scrivere per vivere vivere per scrivere

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La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. (René Descartes) ********************************************************************************************** USQUE AD FINEM

lunedì 23 maggio 2016

La vita è dura nei dettagli. - Consigli per la lettura



Voglio raccontare di un bel romanzo che ho letto. Non sono un recensore, non ho le competenze per esserlo, voglio solo raccontarvi le mie impressioni.
Il libro di cui parlo è La vita è dura nei dettagli, del bravissimo Roberto Bonfanti.

Avete presente un metronomo? L' inesorabile marcatura del tempo prima di un esercizio al pianoforte? Leggendo la prosa di Roberto ho avuto l'impressione di trovarmi di fronte  a un opera dove tutto inizia con l'orchestra che accorda gli strumenti, note dei singoli strumenti che lanciano accordi in maniera apparentemente casuale, sincopata.
Preparatoria.
Scrittura necessariamente lenta, minimalista, trascinante. Poco a poco, il lavoro di costruzione della frase musicale esplode. La narrazione è ritmata da date, visioni oniriche, immagini, flashback. Ipnotica, assolutamente ipnotica.
Devi proseguire nella lettura, l'autore ti trascina, volente o nolente.
Lo stile di Roberto è originalissimo.
Incalzante.
La vicenda incomincia a dipanarsi attraverso la visione di ogni singolo personaggio. Piccole vicende, sprazzi di riflessioni sul contingente.
Sogni.
Dettagli.
Dettagli della vita dei protagonisti, inconsapevolmente incastrati in una vicenda più grande. Difficile raccontare il libro con la paura di svelare troppe cose. Il romanzo è un crescendo.
Profondo.
Profondo come può esserlo solo lo sguardo di un osservatore che coglie i particolari e le sfumature delle vicende umane. Sorprendentemente vi troverete per le mani un noir inconsueto, assimilabile ai romanzi di formazione. La storia è già nel titolo.
Molto emozionante. Mi sono goduto ogni singola riga. Consiglio a tutti questa esperienza di lettura.


Fate un salto QUI,oppure sugli altri numerosi book store, e acquistatelo.
Se vi garba, visitate anche il blog di Roberto: Chiacchiere e distintivo   



© 2016 di Massimiliano Riccardi

giovedì 19 maggio 2016

Immersus emergo. Inutili facezie in merito al ricordare


Ci sono cose che ti rimangono addosso, ti attraversano e passano, ma qualcosa lasciano. Brandelli emozionali: sfilacciati, sopiti, eco celate dal frastuono del contingente.
Alle volte rifletti su ciò che fai ogni giorno, ripensi al quotidiano, ti sembra  tutto normale. Ti senti normale. Poi ti ritrovi a parlare con amici e colleghi e ti rendi conto che di normale c'è ben poco. Magari ti capita di sederti a mangiare dopo che quella mattina hai visto morire una persona, dopo che hai respirato l'odore del sangue, della merda, del piscio. Sì, perché alle cose bisogna dare il giusto nome. Ti ritrovi a parlare con un parente che ti sottopone a una tirata di lamentele per delle inezie mentre sino a un'ora prima hai sudato e sfiatato come un mantice mentre massaggiavi un torace per far ripartire un cuore fermo.  Tutto normale? Un pezzo di cazzo.
Eppure tiri avanti, te la senti menare dalla stampa, dai cittadini indignati per i casi di malasanità, ascolti filippiche sul ruolo inutile e stratutelato dei dipendenti pubblici. Poi pensi ai sacrifici che hai fatto per raggiungere livelli eccellenti di professionalità, al lavoro quotidiano in mezzo alla morte, alla sofferenza, al dolore, alla disperazione. Alla gioia nel vedere che sei riuscito a fare qualche cosa di buono, che qualcuno sta meglio grazie a te. Allora ti butti alle spalle le amarezze. Te ne fotti, ti racconti che fare del proprio meglio, sempre e comunque, è sufficiente a ripagarti. Perché il dovere è un valore in sé, non ha bisogno di riconoscimenti o premi.
Alle volte sei a passeggio con tuo figlio e ti accorgi che non ascolti nemmeno quello che ti dice, perché magari hai fatto la notte, hai il "cotone nella testa", sei ancora stordito dai suoni ossessivi degli allarmi monitor, l'adrenalina non ti ha ancora mollato del tutto e non hai dormito bene dopo il fine turno. Oppure notizie televisive, o semplici situazioni occasionali, ti portano alla memoria cose che hai visto e vissuto. E in quasi 25 anni di sanità prevalentemente in aree critiche di cose ne hai viste.
Avete mai visto il corpo di un defenestrato, con le sue belle ossicine che spuntano da tutte le parti? Il corpo di una persona arrotata da un'auto, devastata e irriconoscibile? Ferite di arma da taglio tali da esporre i visceri? Un cranio sfondato? Un ustionato così mal messo che mentre lo tocchi ti rimangono brani di carne in mano? Oppure di assistere all'agonia di un malato terminale, essere lì, con lui sino alla fine, e guardarlo mentre la vita lo abbandona?
In qualche modo devi sopravvivere a tutto ciò. Devi andare avanti, continuare a rapportarti con persone che certe immagini le hanno viste solo nei film, e sforzarti di considerare importanti tutte le cazzate che la vita ti propina, perché la vita è fatta anche di cazzate, di cose superficiali, di leggerezza, e non è colpa di nessuno se hai scelto un lavoro che ti massacra la mente e l'anima.
 Che ti cambia.
Profondamente.
Allora ti può capitare di tornare a casa la sera, e portare a fare la nanna il tuo bambino che prima di addormentarsi ti racconta delle sue avventure quotidiane, delle piccole gioie innocenti che ha provato. Poi, nel buio, la sua manina che ti accarezza sente bagnato sulle tue guance, e ti senti chiedere: «papà, piangi? Ti ho fatto arrabbiare?»
Non gli puoi certo dire che sei felice di essere lì, di poterlo toccare, accarezzare, perché quel pomeriggio hai visto morire un ragazzo di diciannove anni con dolori così lancinanti da non trovare pace nemmeno con la morfina, che implorava e invocava la sua mamma. Ti inventi delle palle, trovi scuse, è troppo piccolo, lo tranquillizzi, gli dici che va tutto bene. Che sei solo commosso dal bene che gli vuoi.
Tutta sta manfrina perché oggi, passeggiando in un centro commerciale, ho visto due anziani che camminavano mano nella mano come fidanzatini. Non riuscivo a smettere di guardarli. L'uomo si è accorto che lo fissavo, come si conviene tra persone perbene, come usava una volta, mi ha sorriso e mi ha salutato. Alle volte a segnarti e a scandire l'orologio della memoria sono gli avvenimenti meno importanti, quelli apparentemente insignificanti. Nulla di strano, ma come dicevo, ci sono cose che ti rimangono addosso. Dentro.
Anni fa, negli anni di servizio in Pronto Soccorso, mi è capitata una di quelle situazioni apparentemente banali, routine:
Ero in triage, la solita calca. Una di quelle notti che ti sembrava di essere in pieno centro, di giorno, all'ora di punta. Arriva l'ennesima ambulanza, scende per primo un milite che conosco, mi guarda e scuote la testa. Capisco, mi scuso con il paziente che stavo trattando per un trauma distorsivo e con il mio collega mi avvicino alla barella che intanto era stata scaricata. Ci vuole meno di un secondo per constatare la gravità: un paziente molto anziano con un'importante crisi respiratoria. Semiseduto sulla barella, con una mano avvinghiata alla mano della moglie. Lei, con una mano lo teneva e con l'altra lo accarezzava mormorandogli qualcosa. Il mio collega mi dice di occuparmi della burocrazia, nella sala dei codici rossi ci sarebbe andato lui. Le decisioni sono sempre repentine e non si discute mai, si agisce. L'ho odiato, preferivo di gran lunga l'azione piuttosto che quello che mi attendeva. Mentre si allontanava con il paziente mi ha guardato come a volersi scusare per la fregatura. Ho mormorato un vaffanculo tra i denti.
Porto con me la signora, la faccio sedere. Le chiedo i dati anagrafici del marito. Il mio tono è pacato, lei piange. Non la guardo, non so perché ho paura. Io non ho mai paura. È strano. Mi poggia una mano sul braccio. Sento il calore del contatto, la ruvidezza della sua pelle. Alzo lo sguardo verso di lei.
«Mio marito ce la farà. È un uomo forte. Ha fatto la guerra. Ha lavorato una vita intera.»
Sento la stretta sul mio braccio farsi più intensa. Come a voler comunicare ben altro delle semplici parole. Con la coda dell'occhio mi rendo conto che, a parte il pianto, è tranquilla, composta. Dignitosa. Mi osserva mentre raccolgo informazioni sui precedenti e sulle patologie note del marito.
La guardo anche io. Finalmente la vedo, veramente. Una donna anziana che si fa forza. Una combattente. Un viso intagliato, solchi nella carne che raccontano di vita vissuta. Di figli cresciuti con sacrificio. Di lavoro. Di nipoti da amare. Rughe che parlano di antichi sorrisi, di pianti, di gioie e di amarezze. Capelli soffici, bianchi, che ti viene voglia di accarezzare.
Mentre si asciuga le lacrime mi dice: «lei è stanco. Mi dispiace per tutto questo disturbo.» Il tono è quello di una madre, la stessa dolcezza che solo le madri possono avere.
La fisso, questo è troppo. Mi sale un groppo alla gola che ricaccio indietro a fatica. Lotto.  Combatto. Dentro di me penso: " ma tu che cazzo ne sai, sono stanco, sì. Ora vorrei essere in Sala Rossa a insufflare ossigeno, a compiere tutte le manovre necessarie per riprendere tuo marito. E invece sono qui. A guardare te. Dolcissima. Addolorata. Che nel tuo dramma trovi il tempo di preoccuparti di uno sconosciuto che sta solo facendo il suo lavoro. Vieni qui e mi scuoti l'anima con la tua bellezza, la bellezza che solo i vecchi che hanno visto tutto possono avere. Mi scuoti con la tua bontà."
Terminati gli aspetti burocratici, la invito a seguirmi. In prossimità della sala rossa mi accerto di com'è la situazione. Un collega a bassa voce mi dice che il paziente è stabile. Faccio segno alla donna di avvicinarsi. Le dico che può entrare a salutare il marito prima che organizziamo per il ricovero. Lei tentenna. Mi guarda. Poi mi prende per mano. Entriamo insieme. Roberto, il mio collega, scosta la tenda e riusciamo a vedere il paziente. La donna lascia la mia mano, quasi in punta di piedi porta la sua sul mio volto e mi da una carezza. Non dice nulla, muove solo il capo su e giù. Leggo nel gesto un grazie che mi scalda. La lascio andare dal suo uomo. Me ne torno in triage.
Vengo accolto da un sonoro vaffanculo da parte di un ragazzotto accompagnato dagli amici, alterato forse dall'alcol o chissà da cos'altro.
 «Che cazzo, è tre ore che aspetto, qui si può anche morire.»
Sorrido a quell'imbecille. Con un tocco sulla spalla ringrazio la collega che nel frattempo mi ha sostituito. La giostra riprende. Quella, come molte altre, sarà una lunga notte. Non ripenso più a ciò che è accaduto. Solo dopo, a distanza di tempo, come per molti altri episodi, ho raggiunto una nuova consapevolezza.
Ecco, solo un piccolo sfogo, oppure un racconto di fantasia, magari ricordi, chissà, comunque nulla di che.

Piccole tessere di un mosaico colorato, macchiato qua e là, ma non tanto. Tasselli che disegnano vite, sogni, speranze, gioie.



© 2016 di Massimiliano Riccardi

venerdì 6 maggio 2016

Liebster Award... ho vinto qualche cosa?







Mai avrei pensato a una cosa del genere. Mi è arrivata una nomination per il Liebster Award. Va bene, grazie a Roberto Bonfanti, blogger e scrittore, che ha voluto farmi questa bella sorpresa (mi ha incastrato, ma la pagherà, aah se la pagherà). Qui finisce che il mio blogghetto diventa una cosa seria. Mah!


Piccoli cenni rubati ad altri perché non saprei cosa dire:
il Liebster Blog Award è una sorta di riconoscimento che i blogger conferiscono ad alti blogger con un numero di followers inferiore ai 200, è stato istituito nel 2011, per saperne di più basta cercare in internet.  È un’opportunità per farsi conoscere tramite il passaparola.
Una volta ottenuta questa menzione, se accettata, bisogna scrivere un post sul proprio blog usando il logo del Liebster Award e fare le seguenti cose:
1) Ringraziare i blog che ti hanno nominato e assegnato il premio.
2) Scrivere qualche riga (max 300 parole) sul blog che preferite (ovviamente non il vostro). Spiegare perché vi piace il blog, mettere il link.
3) Rispondere alle 11 domande poste dal blog o dai blogger che ti hanno nominato.
4) Scrivere, a piacere, 11 cose di te.
5) Premiare a tua volta 11 blog con meno di 200 follower.
6) Formulare le 11 domande per i blogger che si nomineranno.
7) Informare i blogger del premio assegnato.

Ok, pronti, partenza… Via!


1- Grazie a Roberto Bonfanti e il suo Chiacchiere e distintivo per la nomination.

2-  Qui è dura perché i blog che amo sono più di uno, coloro che apprezzo e stimo sanno di avere tutta la mia attenzione, dovendo sceglierne uno in particolare cito il blog che tra tutti offre più interazione e che favorisce con il massimo delle condivisioni la coesione tra gli altri blogger: la nostra Libreria, Glò, PiGreco (Paolo), Michele, Fabry.

3-  Risposte alle domande  di chi mi ha premiato. Qui stava per intervenire il mio amico Magnus ma l'ho fermato in tempo: 

1) Perché hai deciso di tenere un blog?
Tutto è nato per caso, non sapevo nemmeno quello che stavo facendo, poi…

2) Il tuo blog riguarda il tuo principale interesse?
No, meglio ancora, riguarda molti dei miei principali interessi.

3) Hai avuto difficoltà nel creare il blog? Di natura tecnica, riguardo all’organizzazione delle sezioni, la grafica, ecc.
Sì, ho chiesto aiuto a un blogger che seguivo da tempo come lettore, Ferruccio Gianola. Ho trovato una porta aperta e molti buoni consigli. Un gigante del blogging.

4) Quanto tempo dedichi al tuo blog?
Non tantissimo, sono più attivo come commentatore sui blog altrui.

5) Leggi regolarmente altri blog?
Assolutamente sì, anche se su alcuni lascio pochi commenti rispetto ad altri.

6) Su quali social network sei più attivo?
Dipende dai periodi, Linkedin, facebook, con twitter ho dei buoni riscontri e interazioni.

7) Sei l’unico autore dei post che pubblichi oppure il tuo blog è aperto anche a collaborazioni esterne?
Sì, sono l'unico autore, anche se ho ospitato altri blogger lasciandogli campo libero per i loro post.

8) Quali progetti non hai ancora realizzato e in quali pensi ti impegnerai in futuro?
Vivo alla giornata, certamente vorrei finire il secondo romanzo e continuare a scrivere.

9) Come valuti le tue competenze informatiche?
Scarse.

10) Come hai scelto il nome per il tuo blog?
Aaah è stato un percorso, leggete QUI.

11) Che ne pensi del Liebster Award?
Una cosa carina, un buon passaparola.

4-  Undici cose su di me?
1) Dicono gli altri che sono fuori come un poggiolo, ariete del '68, fate voi.
2) Sono un bestione di 1,98 cm
3) Leggo in maniera compulsiva di tutto.
4) Sono un collezionista di fumetti e film
5) Sino a che non sono stato messo in riga dalla mia Signora e padrona, ho collezionato storie su storie con tutte le donne che ho potuto. Ammetto che l'età e la natura hanno influito nel mitigare gli eccessi.
6) Mi piacciono e ho coltivato le Arti Marziali.
7) Nella vita di tutti i giorni sono molto duro con chi mi si mette contro, ma ho anche imparato a essere prodigo di complimenti e di rinforzi positivi con chi se lo merita e me ne strafotto di apparire stucchevole. Se hai i coglioni di mollare un cazzotto devi anche averli per dare le carezze senza sentirti in imbarazzo.
8) Ho il romanzo definitivo già pronto in un cassetto, aspetto che i tempi siano maturi. Roba pesante di amore e guerra, malavita e giovinezza. Uff, roba pesante, va la,va la.
9) Darei 10 anni di vita per poter rivedere i miei nonni
10) Darei la mia vita per la mia Donna
11) Posso anche commuovermi di fronte a un piatto di gnocchi al pesto fatti in casa.


5- Nomino e premio questi blog, in ordine alfabetico:












6- 11 domande per i blogger nominati
1) Definisciti in una parola
2) Il libro che ti ha cambiato la visione del mondo
3) Quando hai capito di essere cresciuto/a?
4) Cosa ami di te stesso/a?
5) La parola o la frase che non vorresti mai aver pronunciato
6) La storia che vorresti raccontare ma che ancora è uno spiritello vagante
7) Perché scrivi?
8) Sei credente?
9) La parolaccia che ti piace di più pronunciare?
10) Tre ingredienti del romanzo perfetto, solo tre.
11) Quanto ti sei rotto/a le palle nel rispondere a queste domande assurde?

Va bene, fine del gioco. Ora tocca ai nominati. Godetevi il premio e diffondete.
Ci sono moltissimi altri blog da encomiare, la lista di undici è scarna quindi più siamo e meglio è.

Buona blogosfera a tutti.




venerdì 22 aprile 2016

Meme cinefilo, 25 domande cinematografiche... indiscrete




Dopo il post de "la nostra Libreria", quello di Ivano Landi, di Miki Moz, continuo il meme, doveroso, immancabile appuntamento trattandosi di cinema. Domande secche e risposte secche, non esaustive sui miei gusti ma meglio che niente.


1. Il personaggio cinematografico che vorrei essere
Da ragazzino sognavo di vivere le avventure di Tarzan, ma anche il Corsaro Nero non mi dispiaceva, da pre-adolescente un qualunque personaggio interpretato da John Holmes (hehehe), poi più nulla … anche se Vito Corleone mi stuzzica parecchio.

2. Genere che amo e genere che odio
Dipende dagli stati d'animo, se voglio rilassarmi e non pensare a niente un bel film di guerra stile 38° parallelo, La grande fuga, o un western di John Ford o Sam Peckinpah. Di solito guardo di tutto, con una predilezione per il noir anni '50, le riduzioni cinematografiche delle opere di Tennessee Williams (tutte), film con Steve Mcqueen, Al pacino, Orson Welles, adoro Sordi, Totò, ma la lista sarebbe lunga, ripeto, il cinema mi piace quasi tutto. Non c'è un genere che odio, forse i film di natale o similari.
3. Film in lingua originale o doppiati
Lingua originale a piccole dosi, normalmente doppiati.
4. L'ultimo film che ho comprato
Un dvd fatto arrivare dalla Grecia: "La collina del disonore" con Sean Connery, lo avevo in cassetta ma in dvd all'epoca (forse anche ora) introvabile in Italia.
5. Sono mai andato al cinema da solo
No
6. Cosa ne penso dei Blu-Ray
Nulla, non penso nulla, ho solo dvd
7. Che rapporto ho con il 3D
Non mi piace, mi urta il sistema nervoso
8. Cosa rende un film uno dei miei preferiti
Sceneggiatura, musica, dialoghi, fotografia.
9. Preferisco vedere i film da solo o in compagnia
Da solo, mi viene voglia di picchiare chi commenta il film, 

oppure con mia moglie guardando i film che piacciono a lei, adoro vederla divertita o commossa  secondo i casi.
10. Ultimo film che ho visto
Macbeth con Fassbender
11. Un film che mi ha fatto riflettere
Teorema di Pier Paolo Pasolini
12. Un film che mi ha fatto ridere
Zoolander
13. Un film che mi ha fatto piangere
La gatta sul tetto che scotta, il monologo di Burl Ives sul padre
14. Un film orribile
Cinepanettoni vari
15. Un film che non ho visto perché mi sono addormentato
Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman

16. Un film che non ho visto perché stavo facendo le cosacce
Mi vien da ridere …  primi anni novanta, portavo a casa una fidanzata mettevo su Glory, tutte le volte, e tutte le volte non andavamo oltre i titoli di testa. Rivisto dopo anni e mia moglie che mi guardava come fossi un mentecatto mentre ridevo anche durante le scene più drammatiche. Hahahahah è un mondo difficile.

17. Il film più lungo che ho visto
La meglio gioventù, credo, ma ne ho visti di film da piaga da decubito.
18. Il film che mi ha deluso
Il gladiatore
19. Un film che so a memoria
Il Padrino
20. Un film che ho visto al cinema perché mi ci hanno trascinato
Rambo 3, non sono più amici miei
21. Il film più bello tratto da un libro
Il buio oltre la siepe, anche se non proprio in linea con il romanzo

22. Il film più datato che ho visto
Credo Cabiria, una versione restaurata.
23. Miglior colonna sonora
Qualunque Morricone, ma anche Dimitri Tiomkin non scherzava, non cito i film che usano le canzoni, anche se bellissime come ne "Il grande freddo",  troppo facile così. Compositori, voglio compositori.
24. Migliore saga cinematografica
Il Padrino, assolutamente
25. Miglior remake
Assolutamente Gli ammutinati del Bounty, quello con Marlon Brando, surclassa alla grande quello con Clark Gable del 1935.

Ora vediamo chi si butta nella mischia, forza blogger!!!


(NOI GENOVESI AL CINEMA)


lunedì 11 aprile 2016

Arzigogolando, inutilmente. Insomma, le solite facezie


Strano periodo questo, per me lo è sicuramente, più in generale sembra quasi che tutti siano necessariamente obbligati a vivere su piani sfalsati. Forse un tempo era tutto più semplice: necessità contingente; sopravvivenza; nemici riconoscibili; sentimenti di appartenenza forti e saldi.
Oggi appare tutto caotico, appare.
Piani sfalsati. A livello emozionale reagiamo al circostante con le poche armi che la nostra cultura ci fornisce, ma è tutto confuso e poco definito. Scampoli di tradizione, brandelli di valori formanti, sfilacciati riferimenti su ciò che è giusto. Già, il bene e il male, il giusto è l'ingiusto. Tutto opinabile, contestualizzato, adattato, ampiamente modificato in virtù di quello che ci interessa ORA, che ci serve ADESSO,  che ci riguarda da vicino.


Difficile, è tutto molto difficile.                                                   
Alle volte capita di osservare gli avvenimenti come si racconta vengano osservati da coloro che  descrivono le esperienze di pre-morte, fluttui in alto e guardi i corpi sottostanti che si affannano. Senza emozione, senza vera partecipazione, così, da semplice spettatore, e parti per la tangente.
I grandi avvenimenti, la lotta politica, le tragedie umanitarie, la guerra, tutto ci coinvolge nel tempo necessario che passa tra uno spot pubblicitario e l'altro. Nessuno neghi e nessuno si senta offeso, s'il vous plaît. Non basta il chiacchiericcio tra amici, la condivisione sui social di immagini, massime, motti, frasi memorabili a caratteri di scatola. I nostri vecchi per molto meno scendevano nelle piazze, imbracciavano un fucile, urlavano la loro rabbia nelle strade, dalle pagine dei giornali clandestini. Ora, pare che tutti noi occidentali si sia liberi, belli, alti e con gli occhi azzurri, si dice che viviamo tutti in Paesi democratici, assolutamente in grado di autodeterminarci. Pare … bah! 

Alla mia generazione hanno insegnato che parlare di Patria vuol dire essere fascisti, che chiedere più uguaglianza significa essere comunisti, che a parlare in funzione del buon senso comune si rischia di essere qualunquisti. Ci hanno bombardato talmente con categorizzazioni e schematismi che alla fine i concetti originari si sono persi, sono rimaste solo le parole. Lo vediamo tutti i giorni. Grandi accadimenti e rivoluzioni socio economiche ci passano sotto gli occhi, ma siamo prigionieri della routine fatta di scadenze, mutui, tasse, ricerca di benessere economico. Che possiamo farci, non è colpa di nessuno. Non è colpa mia se se mi commuovo di fronte all'ennesimo barcone che si rovescia mentre guardo il telegiornale con la bocca piena di pastasciutta. Eccheccazzo però, mettere il telegiornale all'ora dei pasti. Non è nemmeno colpa mia se i governi tutelano interessi sovra nazionali che nemmeno capisco.
Ti allontani un attimo, ti fai attrarre per un secondo da un altro piano ancestrale e tutto ti appare come un immenso formicaio, dove un gruppo di facoltosi gentlemen si divertono, di volta in volta, a cambiare i percorsi, a mettere ostacoli, a spianare la via, a creare percorsi obbligati. Miliardi di singole individualità che non contano più una mazza. Però libere, libere di farsi esplodere per un qualche Dio, libere di comprare, di consumare, di crepare. Senza troppo disturbare però, la vita va avanti e io oggi ho da fare mille cose.
Qualcuno potrebbe affermare che la nostra Storia, dall'età dei Titani si sia ridimensionata all'età dei nani e degli orchetti. Chi crede più nella via della tradizione, che è consapevolezza di chi siamo, non un dogma ma un punto di partenza per intraprendere nuove strade; chi segue la via dell'onore, che comprende il rispetto della parola data, il rispetto dell'altro anche se diverso da me, la via che ci impedisce di schiacciare il prossimo e di non vendere il culo per mille lire.
Forse bisognerebbe tornare alle radici, stiamo perdendo l'Europa. Il rinascimento, l'illuminismo, solo capitoli sui libri di storia per ragazzi.
Siamo in piena decadenza politica e culturale. Facciamo solo ciò che ci piace, mai più vedremo uomini che fanno ciò che conta e che costa per sete di giustizia e perché ciò renderà più forte e pura la VOLONTA' e più energico il possesso di sé.
La vita non è conservarsi, è lottare, non è essere privi di passioni ma possederle al massimo grado, senza esserne dominati ma dominandole, passare indenni attraverso a tutto ciò che è becero materialismo. La via del guerriero: l'amicizia, che è cosa sacra; l'onore, che è sopra ogni cosa; l'amore per la famiglia; l'amore per la tua Patria, che è semplicemente comunità, convivenza, casa, bene comune, senza accezioni scioviniste o di contrapposizione.
Elevazione dalle miserie umane.
Un poeta giapponese scrisse : " nella mia capanna non c'è nulla....eppure c'è tutto! "
Uffa, delirante, me ne rendo conto. Oggi mi ha preso così. Però, cazzo … però vorrei guardare mio figlio e dirgli che mi piacerebbe riuscire a stare in piedi in un mondo di rovine, che non voglio chinarmi ne mettermi seduto.

Tanto per parlare, nulla di che. Avevo avvisato già con il titolo che ero in vena di arzigogolare. Nessuna lezione da impartire, niente, solo banali osservazioni da crisi post-prandiale in attesa che la manovra di Valsalva aiuti a eliminare gli umori mefitici. La vita va avanti. 





© 2016 di Massimiliano Riccardi.