scrivere per vivere vivere per scrivere

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La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. (René Descartes) ********************************************************************************************** USQUE AD FINEM

lunedì 10 ottobre 2016

Di scrittura, giudizi e altre facezie




Qualche giorno fa su blog "Appunti a margine" di Chiara Solerio è uscito un post molto interessante dal titolo Il rapporto tra autore e personaggi - la sospensione del giudizio. Proprio perché trattava una tematica che mi interessa molto ho deciso di intervenire con un commento. Come spesso capita al sottoscritto è venuto fuori un vero e proprio torrente di parole che ha obbligato blogspot a difendersi rifiutando l'inserimento se non a costo di frammentarlo in almeno tre parti. Naturalmente ho optato per la soluzione più divertente per me: ne ho ricavato un vero e proprio post.
L'articolo di Chiara partiva da un assunto ben preciso, a me ha fornito il destro per ulteriori osservazioni legate anche al mio vissuto quotidiano. Ovviamente si tratta di considerazioni personali e come tali del tutto opinabili. Qui sotto riporto quello che avrebbe dovuto essere il mio commento.

Quello della sospensione del giudizio è un argomento non da poco. Attiene  alle relazioni umane come alla scrittura. Nei primissimi anni 90' incominciavo gli studi per poter svolgere la professione che ancora oggi mi permette di vivere, appresi un concetto che sino ad allora era soltanto una parola come tante: empatia.
Termine abusato, usato troppo spesso a sproposito, per mille motivi contraddetto dagli stessi atteggiamenti di coloro che se ne fanno promotori e fautori.
Ovvio che nel mio campo l'empatia deve avere necessariamente un riscontro pratico, non può essere soltanto un concetto acquisito o una banale nozione. 
Per rendere più snello il ragionamento, e per non risultare banalmente didascalico, possiamo dire che l'empatia è quello stato che ti permette di ascoltare il tuo interlocutore, percependone le emozioni, i drammi o le gioie, come se fossero le tue. Bada bene, sottolineo il "come se". Fondamentale. Difficile.  Vale anche per i personaggi  di un romanzo, a meno che non si desideri dar voce a un'evidente presa di posizione. 

Dunque, dicevamo empatia, ascoltare le emozioni e i sentimenti "dell'altro da me" senza che diventino le tue, percepire il dolore senza soffrirne a tua volta, ascoltare le paure dell'altro senza provarne tu stesso.
Impresa titanica ti garantisco, nei fatti è un processo molto difficoltoso, la realtà ha talmente tante variabili che è spesso difficile applicare le teorie sino al giorno prima solo lette e studiate.
L'empatia come confine fondamentale tra la simpatia e l'antipatia, anzi, la totale esclusione di ogni attitudine affettiva personale, banalizzo ma è per far capire. Ascoltare l'altro astenendosi dal giudizio, entrare nella sua visione senza esserne coinvolto. Una sorta di ascolto non valutativo e giudicante ma comprensivo nel senso più puro del termine.
Immagina l'approccio terapeutico di un caso limite: io ho bisogno di raccogliere più informazioni possibili su di un paziente che ha una formazione culturale totalmente diversa dalla mia, ad esempio un mussulmano praticante, con abitudini alimentari diverse, un concetto di società agli antipodi con il mio, a quel punto? Come posso ascoltare quello che ha da dirmi senza essere preda del mio sentire? Senza essere vittima del mio giudizio o pregiudizio? Posso solo ascoltare dimenticando chi sono senza però annullarmi, ascoltare il suo disagio senza provarlo io stesso, a quel punto cercando di instaurare un processo empatico, posso pianificare tutto quello che è il mio agire da professionista adattando le mie risorse alle necessità del paziente. Quindi via i "qui si fa così", via i "che cazzo di modo di vivere", via tutto ciò che non attiene alla pura e semplice comprensione dei bisogni dell'altro. Astensione dal giudizio. Lasciar emergere quello che il mio interlocutore ha in sé, cercando di percepire esattamente la sua emozione. 


La mia risposta deve essere influenzata da ciò che posso fare per favorire il suo "star bene" senza giudicare i perché e i per come il paziente è in quella condizione. L'empatia come comunicazione non violenta che utilizza un linguaggio assertivo. Vale per tutti i "tipi umani", ho parlato del mussulmano perché a quanto pare oggi tentano di farci credere che sia un problema, ma il discorso vale anche per il contadino dell'entroterra ligure.
Non sono un vero scrittore e non ho esperienza, ma nel mio romanzo ho cercato di delineare i personaggi sulla falsa riga di quello che mi capita di fare tutti i giorni, non sempre con successo.
Ho lasciato che fossero loro a parlare, ho ascoltato le loro emozioni e quello che avevano da dire. Ho cercato di evitare di mettere in ballo quella che è la mia personalissima idea in merito agli argomenti trattati. Ho pianificato un tipo di narrazione dove le emozioni positive o negative sono slegate dal narratore, ma sono riconducibili solo all'agire dei protagonisti. Ovviamente non avevo nessun intento se non quello di dar voce il più liberamente possibile a dei personaggi, nessun piano terapeutico, nessuno scopo pratico da raggiungere.
Ci sono riuscito? Non lo so. Però ci ho provato. Forse, e dico forse, il miglior modo di scrivere (parlo di romanzi) è proprio provare ad astenersi dal giudizio e lasciare ai protagonisti della storia l'arduo compito di esprimere giudizi. Come in tutte le cose si va avanti per tentativi, si prova e si sperimenta. 
Vecchierelli, canuti e fragili, ci ritroveremo a raccontarci se alla fine saremo riusciti nell'impresa. Sarebbe già un grande successo esserci riusciti nella vita di tutti i giorni.

venerdì 30 settembre 2016

Insieme raccontiamo 13



Con molto piacere partecipo nuovamente al gioco di Patricia Moll:

Insieme raccontiamo 13° episodio

E' necessario proseguire il racconto partendo dall'incipit di Patricia con un limite di 300 parole o 300 caratteri

Qui il link che rimanda all'iniziativa

Un raccontino preparato in fretta e furia. Spero risulti comunque gradevole


L'incipit di Patricia:

Seduta sulla poltrona, alzò gli occhi dal giornale. L’articolo le aveva fatto capire cosa doveva cercare per ottenere quello che voleva.
Lo posò, si alzò e così come era in casa uscì dirigendosi verso….

Il mio finale:

... la strada sottostante verso il negozio dietro l'angolo. L'annuncio pubblicitario del giornale locale parlava di grossi sconti. Entrò come una furia.
«Presto, la mia bambina torna da scuola e non mi trova.»
Il commesso guardò stranito quella donna così agitata. Non commentò, si mise a disposizione.
«Voglio quei nastri azzurri in vetrina.»
Il commesso li prese e li porse alla donna. Lei in tutta fretta pagò.
«Mi scusi sa, devo scappare, mi scusi, ho paura di non fare in tempo.»

Era quasi l'alba. Una mano scosse la spalla della Dottoressa Guidi afflosciata su di una sedia metallica.
«Dottoressa, dottoressa, si svegli. Credo che ci siamo.»
Lavorava in quell'ospedale, era lì non come medico di reparto ma come figlia. Aveva sognato sua madre. Dal monitor si potevano vedere tutti i parametri vitali precipitare. Avevano concordato di non rianimare la mamma. Era allo stadio terminale della malattia. Il cancro l'aveva resa uno scricciolo fatto di pelle e ossa. Un lungo e impietoso Calvario.
La dottoressa Guidi, senza curarsi di chi le stava intorno, si sedette sul letto, poi con delicatezza mise una mano dietro la schiena della madre e senza sforzo la sollevò sino a portasela al petto. Con il mento sopra la spalla pianse silenziosamente. Sentiva i contorni delle ossa del torace, l'odore di malattia e morte. Un grido accennato, sibilante, le uscì dalla bocca. Chiese perdono. Per non esserci mai stata in tutti quegli anni, per la poca pazienza nei suoi confronti. Chiese perdono.
Era una mattina di marzo quando si svolse il funerale. La dottoressa si sorprese di quanto fosse piacevole quel vento capriccioso, di come fosse bello il tepore dei raggi del sole che annunciavano la primavera.
Aveva voluto rimanere sola per un ultimo saluto. Mentre si asciugava le lacrime si avvicinò una bambina tenuta per mano dalla nonna. La bimba la guardò con un mezzo sorriso, intenerita da quell'adulto che piangeva. Senza una parola si sciolse i codini e mise in mano alla dottoressa i nastri che le legavano i capelli. Fece un ultimo sorriso e se ne andò. La dottoressa Guidi, prese i due nastri e se li portò al volto per sentirne il profumo. Grata per quel gesto di gentilezza, mise nella borsetta i due nastri azzurri, identici a quelli del sogno. Si allontanò inspiegabilmente più serena.

lunedì 19 settembre 2016

Fronte del porto, ovvero di scribacchini genovesi e altre facezie


Molto bene, dopo quasi un mese torno a pubblicare un post. Ho però partecipato all'attività della blogosfera come semplice visitatore e commentatore.
Non è stato un mese improduttivo, anzi, oltre alle solite incombenze della vita, ho terminato la stesura del nuovo romanzo. Mancano i necessari accorgimenti per renderlo qualcosa di ben strutturato, ma ci siamo, è pronto. Ora ricomincia la solita trafila per proporlo e sperare che risulti degno di pubblicazione.
E JOSHUA? 
Joshua vive. È un romanzo che mi ha dato molta soddisfazione. Non ha sicuramente avuto il successo di vendite che un autore spera sempre di riscontrare, non ho nemmeno dati utili da fornire perché il mio editore non me li ha ancora forniti, però, perché c'è un però, il successo è arrivato comunque.
Il successo già, questa chimera. Cosa è il successo?
Per quello che mi riguarda, al di la dell'aspetto economico di cui tra l'altro non ho ancora avuto riscontri tangibili, per quello che mi riguarda, dicevo, l'aver ottenuto l'attenzione e il sostegno di tante persone mi ha fatto sentire già ricco.
Ho ricevuto mail di sconosciuti che si complimentavano, più donne a dire il vero. Mi sono arrivati messaggi da parte di lettori che in modo costruttivo hanno voluto chiarimenti in merito ad alcuni passaggi del romanzo. Con grandissima sorpresa mi sono state regalate recensioni assolutamente inaspettate e gradite. Ho visto il mio romanzo ospite di vetrine che blogger squisiti hanno voluto offrirmi senza che io lo avessi chiesto e senza nulla pretendere in cambio.
Quello che mi ha colpito profondamente è stato vedere altri autori che sprecavano tempo e parole per diffondere un'opera che non era la loro. Ho provato emozioni fortissime nel leggere le parole di chi si è preso la briga di raccontare i propri sentimenti dopo la lettura del mio romanzo.
Non parliamo di grandi numeri, ne sono sicuro, ma ritengo di poter parlare a ragion veduta di successo. Successo perché chi mi ha letto si è divertito, si è commosso, ha riflettuto. Questo per me è il segno di ciò che io considero successo. Il resto, gli aspetti più ridondanti e di valenza economica non potrebbero minimamente bilanciare la grande soddisfazione di un esordiente che ha desiderato dire la sua nel mare magnum dell'editoria e ha ottenuto dei riscontri così umanamente significativi.
Dico grazie a tutti. Non sono in grado di dire se di questo scribacchino che vi sta tediando riusciremo a farne uno scrittore vero, però grazie. Per il sostegno, l'affetto, l'incitamento a far meglio.
La lista delle persone da ringraziare è lunghissima, QUI trovate il link di tutti i recensori. Ma non dimentico nemmeno coloro che si sono presi la briga di mandarmi mail o contattarmi privatamente su FB, linkedin o quant'altro.
L'aspetto più triviale di questo post non può essere escluso, infatti, QUI e QUI, ci sono i link per acquistare Joshua su  ibs e Amazon.
Un anno dalla pubblicazione, quasi, un anno ricco di soddisfazioni e piacevoli incontri di persone fantastiche. Pochi, pochissimi gli incontri poco produttivi, ovviamente guardando la mia barra laterale di sinistra è facile capire che io per primo ho supportato molti altri autori.
Non voglio fare una lista perché mi sembra pura piaggeria, ma chi mi è stato vicino sa bene, molto bene, che ha un pezzetto del mio cuore nelle sue mani, altro non posso donare.
Per il resto … chi vivrà vedrà. Fine della tiritera.
Uh, vi ho sfiancato con tutte queste chiacchiere? E vabbè su, forza, poi passa. Chi ha avuto modo di conoscermi un po' meglio sa che dietro l'apparenza di casinista e cazzaro c'è una persona sincera.

Alla prossima.





© 2016 di Massimiliano Riccardi

martedì 30 agosto 2016

Insieme Raccontiamo 12. Finale horror, hard, snack, trak, blok, quello che volete voi



Eccoci qui, ancora una volta partecipo con gioia alla bellissima iniziativa di Patricia Moll e del suo gioco di aggregazione "Insieme Raccontiamo" che in questa puntata festeggia un anno di spensierate facezie e intelligenti scambi tra blogger che hanno voglia di mettersi in gioco con spirito di gruppo e, seppur virtuale, sentimento di amicizia.
Ora… voglio sorvolare sulla devastante immagine che alcune blogger hanno voluto fornire del sottoscritto, manderò loro il conto dell'analista hahahahahaha. Mi sono molto divertito a leggere gli interventi di tutti/e. Propongo un finale folle, com'è nel mio stile. Spero possa strappare un sorriso ai coraggiosi lettori.
E ora via al ballo.

L'incipit di Patricia
Su una spiaggia, due uomini sulle loro sdraio, sussurravano. Uno dei due chiese all'altro: - E i due desaparecidos?
-Chi? Il Pg e il Mich? I fantasmi di quel blog.. come si hiama... Fanno le sabbiature – e indicò due cumuli di rena da cui spuntavano solo i piedi ad una estremità e i cavetti collegati a due ipod dall'altra. - ma... shtttt! Che se ci sente....
- Mou belin! Ma vuoi che ci senta fin qua? Mica sa dove siamo..
- Eh...miha sa dove siamo.... Maremma proustiana! Non mi fido. Ha orecchie e occhi dappertutto. Mai fasciassi la testa prima d'avella rotta ma....
- Uhm... c'hai ragione, belin.. Ti ghe ragiun
- E poi tu lo sai... home rompe i hohomeri quella, miha li rompe nessuno
- Speremu!
- Eggià! Un se ne pòle più!
Anche i due cumuli di sabbia ebbero un movimento sussultorio. Pure i desaparecidos tremavano a quella possibilità.
In quel momento, si alzò uno strano vento. Tutto era immobile. Non un granello di sabbia si spostava ma verso di loro avanzò un venticello rovente che fece cadere ai loro piedi un foglietto.
Incuriositi lo presero e lo lessero. Sbiancarono.
C'era scritto

Terrorizzati si guardarono attorno.
- Nooooooooooooooooooo!!!!! - urlarono all'unisono.
Al loro grido, i due cumuli di sabbia scoppiarono come geyser buttando sabbia a metri d'altezza.
Il Pg e il Mich furono dritti, bianchicci come latte solo i piedi arrostiti dal sole, in mano piadine e arrosticini.
Guardarono nella direzione indicata dagli altri e videro...

Il mio finale
e videro …
… sorgere dal mare una piattaforma di acciaio luccicante, una volta che le acque l'ebbero abbandonata, delle figure vestite di nero e dagli occhi rossi lampeggianti si stagliarono sul bordo della struttura terrificante. Improvvisamente un urlo feroce scuote la calma apparente.
«STAKKA BLOGGEEEEEER, A ME!!!!!»
Era la temibile Patricia Moll, teschi sbiancati dal sole di blogger assenteisti adornavano la sua cintura, al fianco la spietata Glò detta "la vecchia segugia della blogosfera". La sua tuta di pelle nera era stata cucita con l'epidermide di numerosi blogger polemici, inseguiti, catturati e uccisi nel corso degli anni. Subito dietro Marina, chiamata "l'Amazzone del 31 dicembre", detta così perché se sbagliavi un congiuntivo era la fine dei tuoi giorni, scuotendo la testa e digrignando i denti caricava il suo fucile a pompa spara penne e calamai. Poco a poco tutte le altre componenti dello squadrone della morte si avvicinarono al bordo della piattaforma: ReginaZalieva, dal canto stordente e ipnotizzante; Marina Zanotta, con le sue trappole di colla e carta da rifascio; Federica Redi dallo sguardo che ti riduce a statua di ghiaccio. Molte altre cacciatrici-guerriere si avvicinarono pronte a lanciarsi in mare per raggiungere la spiaggia di nudisti, effimero rifugio del Vecchio Ivano detto "svrdbnv" in una lingua segreta parlata in altrettanto segreti circoli esoterici, del Meno Vecchio Max detto "il conciso", e dei due improvvidi latitanti Mik & PG completamente ricoperti di rossetto, frutto di languidi baci di centinaia di ninfette adoranti.
A quella vista i quattro, completamente nudi, incominciarono a fuggire. Sabbia scalciata, sdraio rovesciate, ombrelloni abbattuti, vecchiette in costume adamitico che tentavano di immobilizzare Mik & PG, psichiatri in ferie che guardando L'Ivanone e il Max prendevano appunti … il caos.
Una musica sempre più alta incominciò a udirsi: la cavalcata delle Valchirie.
Tra le onde, le cacciatrici nuotavano con foga incitandosi l'una con  l'altra emettendo urla belluine. Volevano il sangue. Ehem,  in alternativa un Caipiroska, in ogni caso qualcosa avrebbero avuto … il bar della spiaggia era aperto.
I primi a cadere furono Mik & PG, le nonnine erano in realtà agenti in incognito della Stakka Blogger Inc. appostate lì da mesi. Una fine orribile, devastati da coccole e buffetti e ingozzati sul posto da fette giganti di torte di mela. Urla agghiaccianti. L'orrore allo stato puro. Il povero PG in un ultimo momento di lucidità recitò il teorema di Pitagora cercando conforto da quello strazio. Mik perse conoscenza e fu attraversato dai ricordi di tutta la serie in lingua originale di Jeeg Robot d'acciao.
Il Vecchio Ivano e Max il conciso trovarono rifugio in una cabina. Appesi e in bella vista due impermeabili.
«Ivanone, siamo circondati indossiamoli e cerchiamo di distrarle, poi approfittiamo della confusione e fuggiamo.»
«Ma come, mio parco di parole e timidissimo amico?»
Max indossò l'impermeabile, e come nella migliore tradizione dei celebri Don Giovanni genovesi, aprì all'improvviso mostrando con un cenno del capo la sua propaggine più segreta.
«Eeeh? Che te ne pare Ivanone?»
Il vetusto e consumato blogger Ivano guardò giù scuotendo il capo.
«Caro reticente e stringato amico … che dire … INFINITESIMALE!!!!»
Piccato dall'ingiusta valutazione dell'anziano blogger, Max invitò l'amico a fare altrettanto.
Ivano non si fece pregare, in un lampo aprì l'impermeabile invitando il giovanissimo amico a constatare.
«Ivanone … che dire … one one, sarà merito dell'acqua di toscana o del polline di cipresso… perbacco… one one.»
Il vecchio Ivano tralasciò di raccontare che il suo antico compagno di baldoria Henry Miller si era ispirato alle sue gesta nello scrivere molti dei suoi romanzi.
«Comunque non è cosa!» Disse Ivano.
«Non ci resta che la resa. È finita.»
I due poveretti aprirono la porta della cabina. Con il volto sferzato dal vento rovente di un agosto implacabile, ammirarono la compagine serrata delle Stakka Blogger. Erano pronti ad affrontare le conseguenze dei loro atti. Con un gesto di sfida alzarono i menti e offrirono i polsi alle catene.
Uscì dal gruppo la tremenda Patricia Moll, subito dietro l'implacabile Glò sogghignava mentre sgranocchiava crudele le ditina mozze di un blogger incauto catturato la sera prima.
«In virtù del valore dimostrato e dei trascorsi onorevoli, abbiamo deciso di commutare la vostra pena. Non più la morte. Per Ivano tutta la retrospettiva dell'ispettore Derrik con sottotitoli in genovese. Per Max la lettura di 50 sfumature di grigio con commenti a piè di pagina di Federico Moccia.»
I due rimasero basiti, l'aver salva la vita apparve all'improvviso una cattiveria disumana.

«AAAAAAAH!!!!» Max si svegliò di colpo. Era stato solo un sogno, un brutto incubo. Si voltò e vide il vecchio Ivano che ancora addormentato borbottava nel sonno, invero altri suoni furono emessi. Decise di alzarsi da letto e prepararsi un caffè, prima però volle accendere la televisione. Rimase di ghiaccio. Una figura apparve sullo schermo. MARINA, l'Amazzone del 31 Dicembre. Con un ghigno satanico imbracciava un fucile a pompa e sogghignava crudele.
« Ghhahahahahahahahahaha»

Max svenne, cadde come morto corpo cade. La sadica risata fu coperta per un istante da un rimbrotto, Ivano fece trombetta. Lo schermo si spense.
         Fine.

domenica 21 agosto 2016

55 giorni a Pechino, ovvero Il signor Rossi nel far west 2. Caxxeggio semiserio, pseudo storico



Tempo di estate tempo di…
No, non di estaté, piuttosto di svago, caxxeggio, leggerezza. Problemi personali, drammi umanitari a parte.
Riprendo un discorso iniziato con il post intitolato "Il signor Rossi nel Far West, caxxeggio semiserio, pseudo storico" che trovate QUI. Voglio nuovamente occuparmi della presenza storica di Italiani nei posti più impensati e resi celebri dalla cinematografia americana. Presenza storica ignorata o citata sommessamente dai cineasti americani. Ovviamente la parte frivola è quella dedicata al film di cui vi parlerò, massimo rispetto invece per i veri protagonisti della vicenda che combatterono e morirono in terre lontane.
Nel 1963 esce il film " 55 giorni a Pechino" un Kolossal dai toni epici con attori del calibro di Charlton Heston, Ava Gardner, David Niven, John Ireland, e molti altri. Le musiche furono composte da Dimitri Tiomkin, compositore con all'attivo quattro premi oscar e almeno una decina di nominations.
Una piccola curiosità che segnalo per gli amanti del mondo Nippo è la presenza nel cast di un giovane attore e futuro regista: Juzo Itami, che sotto lo pseudonimo di Ichizo Itami interpreta il colonnello Goro Shiba. Per gli amanti delle arti marziali abbiamo il cinese Yuen Siu Tien maestro dei film di Kung Fu anni '70.
Il film, sicuramente sensazionale per quei tempi, di grande presa emotiva per le scene di massa e gli scontri cruenti e con l'immancabile intermezzo rosa dei protagonisti principali, riscosse molto successo.

 La storia prende il via da un fatto realmente accaduto nel 1900 nella Cina dominata dalla decadente dinastia Qing anche nota come dinastia Manciù: la rivolta dei Boxer.
L'influenza straniera, espressa dal colonialismo più becero, rischiava di ridurre la Cina come già erano ridotte l'africa e i restanti Paesi sotto il dominio delle nazioni europee. Uno scenario che vede l'imperatrice vedova Ci-Xi intimorita dalla potenza militare occidentale e resa debole dalle lotte intestine tra fazioni, totalmente succube e inizialmente connivente. La totale ingerenza negli appalti per la costruzione di infrastrutture, monopolio delle miniere, richieste sempre più pressanti di vaste zone territoriali gestite autonomamente dai Vari governi occidentali, disprezzo assoluto delle tradizioni e della cultura cinese con autentiche invasioni di missionari cristiani che addirittura pretendevano lo status attribuito ai cinesi di altissimo rango, come ad esempio la richiesta del 1899  di equiparazione dei vescovi cattolici ai Governatori Generali. La linfa vitale della Cina, il commercio interno e l'esportazione poco a poco stava passando nelle mani degli imperi e delle nazioni europee. Tutto ciò favorì il malcontento e la nascita di movimenti che cercavano di contrastare l'arroganza del "barbaro straniero".
La base sociale di questa presa di coscienza avvenne nelle scuole di Kung Fu, diffusissime e attive nella salvaguardia, tutela ed educazione del popolo. Le prime organizzazioni si dettero il nome di Yihetuan, ovvero "Gruppi della giustizia e dell'armonia". Questi gruppi di autodifesa, per altro già attivi da tempo immemore, con un'azzardata traduzione dei cronisti e dei missionari occidentali vennero assimilati a dei banali centri di addestramento pugilistico, il passo per ridurre tutto alla denominazione di Boxer fu semplice.
Il disagio sociale e le rivendicazioni del popolo sfociarono in vere e proprie rivolte armate con eccidi di europei, sabotaggi di industrie gestite da occidentali, omicidi di cinesi convertiti al cristianesimo, sino ad arrivare all'uccisione per le strade di Pechino del plenipotenziario tedesco barone Klemens Freiherr von Ketteler e  all'assalto e conseguente assedio del quartiere delle ambasciate a sud della "Città Proibita" centro nevralgico del potere Imperiale. Per la prima volta l'esercito imperiale, con il tacito consenso dell'imperatrice, si schiera con i rivoltosi capeggiati dai temibili Boxer.

Battaglie cruente e massacri fecero della capitale del "celeste impero" un luogo di sangue e di morte. Questo è in buona sostanza l'antefatto di questo kolossal.
Il film è comunque godibile, seppur narrato dal punto di vista occidentale, dove i "bianchi", come al solito sono i buoni.
Cosa c'entrano gli Italiani? Perché sostengo che la cinematografia americana ci ha sempre snobbato, per lo meno nei film prima degli anni '70? Perché cavoli, oserei dire stracavoli, in quelle vicende storiche così lontane c'era anche il signor Rossi, anzi, moltissimi signor Rossi. Nel film vediamo solo aitanti Marines, gentiluomini inglesi, baronesse russe, granitici tedeschi, ecc.. E noi? Qualche fugace apparizione, una fanfara dei bersaglieri alla fine sullo sfondo, come se niente fosse … e sticazzi, direbbe un fine dicitore, non fummo solamente comparse, oibò, perdinci e pure per Giove. Dati alla mano:
- un battaglione di fanteria
-un battaglione di Bersaglieri
-una batteria di mitragliatrici
- un ospedale da campo
-un distaccamento del Genio Militare
-un drappello di Carabinieri
- Forze di marina sbarcate dalla Torpediniera "Calabria" e dall'incrociatore "Elba"
Si stima che i combattenti dei battaglioni a ranghi ridotti e delle altre forze ammontassero a 83 ufficiali e a 1882 tra sottufficiali e truppa, queste le cifre del corpo di spedizione inviato dal governo Italiano in soccorso alle Ambasciate.
Gli scontri iniziali e l'immediato contatto con il nemico videro come protagonisti  i marinai delle navi all'ancora e dirottati velocemente a protezione degli europei.
Gli Italiani si distinsero, oltre che nella tutela delle Legazioni straniere anche nella difesa della cattedrale di Pe-Tang dove si erano rifugiati circa 3500 civili. Rimasta isolata, lontana dal resto delle truppe europee e accerchiata da soverchianti forze nemiche, 41 marinai resistettero, insieme a centinaia di civili abili alle armi. Combatterono ferocemente, respingendo a più riprese gli attaccanti sino all'arrivo dei soccorsi.
I caduti furono: Vincenzo Rossi, sottocapo; Filippo Basso, cannoniere scelto; Cesare Sandroni, cannoniere; Alberto Autuori, cannoniere; Ovidio Painelli, trombettiere; Ermanno Carlotto, sottotenente di vascello; Leonardo Mazza, marinaio; Francesco Zola, cannoniere; Giuseppe Boscarini, marinaio; Francesco Melluso, cannoniere scelto; Antonio Milani, sottocapo cannoniere; Francesco Manfron, cannoniere; Pietro Marielli, sottocapo cannoniere; Damiano Piacenza, cannoniere scelto; Adeodato Roselli, cannoniere scelto; Luigi Fanciulli, cannoniere; (?) Danese, marinaio; Giovanni Colombo, marinaio.




















Bene, spero che questo intermezzo storico cinematografico vi sia piaciuto. 
Ovviamente ho dovuto necessariamente condensare e riassumere. Confido di essere riuscito a rendere interessante questo post coniugando un film finito quasi nel dimenticatoio e un fatto storico oramai lontano nel tempo e riposto in un cantuccio remoto della memoria collettiva del nostro Paese.

Buon proseguimento e buona estate a tutti.




© 2016 di Massimiliano Riccardi

domenica 31 luglio 2016

Insieme raccontiamo 11. Come dire di no a Patricia? Impossibile


Prendo la palla al balzo per farmi perdonare le altre defezioni e partecipo alla bella iniziativa di Patricia Moll. QUI trovate il link all'iniziativa e QUI al suo blog
Ho scritto un finale dell'incipit di Patricia, utilizzando un brano, rimaneggiato appositamente, di un romanzo che ho nel cassetto da molto tempo. Chiuso nel cassetto in quanto tratta di un argomento che risulta desueto ai più. Quindi nulla di nuovo, seguendo l'esempio del buon Ivano Landi ho ripescato un vecchio scritto che ho adattato al gioco di Insieme Raccontiamo.

Il senso del racconto originale è stato stravolto per accentuare l'attenzione non tanto sullo scenario storico, ma piuttosto sulla difficoltà di chi convive con il dramma del''alzheimer. Spero che risulti comunque piacevole, va da sé che trattare certi argomenti richiede più approfondite analisi che il semplice giocare con le parole di uno scribacchino qualunque. La fantasia viaggia, e ognuno approda ai lidi che la sorte gli destina. 
Quando la memoria delle cose svanisce, è come se ogni giorno fosse un giorno nuovo, alle volte tenebroso, oppure caldo e confortevole, sicuramente chi non ha più memoria è come se ci aspettasse ogni giorno, e ancora, ancora, spesso sorpresi nel non riconoscere chi gli sorride e gli offre una mano tesa.
 Dedico questo inutile post agli amici e alle amiche che potranno ritrovare elementi malinconicamente noti nelle righe sgrammaticate che seguono:

L'incipit di Patricia

Odore di muschio. Di foglie in decomposizione.
Nel bosco, sotto a quel guazzabuglio di querce olmi e acacie, alte da sembrare volerlo solleticare e spesso da oscurarlo, il cielo era sparito.
Si chinò ad annusare lo stesso odore di allora quando....


Il mio finale


… improvvisamente un rumore lo fa voltare. Di nuovo i ricordi.

Quella mattina d'autunno del 1944, diciassette anni, la corsa forsennata, la paura. Il rumore di rami calpestati e il volto giovane del tedesco. Si fissano. Occhi negli occhi. Armi puntate, ma immobili. Nello sguardo dell'altro il suo stesso terrore. Poi lo sparo, il tedesco che cade senza un lamento. Giorgio lo aveva raggiunto, vista la situazione era intervenuto.
«Belina, cosa fai? Rimaniamo imbottigliati dal rastrellamento, corri dai, corri cazzo …»

Di nuovo il presente. Era solo una lepre. Tutto è confuso, ha perso l'orientamento, non sa nemmeno perché si trova lì. Sente lo stomaco contorcersi dall'ansia.
Altre urla. Grida di voci familiari.
« Nonnoooo!»
«Papàaaa!»
Un ragazzino si avvicina ansimando, gli prende la mano in silenzio. Il vecchio lo lascia fare. Lo guarda mentre il giovane posa la testa sul suo torace stringendolo forte.
Un uomo si avvicina, non lo riconosce ma quel volto gli da sicurezza.
«Tutto bene papà. Ti sei solo perso. Ora siamo qui. Torniamo a casa.»








© 2016 di Massimiliano Riccardi

venerdì 22 luglio 2016

Raccontare, scribacchiare, ricordare. Ennesime facezie sgrammaticate




Raccontino estivo.


Mi sento sfiorare la pelle, un tocco leggero. Apro gli occhi, non perché stessi dormendo, ma piuttosto scocciato dall'immobilità obbligata. Una buona scusa la carezza involontaria del mio bambino. Il letto matrimoniale, per quanto grande, diventa una gabbia se ci sono quasi 30 gradi e l'umidità ti stringe la gola. Alzo il capo e vedo al di là del corpicino di mio figlio il sorriso di mia moglie. Dico sorriso ma in realtà non posso saperlo, è buio. Non posso farne a meno, la immagino sempre sorridente. Accogliente.
«Non dormi?»
«No amore, che palle … »
Bisbigliamo, se il delinquente minorile si sveglia è la fine. Quando apre gli occhi anche la notte più buia diventa una giornata in piena ora di punta, per noi che ci alziamo alle cinque e mezza è la fine.
« Ancora quei pensieri?»
« Anche, sì. Sono stanco, sarà per questo. Cazzo. Sono passati venticinque anni, alle volte mi sembra di essere ancora lì.»
« Non so come aiutarti. Posso soltanto esserci.»
«È già tanto. È tutto per me. Ti amo.»
Con cautela mi alzo da letto, metto i cuscini di traverso sul bordo per evitare che il bambino rotolando cada. Lei non mi segue, capisce che voglio stare solo. Lei capisce sempre. Capisce cose di me prima ancora che io stesso le possa realizzare.
Vado in cucina, apro il frigo e rimango imbambolato a guardare la luce, mi ferisce gli occhi, strizzo le palpebre ma non distolgo lo sguardo. Ho bisogno di quel dolore.
Sono stati giorni intensi, ma più che le vicende quotidiane sono le ultime notizie del telegiornale ad avermi turbato: parlano di un colpo di stato in Turchia. Ogni volta è la stessa storia. Uccisioni, colpi di cannone, spari, esplosioni, cose che mi riportano a vecchie detonazioni, antiche urla, vociare di lingue slave. Fantasmi.
Non è cambiato nulla. Non cambierà mai nulla.
Non ho svegliato il bambino ma il canarino sì. Il suo canto mi scuote e mi mette in allarme. Copro la gabbietta con un panno e chiudo il frigo. Mi siedo, illuminato dalla sola lucina della cappa del forno, sorseggio una bibita. Una coca sgasata. Molto appropriata, visto l'umore.
Non tento nemmeno di contrastare la marea montante dei ricordi, ho imparato con il tempo che basta lasciarli fluire perché se ne vadano da soli.
Non voglio mettermi a scrivere, di solito in notti come queste lo faccio, ma l'ansia del turno mattutino che mi aspetta non lascia scampo.
Torno ad aprire il frigorifero per riporre la bottiglia. La luce non mi ferisce più gli occhi. Mi sono abituato. Già, non è forse così per tutte le cose? Il tempo trascorso, la distanza, sono cure formidabili, ci si abitua a tutto.

O forse no.




© 2016 di Massimiliano Riccardi