Che cosa insegna la
vita? Che cosa rimane di noi? Perché commettiamo gli stessi errori,
incessantemente, al punto che la storia sembra quasi un gioco perverso
destinato a ripetersi? Chi di noi può tirare le somme e a buon diritto dire la
sua sullo scopo dell'esistenza umana?
Non è possibile dare risposte, se non illusorie e mediate
dalle esperienze personali. Soltanto l'arte ci viene in aiuto, con frammenti di
pensiero fissati su carta, sulla tela o con melodie destinate all'eternità.
Un grande poeta, uno
scrittore, tentò più di un secolo fa un esperimento artistico che impresse
nelle coscienze di allora una sorta di marchio d’inquietudine.
Era il 1914, Edgar Lee Masters pubblicò sul Mirror di St.
Louis la prima delle poesie che diventeranno, una volta raccolte, L'ANTOLOGIA
DI SPOON RIVER.
Un esperimento ardito:
a parlare saranno i morti, gli unici ad aver visto tutto e a conoscere
l'epilogo di ogni cosa.
Ogni poesia proposta
sotto forma di epitaffio. Chi meglio dei morti può a buon diritto dire la sua
in merito agli accadimenti della vita.
Un escamotage
narrativo brillante, il racconto è spesso crudo, drammaticamente realistico. Immensamente
malinconico, a tratti crudele e derisorio.
Un dito puntato contro i benpensanti, gli ipocriti, talvolta
dal tocco lieve, tenero e consolatorio, ma soltanto verso le anime fragili e
semplici.
Le poesie colpiscono
per lo stile che non è mai declamatorio. Il risultato, nelle intenzioni
dell'autore, non doveva apparire stucchevole. Masters, volle e ottenne che la
prosa predominasse sulla rima.
I morti, attraverso le lapidi, ci lanciano messaggi, ci
accusano, ci deridono, tentano di consolarci, ci raccontano cose minute e
banali ma altrettanto importanti perché piene di vita, sentimenti, amore,
piccoli egoismi, grandi tormenti.
I defunti appaiono distaccati, quasi annoiati. Il peggio o il
meglio per loro è passato. I messaggi sono tanto più veri quanto più appaiono
disinteressati. I trapassati non devono convincerci di nulla, raccontano e
basta. Non ci sono formule o trattati che schiudono gli occhi agli ignavi.
Una vera risposta non esiste. Le grandi tematiche esistenziali continueranno a
essere dibattute, forse sarà così per sempre.
L'Antologia di
Spoon River ci
permette soltanto di riflettere una volta di più, in modo distaccato. In
qualche misura è assolutoria nei confronti dei nostri limiti, perché a
raccontarci della vita, saranno i defunti. Loro parleranno in vece nostra, loro
si faranno carico di tutti i peccati del mondo, a noi non rimane che immaginare
una sorta di resurrezione dalle nostre miserie. Ammesso di riuscire a
coglierle.
Spesso dietro affermazioni apparentemente banali, epitaffi
semplici e scarni, ritroviamo spunti per verità più grandi, sconvolgenti.
Edgar Lee Masters, un autore attualissimo,
perché, a quanto pare, siamo ancora tutti immersi nel marasma emotivo, alla
ricerca incessante di risposte o di soluzioni.
Un capolavoro.
Consigliato.
© 2015 di Massimiliano Riccardi.
Vero Cassidy, stravero. Non sarebbe male rileggerlo, ancora meglio per qualcuno leggerlo ex-novo. Come dici tu, è tra i titoli fondamentali.
RispondiEliminaGrazie per il bel consiglio! Conosco solo alcune poesie di questa raccolta!
RispondiEliminaGrazie a te, innanzitutto per la visita graditissima, leggere ad alta voce in un video alcuni passaggi è una bella sfida, cavoli se lo è, un salutone Romina.
RispondiEliminaNon l'ho mai letto, ma ricordo un vecchio album di Fabrizio De Andrè che se non sbaglio è ispirato a queste poesie
RispondiEliminaCiao Ivano, lo sai che potrebbe essere nelle tue corde?
RispondiEliminaPenso anch'io, visto il mio amore per le Ballate nere dello svedese Dan Andersson.
EliminaParadossalmente c'è attinenza, anche Masters, come Andersson lascia parlare spesso il ploretariato: Come si spiega, ditemi, che io che ero il più erudito degli avvocati, che conoscevo Blackstone Coke quasi a memoria, che tenni la più bella concione che avesse mai udito la corte, e scrissi un discorso che meritò le lodi del Giudice Breese...
RispondiElimina....come si spiega ditemi,
che io giaccio qui ignoto, dimenticato, mentre Chase Henry, l'ubriacone del paese, ha un cippo di marmo, sormontato da un urna in cui la natura, per ironico capriccio, ha seminato un'erba che fiorisce?
Perché hai scritto "Paradossalmente"?
RispondiEliminaIvano, per la storia di Masters, che possiamo considerare appartenente all'alta borghesia dell'america di allora (era un avvocato, tra le altre cose), e quindi scevro, apparentemente, da quel tipo di sensibilità tutta europea. Ma è una mia opinione e Andersson lo conosco poco e solo grazie a un carissimo amico che me ne parlò anni fa (anche se me ne parlò in un ambito musicale). Dovrei farmi un giro virtuale per saperne di più o farmi consigliare da te un volume che lo caratterizza.
RispondiEliminaSe vuoi un assaggio, io gli ho dedicato questo post lo scorso dicembre:
Eliminahttp://ivanolandi.blogspot.it/2014/12/juke-box-3-ballate-nere.html
Grazie Ivano, lo leggo senz'altro. Colmi una mia lacuna. Poi ti dirò... quando sento parlare di ballate rizzo le antenne.
RispondiEliminaCome si diceva, è un testo 'fondamentale'. Può piacere o meno, ma non si può non averlo letto o avuto tra le mani, quanto meno per la capacità di delineare un mondo reale in tutte le sue sfaccettature. E ricordo anch'io il disco di De Andrè.
RispondiEliminaCiao Juan, che bello, sei tornato dalle ferie? In merito a quello che hai detto, come non condividere, io lo lessi da ragazzo senza grande entusiasmo, un po per darmi un tono, son sincero, poi con la maturità l'ho apprezzato e molto. De Andrè... De Andrè... "non al denaro non all'amore ne al cielo" è scolpito nel mio cuore, e lo sarebbe stato anche se non fossi nato a Genova.
RispondiEliminaLo conosco di fama, ma io a parte Poe, Baudelaire e Thomas con le poesie non mi sento a mio agio, non riesco ad appassionarmici.
RispondiEliminaProva Raffaele, davvero, leggi quello che ho scritto, niente declamazioni, è più prosa. Ti lascia di sasso.
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