Qualche giorno fa su
blog "Appunti a margine" di Chiara Solerio è uscito un post molto
interessante dal titolo Il rapporto tra autore e personaggi - la sospensione del giudizio. Proprio perché trattava
una tematica che mi interessa molto ho deciso di intervenire con un commento.
Come spesso capita al sottoscritto è venuto fuori un vero e proprio torrente di
parole che ha obbligato blogspot a difendersi rifiutando l'inserimento se non a
costo di frammentarlo in almeno tre parti. Naturalmente ho optato per la
soluzione più divertente per me: ne ho ricavato un vero e proprio post.
L'articolo di Chiara
partiva da un assunto ben preciso, a me ha fornito il destro per ulteriori
osservazioni legate anche al mio vissuto quotidiano. Ovviamente si tratta di considerazioni personali e come tali del tutto opinabili. Qui sotto riporto quello
che avrebbe dovuto essere il mio commento.
Quello della
sospensione del giudizio è un argomento non da poco. Attiene alle relazioni umane come alla scrittura. Nei
primissimi anni 90' incominciavo gli studi per poter svolgere la professione
che ancora oggi mi permette di vivere, appresi un concetto che sino ad allora
era soltanto una parola come tante: empatia.
Termine abusato, usato
troppo spesso a sproposito, per mille motivi contraddetto dagli stessi
atteggiamenti di coloro che se ne fanno promotori e fautori.
Ovvio che nel mio
campo l'empatia deve avere necessariamente un riscontro pratico, non può essere
soltanto un concetto acquisito o una banale nozione.
Per rendere più snello
il ragionamento, e per non risultare banalmente didascalico, possiamo dire che l'empatia
è quello stato che ti permette di ascoltare il tuo interlocutore, percependone
le emozioni, i drammi o le gioie, come se fossero le tue. Bada bene, sottolineo
il "come se". Fondamentale. Difficile. Vale anche per i personaggi di un romanzo, a meno che non si desideri dar
voce a un'evidente presa di posizione.
Dunque, dicevamo
empatia, ascoltare le emozioni e i sentimenti "dell'altro da me" senza che diventino le tue,
percepire il dolore senza soffrirne a tua volta, ascoltare le paure dell'altro
senza provarne tu stesso.
Impresa titanica ti garantisco,
nei fatti è un processo molto difficoltoso, la realtà ha talmente tante
variabili che è spesso difficile applicare le teorie sino al giorno prima solo
lette e studiate.
L'empatia come confine
fondamentale tra la simpatia e l'antipatia, anzi, la totale esclusione di ogni
attitudine affettiva personale, banalizzo ma è per far capire. Ascoltare
l'altro astenendosi dal giudizio, entrare nella sua visione senza esserne
coinvolto. Una sorta di ascolto non valutativo e giudicante ma comprensivo nel
senso più puro del termine.
Immagina l'approccio
terapeutico di un caso limite: io ho bisogno di raccogliere più informazioni
possibili su di un paziente che ha una formazione culturale totalmente diversa
dalla mia, ad esempio un mussulmano praticante, con abitudini alimentari
diverse, un concetto di società agli antipodi con il mio, a quel punto? Come
posso ascoltare quello che ha da dirmi senza essere preda del mio sentire?
Senza essere vittima del mio giudizio o pregiudizio? Posso solo ascoltare
dimenticando chi sono senza però annullarmi, ascoltare il suo disagio senza
provarlo io stesso, a quel punto cercando di instaurare un processo empatico,
posso pianificare tutto quello che è il mio agire da professionista adattando
le mie risorse alle necessità del paziente. Quindi via i "qui si fa
così", via i "che cazzo di modo di vivere", via tutto ciò che
non attiene alla pura e semplice comprensione dei bisogni dell'altro. Astensione
dal giudizio. Lasciar emergere quello che il mio interlocutore ha in sé,
cercando di percepire esattamente la sua emozione.
La mia risposta deve essere
influenzata da ciò che posso fare per favorire il suo "star bene"
senza giudicare i perché e i per come il paziente è in quella condizione. L'empatia
come comunicazione non violenta che utilizza un linguaggio assertivo. Vale per
tutti i "tipi umani", ho parlato del mussulmano perché a quanto pare
oggi tentano di farci credere che sia un problema, ma il discorso vale anche
per il contadino dell'entroterra ligure.
Non sono un vero
scrittore e non ho esperienza, ma nel mio romanzo ho cercato di delineare i
personaggi sulla falsa riga di quello che mi capita di fare tutti i giorni, non
sempre con successo.
Ho lasciato che
fossero loro a parlare, ho ascoltato le loro emozioni e quello che avevano da
dire. Ho cercato di evitare di mettere in ballo quella che è la mia
personalissima idea in merito agli argomenti trattati. Ho pianificato un tipo
di narrazione dove le emozioni positive o negative sono slegate dal narratore,
ma sono riconducibili solo all'agire dei protagonisti. Ovviamente non avevo
nessun intento se non quello di dar voce il più liberamente possibile a dei
personaggi, nessun piano terapeutico, nessuno scopo pratico da raggiungere.
Ci sono riuscito? Non
lo so. Però ci ho provato. Forse, e dico forse, il miglior modo di scrivere
(parlo di romanzi) è proprio provare ad astenersi dal giudizio e lasciare ai
protagonisti della storia l'arduo compito di esprimere giudizi. Come in tutte
le cose si va avanti per tentativi, si prova e si sperimenta.
Vecchierelli,
canuti e fragili, ci ritroveremo a raccontarci se alla fine saremo riusciti
nell'impresa. Sarebbe già un grande successo esserci riusciti nella vita di
tutti i giorni.
















