scrivere per vivere vivere per scrivere

scrivere per vivere vivere per scrivere
La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. (René Descartes) ********************************************************************************************** USQUE AD FINEM

venerdì 9 giugno 2017

Accendere una candela è meglio che maledire l'oscurità. Scelte


Leggendo il post di Marina Guarneri, che trovate QUI, mi sono sentito coinvolto. Ovvio, l'argomento figli, scelte, prese di posizione, mi tocca.
La lettura, oltre ad averla gradita, ha scatenato tutta una serie di considerazioni accessorie al punto che mi è venuta voglia di buttare giù due righe 😄😄😄 
Sempre all'insegna dell'ironia, lungi da me prendere troppo sul serio le mie elucubrazioni
Probabilmente l'unico grande lascito che possiamo donare ai nostri figli è la forza morale di operare delle scelte. Razionali, coraggiose, oneste.
Tutto ciò prevede un duro lavoro di sostegno per permettere alla personalità dei nostri "cuccioli" di evolversi, svilupparsi, esplodere. Lo stile di vita moderno non aiuta. I filtri, la mediazione, sono tutte cose affidate in massima parte a ciò che attiene al virtuale.
Miliardi di immagini, di situazioni, colpiscono la mente di quelli che vengono definiti i"nativi digitali". Quando un concetto o un valore non è vissuto o elaborato profondamente si trasforma in una delle tante informazioni che attengono all'immaginario collettivo, ma senza sviluppo pratico. Oggi, più che mai, il lavoro del genitore è difficile. Sopratutto per noi che abbiamo dai quarant'anni in su. Siamo la generazione di mezzo tra coloro che sono usciti dalla seconda guerra mondiale e questo modo virtuale dove tutto si muove così velocemente da aver creato il fenomeno paradossale dell'immobilismo etico.
Mi vengono in mente le masse di idioti sapienti che dietro la protezione di un monitor pontificano, giudicano, colpiscono. Tutte persone istruite, addirittura colte, che spesso hanno una vita fatta di relazioni sociali quasi inesistenti, frammentarie, disorganizzate. Con orgasmi stimolati dalla digitopressione compulsiva sulla tastiera. Ma questo è un altro discorso.
Cosa significa scegliere? È soltanto formarsi delle opinioni scegliendo tra la grande massa di informazioni che i media ci forniscono? È identificare tra ciò che la grande informazione ci propone come più consono al nostro bagaglio di studi e di letture e quindi attinente al nostro corpus culturale?
Sì, possiamo affermare che spesso si tratta di questo. Dovrebbe bastare no? Sono cresciuto con dei principi, ascolto, valuto, mi formo una mia opinione, la esprimo. Tutto a posto no?
Un corno tutto a posto. Ci vuole, ci deve essere, una corrispondenza nella pratica quotidiana. Il pensiero si deve trasformare in azione. Le scelte, come i valori, devono rispecchiarsi nei nostri atti quotidiani. Ai nostri ragazzi va data la possibilità di studiare, di accrescere il bagaglio culturale, di sviluppare uno spirito critico, di essere in grado di riconoscere il barlume di vero dalla grande massa di cose verosimili. Devono imparare a essere. Ma tutto deve trasformarsi in energia cinetica. Tutto. A quel punto, della parola, preso atto dell'etimologia, mi interessa che si trasformi in eziologia di una grave forma di malanno: libertà e azione. Pratica quotidiana dello spirito indipendente, moto a luogo dei principi. Partecipazione e coinvolgimento fattivo. Come? Con la condotta quotidiana, con la costante capacità di ricercare il modo migliore di fare le cose a scuola, nel lavoro, in famiglia.
Zzo me ne frega di avere un figlio che si commuove per i terremotati se poi si comporta come uno stronzo con gli amici o i vicini di casa. Che si attiva con post sui social solidarizzando con gli immigrati se non aiuta la mamma a lavare i piatti. 'Nporta una sega che sia sostenitore di tutte le associazioni animaliste del mondo se quando incontra la vecchietta del terzo piano non la saluta nemmeno o non si offre di portarle la borsa della spesa. 

La butto sul ridere, ovvio. Esagero. Chi mi legge spesso sa che non riesco ad essere serio per più di due paragrafi.
Probabilmente ho raccolto in poche righe una tale massa di luoghi comuni da bastare per una vita intera.
Credo che un genitore debba compiere un grosso lavoro per incrinare a picconate quello schermo, quella bolla virtuale fatta di avvenimenti vomitati a milioni ogni singolo giorno, Avvenimenti che coinvolgono a livello percettivo, così pressanti e ripetuti da diventare però ipnotici. Alla fine si rimane immobili, spettatori di un mondo che incalza, ma noi fermi, passivi. Capaci di espressioni di sdegno o di compiacimento con il tempo di andare a pisciare tra una pubblicità e un'altra, con il tempo e la libertà di andarci a prendere un panino in attesa di una risposta su un post di facebook o un commento su "uozzap".
Insegnare ai nostri figli a coltivare i rapporti umani, a essere costruttivi in ambito scolastico e lavorativo, a muovere ogni tanto il culo invece che stare a fare soltanto chiacchiere. Ma i genitori devono esserci, non soltanto come procacciatori di vitto e alloggio, o compagni di gioco. Devono far sentire la presenza costante, anche a costo di sacrifici. Il dialogo deve essere continuo, significativo, aperto. Sopratutto ci vogliono gli esempi. Questa è la mission del terzo millennio. Tutte cose che sino a qualche decennio fa erano la normalità.
Come diceva qualcuno bisogna odiare gli indifferenti, è necessario essere partigiani. Ma un partigiano muove le chiappette sante, dà il buon esempio, agisce, non si limita alle attestazioni di principio. Non è possibile limitarsi a scrivere come schizofrenici editti sul giusto o l'ingiusto. Spacciatori di pensieri che ingannano con l'estensione per nascondere la mancanza di profondità.
La speranza è che i nostri "figliuoli" possano quindi utilizzare il grande dono della tecnologia e della rete con sapienza e divertimento. Divertimento e consapevolezza.
Leggere le declamazioni dei vari guru, con spirito leggero, le affermazioni dei nichilisti della domenica con il sorriso, ascoltare le concioni dei pluri mega super coltissimi et sapientissimi intellettuali da "circolo dei solitari avulsi dalla vita vera" con tenerezza. 


Adesso che vi ho rosolato, oppure se siete vegani scaramellato, le palle, lascio a tutti voi un segno della mia stima, siate certi che dopo la lettura di questo post non dovrete mai più dare prova del vostro coraggio. 
Qui sotto una bella canzone dei tempi andati, di quando si digitava di meno e si parlava di più


© 2017 di Massimiliano Riccardi

martedì 30 maggio 2017

Insieme raccontiamo 21. Alle volte la speranza è un palloncino colorato


Nuovo appuntamento con Insiemeraccontiamo. Appuntamento 21°
Come sapete Patricia Moll lancia un incipit e noi partecipanti proseguiamo in base all'estro del momento e in base ai nostri gusti. Tutto nell'arco di 300 parole, la difficoltà del gioco consiste in questo.

Partecipo con gioia. Sull'onda dell'emozione, ma con gioia.


L'incipit di Patricia

Stava affettando la cipolla per il ragù. La radio accesa a tenerle compagnia. Canticchiava sottovoce così come era capace, stonata e storpiando le parole inglesi.
Quasi a tradimento, dopo il mitico Elvis e il suo IN THE GHETTO, nell’aria si diffuse la voce roca e potente, inconfondibile, di Louis Armstrong.
Le note e le parole di WHAT A WONDERFUL WORLD entrarono nella cucina e dentro di lei.
Si fermò col coltello a mezz’aria come colpita da un pugno.
Come è bello il mondo… ma era bello davvero?

Il mio finale

Per un attimo il viso fu scosso da un tremito. Abbassò le mani. Lo sguardo corse sui lividi già vecchi che tinteggiavano di giallo la pelle delle sue braccia.
La radio continuava crudele. Di nuovo Elvis:
" Like a river flows
Surely to the sea
Darling, so it goes
Some things are meant to be…"
Già,
... come un fiume che scorre sicuro verso il mare. Dolcezza, funziona così
Certe cose sono destinate. Prendi la mia mano, prendi anche tutta la mia vita
perché non posso evitare di amarti...
Belle parole, purtroppo la sua vita era stata presa, ma non come cantava Elvis.
Guardò il suo bambino che disegnava tranquillo seduto al tavolino costruito dal nonno. Palloncini colorati ornavano i bordi. Non alzava mai lo sguardo quando era nel suo mondo di fantasia.
Erano fuggiti da quella casa con indosso soltanto una camicia da notte e un pigiamino. Alle spalle le urla del marito. 
Il tassista non aveva proferito parola mentre dallo specchietto guardava il suo viso tumefatto. Ricordava di aver sostenuto quegli sguardi, non era lei a doversi vergognare. Così come non aveva detto nulla il suo vecchio padre che l'aveva accolta. Un padre non ha mai bisogno di troppe parole, può solo esserci, sempre.
Altre note riempivano il vuoto. Si avvicinò al suo piccolo uomo. Gli accarezzò i capelli e si chinò a baciargli il capo.
Poteva ricominciare. Doveva ricominciare. Per lui. Lontano da tutto quel male, da quei gesti e quelle parole che feriscono.

Si lasciò trasportare dalle parole e dal Blues di Nina Simone. Nonostante alcune lacrime prepotenti e il nodo alla gola, sorrise. Tutto sommato il mondo poteva essere bello, davvero.




© 2017 di Massimiliano Riccardi

sabato 13 maggio 2017

Padri e figli



Tentativo di narrazione. Forse per un racconto lungo da inserire in una raccolta, oppure parte di un romanzo con attinenza in fase di progettazione. Boh, bozza nuda e cruda esposta al pubblico giudizio. Nulla di definitivo, tutto ancora da scrivere, correggere e migliorare... o cancellare.


… Riesco a immaginare la tua rabbia, ma ancora di più il tuo smarrimento. Perché di questo si tratta, in fondo. 
La violenza è spesso figlia della desolante paura di chi si sente in balia del mondo. C'è un confine, sottile ma profondissimo, che separa l'umana coscienza dall'animalesco dibattersi annichiliti dal terrore.
Dicevo di essere in grado di capire, ed è vero. Sono io stesso il risultato di quelle paure e turbamenti. Non ho dimenticato cosa significhi l'incertezza, il senso di inadeguatezza di fronte a una vita che si rivela piena di incognite.
Quando si è giovani esiste solo l'assoluto. Tutto ti schiaccia o ti esalta.
Tutto scorre, anche questo è vero. Non voglio però sminuire la questione raccontandoti che il tempo aggiusta sempre le cose.
Occasionalmente ci sentiamo come aggrappati a un masso mentre il turbinare delle acque ci passa sopra. Ci attraversa. Urliamo al cielo, non necessariamente per chiedere aiuto. Spesso semplicemente perché non vorremmo essere lì, non ci interessa nuotare e navigare quel fiume. Il desiderio di salvezza ci è estraneo. Ed è un urlo doloroso, che spacca i polmoni e risucchia i visceri, rende sordi. 
Sì, può capitare di desiderare il nulla. Non esistere. 
In questo non posso aiutarti. Io, se scaraventato sul ciglio del più profondo dei precipizi cercherei di restare aggrappato anche al più aguzzo e tagliente spunzone di roccia. Sono fatto così.
Ho osservato il tuo volto e ascoltato ciò che avevi da dire, più che fare attenzione alle accuse vomitate e alle parole dette con la bava alla bocca mi sono soffermato sul suono soffocato delle ultime sillabe, sullo scricchiolio della gola che cercava di deglutire, sulla sofferenza che c'era nelle vocali spezzate pronunciate, sul lamento monocorde e quasi impercettibile che scuoteva il mio cuore tra lo spazio dell'ultimo suono udibile e il roteare dei tuoi occhi che avrebbero voluto piangere, dire altro. C'era speranza inconfessata nei tuoi gesti. A questo mi aggrappo.
Avrei voluto abbracciarti. Non l'ho fatto. Ho lasciato vincere il tuo rifiuto. Ho scelto di essere odiato. Mi sono fatto agnello sull'altare di qualche dio bastardo che chiede sangue. Ora hai bisogno di questo? Ebbene io te lo offro. Usami come valvola di sfogo per tutta la desolazione che porti nel cuore.
Io ti sono padre. Il tuo dolore è il mio.
Non puoi capire adesso, lo so. Ora madre e padre hanno la consistenza di quella polvere maledetta che ti distrae da te stesso. Quello che non capisci è che mille volte verrai abbandonato e altre mille ritroverai quei genitori artificiali e infami che ti guardano beffardi, illusioni di benessere chimico. Oppure lo sai bene, e questo è il tuo modo per gridarci in faccia quanto siamo stati inadeguati con te. Allora che odio sia. Prenditela con me, non distruggere ciò che sei e che potrai ancora essere.
Se far parte della tua vita comporta ricevere sputi in faccia, allora ben vengano, se dare il mio nome al tuo furore è necessario per trovare una strada, fallo. Io ci sono, anche da lontano. Io ti sono padre. Ho le spalle larghe e le braccia forti, posso abbracciarti senza nemmeno toccarti. Si chiama amore.



© 2017 di Massimiliano Riccardi

sabato 29 aprile 2017

Insieme raccontiamo 20: La Caina


Ennesimo appuntamento con Insieme raccontiamo. Appuntamento numero 20. 
Per  chi non conoscesse l'iniziativa, si tratta di un gioco che prevede un incipit scritto da Patricia, e la creazione di un finale, con un limite di parole e a tema libero, scritto dai partecipanti.
QUI trovate il post di lancio della madrina Patricia Moll



Spero di divertirvi come mi sono divertito io a giocare con le parole e la fantasia.


L'incipit di Patricia

Porca miseria! Era in ritardo e si era pure persa. Non essere capace a leggere le cartine era grave e non avere il gps era pure peggio.
Da quello che ricordava non doveva attraversare un bosco ma una città. Menomale che ne stava uscendo e forse così avrebbe incontrato qualcuno a cui chiedere informazioni. E magari far benzina… accidenti! Il serbatoio era quasi vuoto. Ma non aveva fatto il pieno prima di partire? Forse l’auto aveva qualche problema o sbagliando strada l’aveva allungata....
“E come mai è così buio ?” si chiese.
Lasciata l’oscurità creata da quegli enormi castagni così alti da non lasciarle intravedere il cielo, aveva sperato nel sole e invece…. “Ci mancava ancora il temporale!”
Tuoni e fulmini a raffica e là, nel prato alla sua sinistra… la casa… quella che aveva sognato la notte precedente e quella prima ancora. Da settimane la sognava ormai.
Vecchia, in pietra, con una torretta su un lato… costruita su un terreno incolto a fianco di un fosso pieno di acqua… sotto un cielo nero che illividiva a causa dei lampi violenti come esplosioni nucleari.
E quella finestra a piano terra illuminata...
L’auto inchiodò improvvisamente come se avesse premuto di colpo il freno ma lei non lo aveva nemmeno sfiorato.

Il mio finale

Scese.
Dovette alzare il bavero della giacca nell'illusione di proteggersi dal vento. Alzò gli occhi al cielo e vide che un banale temporale si stava trasformando in qualcosa di peggio. Sussultò a causa di un tuono vicinissimo.
Tornò a guardare in alto, il cielo era oramai completamente coperto da spesse nubi nere. Macchie di luce dai colori cangianti mulinavano, a tratti sembravano quasi contrarsi e dilatarsi, come gigantesche bocche il cui fondo era più buio che mai.
Cadde improvvisa una pioggia fitta e violenta.
Corse prendendo come riferimento la luce giallognola e tremolante della finestra al primo piano. Sentiva il cuore scoppiare nel petto, faceva fatica a contrastare il muro d'acqua e il vento, la luce pareva allontanarsi sempre di più a ogni passo. La forza d'impatto della pioggia le impediva di tenere gli occhi aperti. Fu presa dal terrore. Immagini  le balenarono alla mente: la sorellina che venticinque anni prima aveva lasciato morire in quello specchio d'acqua senza soccorrerla e senza chiedere aiuto. Ricordava il puro godimento di quegli attimi fomentato dalla brutale invidia che la spingeva a desiderare di vederla morta. Adesso, per la prima volta, quei sentimenti la sconvolgevano. Non era pentita, ma  terrorizzata senza capire il perché.
Scivolò a terra battendo la testa su di una pietra. Perse i sensi.
Quando si riprese vide che aveva smesso di piovere.
Il panorama era cambiato, della casa soltanto macerie, tutt'intorno nebbia, terreno ghiacciato e scivoloso. Nessun suono se non quello dei suoi ansiti.
Paura.
Poco più avanti la foschia parve diradarsi. Vide la sua auto accartocciata contro l'unico albero di quello che prima era un bosco.
La nebbia si dissolse. Si guardò intorno. Nulla intorno a lei. Una terra desolata e fredda. Una distesa di ghiaccio che si estendeva a perdita d'occhio.
Tornò a guardare verso la macchina, si fece ancora più vicina. All'interno un corpo senza vita: il suo.
Urlò. Un grido che partiva dal profondo ma che non aveva voce.
Sola.



© 2017 di Massimiliano Riccardi

sabato 22 aprile 2017

Epistula non erubescit, figuratevi io. Facezie oltremodo inutili




Molto bene, è il caso di dirlo. L'aver diradato la pubblicazione dei post è servita. Magari non ne ha beneficiato questo blogghetto ma sicuramente ha giovato al detentore dello stesso, il sottoscritto, ovviamente.
Ho avuto modo di seguire le mie vicende personali con più attenzione e ho avuto modo di leggere gli articoli degli amici blogger con calma e senza fretta. Per fortuna ci sono loro, il web è altrimenti impestato di personaggi inquietanti, davvero.
Un milione di Blog e siti, e altrettante vaccate in rete. Nulla di male, rientra tutto nel quadro dell'economia generale. Ho letto di scrittura, di come si dovrebbe scrivere, di cosa è giusto scrivere, sull'opportunità di scrivere o non scrivere, di quanto siano tutti assolutamente inadeguati rispetto ai grandi della letteratura. Addirittura ho letto critiche feroci e prese di posizione da parte di autonominati guru della penna e del calamaio che mai si sono cimentati o che non sono mai stati pubblicati. I guru, per intenderci, sono quelli che non fanno ma insegnano, che ti spiegano la vita senza viverla realmente. Dei Buddha, anzi soltanto ciccioni come Buddha, anzi personaggi che di ciccione hanno solo l'ego smisurato. Li adoro. Mi riconciliano con il mondo quando mi trovo a pensare che la vita è uno schifo, mi dico: "Beh, non sono ancora sceso così in basso, faccio cose, muovo il culo, agisco, non vivo di vetrine virtuali dispensando massime e interpretazioni personali spacciandole per sacrosante verità."
Tra i blogger che seguo (alcuni sono nel mio blog roll e altri nell'elenco di letture dei blog seguiti offerta da blogspot), ho trovato spunti interessantissimi. Ho letto con vero piacere la splendida Marina Guarneri (c'è sempre da imparare da lei, fidatevi); mi sono gustato gli articoli di quel gran paraculo sagace e intelligente blogger che risponde al nome di Salvatore Anfuso 😇 (anche da lui c'è da imparare, fidatevi nuovamente di me), in grado di toccare tasti dolenti come pochi sanno fare; ho seguito il percorso del Jolly raccontato così bene da Chiara Solerio. Questo breve elenco per citare soltanto alcuni blogger che si sono occupati di scrittura, ma ce ne sono altri ovviamente. Tralascio tutti gli altri blogger che seguo, per alcuni provo sincero affetto e lo sanno (nevvero Patricia Moll?), soltanto perché, come me, diversificano maggiormente le tematiche dei post. Durante queste giornate emotivamente pesanti mi sono anche divertito, e in qualche occasione ho trovato spunti di riflessione, di questo li ringrazio, tutti.
Come sapete io scribacchio, e incidentalmente pubblico, ma di scrittura non ne parlo mai, non esprimo giudizi e non fornisco indicazioni di sorta. Scribacchio, sì. Lo faccio per piacere personale ma anche nella speranza di diventare abbastanza bravo da lasciare un giorno testimonianza del mio passaggio su questa terra. Inutile nascondersi, è giusto dirlo. Chi scrive per se stesso si prendesse un cazzo di diario personale da riporre nel cassetto e non rompesse le palle, direbbe la mia vicina di casa. Non ho consigli da dare, non ho nulla da insegnare, non sono in grado di indicare la giusta via per diventare scrittori. Come i primi uomini, sono armato soltanto di pietra focaia e tento di accendere un fuoco. Lavoro sodo per cercare di controllarlo, questo benedetto fuoco. Diciamo che sono in itinere, figuriamoci se mi permetto di salire in cattedra. Vedremo, chissà, boh.
Una cosa però posso dirla, ma riguarda indicazioni di massima che attengono tanto alla scrittura come alla vita di tutti i giorni: lavorate sodo, sperimentate, rischiate esponendovi con i vostri lavori al pubblico, non giudicate ciò che non siete in grado di fare o di capire. Insomma non rompete le scatole agli altri e scrivete, scrivete punto e basta, se è ciò che amate fare. Qualcosa succederà.
Nella scrittura c'è vita, diversa, diversificata, migliore, peggiore, c'è tutto e non c'è niente. Può essere totalizzante o alienante. Ma c'è vita. Scrivere non è soltanto riportare fatti, descrivere emozioni, non è soltanto cronaca del mondo o costruzione di altri mondi, è di più. Qui mi tocca citare un tipo strambo, ma strambo davvero eh: “La scrittura e le cose non si somigliano. Tra esse, Don Chisciotte vaga all’avventura.
Va bene, ho concluso la tiritera. Che due palle vero? Hahahaha, piatto del giorno: Cabbasisi scaramellati, come direbbe un mio amico siciliano.
Buon proseguimento e state sereni, c'è posto e spazio per tutti, puntare il dito è facilissimo, è nel capire e comprendere il prossimo che sta la differenza. Nel capire se stessi la difficoltà maggiore.

Ok, ora vi lascio, vado a ubriacarmi e a prendere pessime decisioni 😉



                                               Somewhere over the rainbow, way up high... 

© 2017 di Massimiliano Riccardi

lunedì 3 aprile 2017

Inutili facezie. Cazzeggio in merito ai colori della nostra vita


Il blog è fermo da circa un mese, pazienza. Nessuna analisi da proporre, nessuna disamina sui massimi sistemi. Propongo soltanto un paio di riflessioni nel mio consueto modo sgrammaticato. Armatevi di pazienza e comprensione e vogliatemi bene. È stato un periodaccio 😃
Giornate intere passate a fare cose, risolvere problemi. Può capitare anche, ad esempio, di tornare a casa dopo dodici ore di notte trascorse a sentire urla, contenere gli impeti di un anziano che perde il senno a causa dell'ospedalizzazione, tranquillizzare un giovane uomo terrorizzato perché colpito da infarto. Ore passate a "fare cose", interminabili ore. Somministrare farmaci, combattere contro la voglia di urlare a causa dell'allucinante e ipnotico cicaleggio dei monitor, delle pompe infusionali che si bloccano e chiedono attenzione come se fossero vive e in grado di chiamarti. Sempre con gli occhi sulle tracce elettrocardiografiche attenti a eventuali modifiche. Tralasciamo il sangue, la merda, la morte, il dolore, la noia, la delusione, sono dettagli sempre compensati dalla consapevolezza di aver fatto tutto al meglio per la salute dei tuoi pazienti. Può capitare di essere stanchi di tutto ciò, cazzarola, la notte è fatta per dormire. 
Così si dice. 
Dentro di te c'è del buio, spesso e consistente, assonnato, puzzolente, rabbioso.
Torni a casa e il tuo nano è già sveglio, pronto per andare all'asilo. Inganna il tempo prima di incominciare la sua giornata. Vorresti soltanto andare a dormire, ma ti imponi di dedicargli del tempo. È giusto. Fa bene al cuore. Lo guardi.

Gesti minuti. Sguardi stupiti. Risate argentine. Gioia.
I movimenti sono goffi, senza un vero scopo preciso, così sembra. Manipolazione della materia, contatto con il reale.
Ti guardo giocherellare con le formine e i pennarelli. Sono stupito da come oggetti solidi e con uno scopo preciso si trasformino in mezzo per creare altro. I colori fluiscono come pensieri lasciati liberi, finalmente. C'è confusione e apparente disarmonia. L'improbabile è solo nei miei occhi di adulto, ovviamente.
Le immagini hanno un senso, alla fine. Figure di case, abbozzi di alberi, persone. È rassicurante per un adulto riconoscere qualcosa di famigliare.
Il flusso potente è però nei colori. Il rosso e il giallo, dinamico e caldo sfondo. Il tratteggio di nero che spicca lontano, come un confine violato dal resto della follia cromatica. Verde, arancione, blu, rosa, azzurro, e nuovamente rosso arancione e giallo. Arcobaleni che non hanno linea e direzione attraversano le immagini. Il vero senso del disegno, forse.
Scoperta. Speranza. Sogni. Fiducia. Tutto appare chiaro. Non c'è limite. 
Il foglio bianco sembra non essere in grado di contenere la marea montante delle emozioni. Spruzzi e sprazzi di colore tentano di lasciare la superficie. Non sono tratteggi timidi. Forzano lo spazio, lo superano. Travalicano l'ordine costituito dai bordi del foglio. Il fulcro del disegno è il centro. L'esplosione di cromatismi che si irradia. C'è senso di libertà in tutto ciò. Tutto appare possibile. In effetti, tutto è possibile quando si hanno cinque anni e i colori sono semplicemente particelle di anima, sentimento, risate e pianto. Pensieri che prendono forma e impalpabile lucentezza. Non c'è soddisfazione al termine dell'opera, c'è voglia di passare ad altro. Moto continuo, moto perpetuo. Voglia di esplorare, sperimentare, osare.
Vorrei avere la tua visione, ritornare a quel periodo dove tutto partiva dal centro, da noi stessi. Quando i confini erano ancora da definire, anzi, quando i confini apparivano qualcosa di sconosciuto. Prima che la vita, il lavoro, le regole, le convenzioni sociali, il "si fa così", ingabbiassero il naturale desiderio di essere un tutt'uno con la luce, l'aria, il sole, il cielo, la vita. Conserverò quel disegno, come tutti gli altri del resto, ma già catalogarlo e conservarlo è fargli torto. La tua tavolozza è molto più grande, quelli che conservo sono solo tasselli di un disegno più vasto. L'immaginifico e il concreto si confondono. Quello che è vero non è vero, e per questo ancora più reale. Non si tratta di semplice fantasia, c'è del lavoro dietro. La costruzione di un mondo che parte dal profondo e che attraverso il gesto di piccole mani ancora goffe, cerca di toccare altri mondi, infiniti mondi ancora da scoprire.

Luce.



© 2017 di Massimiliano Riccardi

mercoledì 15 marzo 2017

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO



Voglio scusarmi con tutti i lettori del blog e con gli amici blogger per la latitanza di questi giorni, purtroppo per motivi legati alla salute di mia moglie continuerò ad essere assente ancora per un po'. Non sono riuscito a trovare stimoli per scrivere alcunché, mi dispiace. Domani lei subirà un piccolo intervento chirurgico e il problema verrà risolto.
A presto, spero già la prossima settimana, con le facezie di "infinitesimale".

Massimiliano