, spesso in nome della giustizia e della trasparenza".

"Poverino quel prete che sparlava con i media" - "Una volta - ha detto il Papa alla curia - ho letto che i sacerdoti sono come gli aerei, fanno notizia solo quando cadono, ma ce ne sono tanti che volano". "Frase simpatica ma molto valida, e pensiamo a quanto male potrebbe causare un solo sacerdote che cade a tutto il corpo della Chiesa". Ha anche raccontato di "un prete che chiamava i giornalisti per raccontare cose riservate dei confratelli e per lui contava solo vedersi sulle prime pagine dei giornali e così si sentiva potente e avvincente, poverino".

"Perdonate me e collaboratori per scandali" - "Non voglio concludere questo incontro senza chiedervi perdono per le mancanze mie e di miei collaboratori e anche per alcuni scandali che fanno tanto male, perdonatemi", ha poi detto il Papa rivolgendosi ai dipendenti della Santa Sede e del Governatorato.
 
da Mediaset TGCOM24

John Keats


Senza di te

Non posso esistere senza di te. 
Mi dimentico di tutto tranne che di rivederti:
 
la mia vita sembra che si arresti lì, 
non vedo più avanti. 
Mi hai assorbito. 
In questo momento ho la sensazione 
come di dissolvermi:
sarei estremamente triste
 
senza la speranza di rivederti presto. 
Avrei paura a staccarmi da te. 
Mi hai rapito via l'anima con un potere 
cui non posso resistere;
eppure potei resistere finché non ti vidi;
 
e anche dopo averti veduta 
mi sforzai spesso di ragionare 
contro le ragioni del mio amore. 
Ora non ne sono più capace. 
Sarebbe una pena troppo grande.
Il mio amore è egoista.
 
Non posso respirare senza di te.


John Keats (Londra, 31 ottobre 1795Roma, 23 febbraio 1821)